
(di Marcello Veneziani) – L’Europa, lo dicono ormai tutti, compresi gli europeisti più convinti, è un colabrodo e una gelatina che non si tiene in piedi. L’Occidente è in declino da cent’anni e forse più, c’è una sterminata letteratura e diagnostica a decretarlo. Una sera infinita e un annuncio permanente della notte che sta per venire. L’asse su cui regge, gli Stati Uniti e l’Unione europea, vacilla come non mai, tra dazi e strazi reciproci, e da quando c’è Trump è riemerso in Europa e nel mondo un anti-americanismo che non si vedeva nemmeno ai tempi di Nixon, cioè da mezzo secolo fa o di Reagan e dei Bush. L’asse vacilla e i due poli che compongono l’ovest sono considerati in caduta libera e ormai divaricati. E allora la domanda si fa inevitabile: se viene meno il perno della globalizzazione, l’occidentalizzazione del mondo, ci salverà allora l’Oriente o ci affosserà? È riposta lì l’ultima speranza di saggezza del destino del mondo e di un suo possibile equilibrio? Ma dici Oriente e ti appare davanti agli occhi uno sterminato continente, sovrappopolato da più della metà della popolazione mondiale.
Se l’Occidente è composto almeno da tre mondi, gli Stati Uniti, l’America latina e l’Europa, uniti bene o male da una religione e da una civiltà cristiana e umanistica, incentrata sull’individuo e infine uniti nella modernità dalla tecnica, dire Asia significa indicare mondi vicini e lontanissimi, non legati da una koiné, da un filo comune e da un orizzonte condiviso. Asia vuol dire Russia, vuol dire Cina, vuol dire India, vuol dire Giappone, vuol dire Medio Oriente o Asia Minore, vuol dire sud-est asiatico e Corea. È difficile trovare un comun denominatore tra questi vasti mondi, se non paradossalmente, l’influenza tecnico-culturale dell’Occidente. È un bazar in cui sono confusi non solo induismo, buddismo, islamismo, cristianesimo russo-bizantino, confucianesimo e altro ancora; ma anche marxismo, tecnocrazia, capital-collettivismo e ogni altro genere di incroci. Non c’è una storia comune, non c’è un pensiero comune, non c’è una fede comune, come invece è stato in Occidente, pur tra guerre e lunghi conflitti; tutto si disperde in un calderone e un caleidoscopio in cui è impossibile orientarsi, un verbo che pure nasce e serba in seno la matrice orientale. La bussola, invenzione asiatica, cinese e poi araba, impazzisce quando si tratta di orientarci in oriente. Sarà, come dice Kitarō Nishida, che a differenza dell’Occidente incentrato sull’essere, il pensiero in oriente è incentrato sul nulla; il filo comune è il nulla, o la negazione del principio d’individuazione e del soggetto individuale, perno dell’occidente. O sarà come sostiene Kehiji Nishitani che “Anche gli orientali consideravano l’Oriente inferiore all’Europa-Occidente” perfino sotto il profilo razziale. Anche all’interno dell’Asia era vigente una rigida gerarchia razziale tra popoli (cinesi e giapponesi, ma non solo loro) e perfino all’interno degli stessi popoli (si pensi alle caste indiane), che stabiliva distinzioni tra inferiori e superiori. Col sottinteso che al di sopra degli asiatici vi fossero gli europei. La colonizzazione occidentale si sposava con una convinzione degli stessi asiatici che esistesse una differenza a favore delle popolazioni che provenivano dall’ovest. Discorso che riguardava meno la Russia, con le popolazioni caucasiche, che si sentiva l’erede della civiltà greco-romana-cristiana; o l’Iran-Persia e l’India che erano mondi a parte, collegati però all’origine indoeuropea.
Molti di questi temi vengono affrontati in un libro, uscito di recente, Post-Europa (Castelvecchi editore) da Yuk Hui, filosofo di Hong Kong che si è formato in Europa e si dedica allo studio della tecnologia in relazione al pensiero. La sua idea è che l’Europa e l’Occidente debbano essere superati attraverso la stessa eredità euro-occidentale, come la modernità va superata attraverso la modernità, la tecnica mediante la tecnica e il nichilismo attraverso il nichilismo. Tesi all’apparenza bizzarra, ma a pensarci bene, quel che sostiene Yuk Hui (e il suo maestro Berard Stiegler), lo diceva pure Martin Heidegger: la fine della filosofia significa che inizia la civilizzazione del mondo su basi tecnico-scientifiche, fondata sul pensiero occidentale. Il pensiero fornisce lo strumento che lo cancellerà, come l’uomo costruisce l’androide che lo sostituirà.
È come se il pensiero universalista occidentale si riversasse dalla filosofia alla tecnoscienza e dall’Occidente al vasto Oriente, per organizzare il mondo intero. Il caso della Cina è esemplare: gli ingredienti del suo sistema sono di marca occidentale; il marxismo, il capitalismo, la tecnica, il commercio globale, uniti alla capacità imitativa del mondo asiatico, al collettivismo in un sistema sorvegliato dall’alto, in cui il totalitarismo nato in Occidente incrocia il dispotismo asiatico. In tutto questo si perde l’idea di libertà, il senso della trascendenza, della storia, del pensiero critico e della fede religiosa. Ma poi c’è l’India, c’è il Giappone, ci sono i paesi islamici, c’è la Russia…
Il pianeta oggi sembra una maionese impazzita che si sparge in varie direzioni. Ma l’unico tratto che lo unisce è la Tecnica. E l’unico Impero possibile rischia di essere l’IA, un Impero Artificiale, come l’Intelligenza Artificiale…
Altro non si vede all’orizzonte, però se crediamo alle energie reattive dell’umanità, agli imprevisti della storia, alle incursioni degli dei o della Provvidenza, non è detta l’ultima.
Sempre la solita vecchia storia.
Non perde mai occasione per dar sfoggio della sua superficialità e farne un inno al dilettantismo: Marcellino,per te meglio occuparsi di druidi e folletti “spirituali” e limitarsi alle citazioni Tolkien e Evola.
Heidegger non concepisce la “fine della filosofia” come la semplice scomparsa del pensiero.
In testi come “Essere e tempo” e la “Lettera sull’umanismo” esamina la crisi dell’Occidente e l’ascesa del pensiero calcolante, il modo tecnico-scientifico di rapportarsi al mondo.
Tale modalità rischia di trasformare l’essere in un oggetto manipolabile.
Non significa che abbia inizio una civilizzazione basata sulla tecnica, ma indica un pericolo per l’autenticità dell’uomo.
La sua analisi mette in guardia contro la sostituzione della riflessione filosofica con un ragionamento puramente strumentale.
Quindi dire che “la fine della filosofia significa che inizia la civilizzazione… fondata sul pensiero occidentale” trasforma la diagnosi in prescrizione, che Heidegger non sostiene.
Il Prof Zhok,anche dopo essere stato legato,drogato e “ubriacato”, non avrebbe mai scritto una porcata del genere.
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“Tale modalità rischia di trasformare l’essere in un oggetto manipolabile. Non significa che abbia inizio una civilizzazione basata sulla tecnica, ma indica un pericolo per l’autenticità dell’uomo.”
Sembra che tu non abbia letto questi passaggi:
“la fine della filosofia significa che inizia la civilizzazione del mondo su basi tecnico-scientifiche, fondata sul pensiero occidentale. Il pensiero fornisce lo strumento che lo cancellerà, come l’uomo costruisce l’androide che lo sostituirà”
“Il pianeta oggi sembra una maionese impazzita che si sparge in varie direzioni. Ma l’unico tratto che lo unisce è la Tecnica. E l’unico Impero possibile rischia di essere l’IA, un Impero Artificiale, come l’Intelligenza Artificiale…”
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