Meloni punta a preservarsi, mentre il resto dell’esecutivo è più esposto alle mosse degli Usa

Il governo non regge il fattore Trump e Meloni gioca la tattica dell’attesa

(Flavia Perina – lastampa.it) – C’eravamo tanto amati. L’esuberanza interventista di Donald Trump ha superato il limite sopportabile dalla destra italiana che sceglie di affrontare la nuova guerra del Golfo eliminando dalla risoluzione parlamentare, dagli interventi, dalle dichiarazioni a latere, ogni giudizio politico-ideologico sull’iniziativa americana.

Il conflitto è un dato di realtà, lo si affronterà guardando ai trattati e agli impegni che vincolano il Paese, e ogni scelta sarà presentata ai cittadini come inevitabile dovere. Un dovere di cui si farebbe volentieri a meno: quando Giorgia Meloni scandisce alla radio «non siamo in guerra e non vogliamo entrarci», traccia una linea di distanza personale e politica da questo immenso putiferio di cui nessuno, a nessun livello, ha ancora capito i veri obbiettivi, la durata, il senso profondo.

Gli effetti del fattore Trump

Il fattore Trump, ancora una volta, rischia di rivelarsi fatale per gli amici, con effetti a cascata particolarmente duri in Italia dove il caro-benzina è già una fiammata, il decreto Bollette è già azzerato e il caos mediterraneo lascia immaginare nuove ondate di profughi in un turbine di incertezze sommato all’enigma dell’inflazione, ai dazi e allo sconcerto per la propaganda bellica della Casa Bianca, che esalta la guerra rappresentandola come un appassionata sessione di Call of Duty o un film a ritmo di Macarena.

C’eravamo tanto amati, ma questo comincia a diventare troppo. E dunque: aiuto a Cipro come francesi, olandesi e spagnoli. Supporto ai Paesi del Golfo, nel quadro delle decisioni europee. E basi agli Usa solo per operazioni logistiche e di manutenzione in base agli obblighi dell’accordo bilaterale del lontano 1954.

Non facciamo nulla di diverso dalla Spagna, precisa Guido Crosetto, e anche qui c’è una traccia: la relazione speciale con Trump, col mondo dei conservatori Usa, con le loro scelte, è polvere da mettere sotto il tappeto, e se Pedro Sánchez, l’hombre vertical contro il trumpismo, può aiutare a nasconderla va bene pure lui.

La linea della prudenza

La linea della prudenza scelta dal centrodestra risponde all’ostilità assoluta dell’opinione pubblica italiana per questo nuovo conflitto: solo l’8,4 per cento appoggia “totalmente” l’intervento, il 70 per cento è contrario sotto il profilo del diritto oppure per timore delle conseguenze in termini di vite umane e crisi economica. La de-trumpizzazione del messaggio governativo è dunque un dato di necessità.

A maggior ragione alla vigilia della prova referendaria, che le sinistre affrontano cavalcando il sospetto autocratico nei confronti del centrodestra. Accostarsi ideologicamente all’uomo dei super poteri presidenziali non conviene, non serve nemmeno in quel contesto, anzi potrebbe risultare un grave danno per una campagna che ha già vissuto diversi episodi di auto-sabotaggio.

Poi, certo, è possibile che ci siano sorprese nell’intervento parlamentare di Giorgia Meloni, anticipato a mercoledì prossimo, in vista del Consiglio europeo. Ma nulla le fa prevedere. La premier da tempo ha scelto di preservare la sua personale immagine – principale risorsa di consenso per la coalizione di centrodestra – dalle tempeste dell’attivismo trumpiano. Ha lasciato ad Antonio Tajani l’onere della presenza all’insediamento del Board of Peace (a proposito: che fine ha fatto la super Onu che doveva risolvere i conflitti del mondo?).

Ha assegnato a Guido Crosetto l’incombenza di tracciare la linea governativa sulla guerra e di gestire il dibattito di ieri. Si è presa il suo tempo, anche aspettando che gli alleati europei elaborino una strategia che possa offrire una sponda certa. E magari la sintonia Maga è sempre la stessa, come dicono le opposizioni. Magari questa è solo una pausa tattica e presto la vicinanza trumpiana sarà, di nuovo, esibita come una medaglia. Ma per il momento vale il c’eravamo tanto amati, poi si vedrà.