Morto, chiuso in un bunker, tagliato fuori: la sua sorte deciderà la durata della guerra

(Domenico Quirico – lastampa.it) – L’epilogo dei tiranni non è mai un capolavoro ad alto rendimento retorico e scenico. Machbet è una mirabile invenzione di Shakespeare; la realtà sono squallidi lampi di cronaca nera alla Gheddafi o alla Ceausescu. E sì, rassegnamoci. L’orrore della fine è un enigma che ognuno porta con sé e trascina da solo nella sua morte. Gli ultimi, possibili istanti della Guida suprema sotto le bombe israelo-americane li dovremo immaginare. Mancheranno le frasi celebri, le maledizioni postume, gli appelli alla vendetta, perfino perché no? i pentimenti, la umanissima paura, il pianto. Corron voci che Khamenei sia già morto ieri. Ha ucciso fino alla fine e la sua fine comunque sarà violenta.
Ultima sequenza dunque del remake di Khomeini ma senza carisma e con atomiche taroccate? Forse. Mentre anonimi muoiono in Iran sotto le bombe della democrazia e dell’ennesimo Nuovo ordine internazionale di Netanyahu e socio americano, con indecenza da spettatori invochiamo le prove della morte dell’unica vittima che ci interessa, per metter la parola fine e riprendere a blaterare di geopolitica. Raccontano che la paura di sparire fosse diventata per Ali Khamenei una ossessione, covava negli ultimi tempi idee fobiche, estri fabulanti, sentiva l’alito degli oppositori. Si dibatteva a Palazzo tra crisi depressive e reazioni omicide ordinando massacri sempre più vasti quasi fossero sacrifici divinatori alla eternità del Potere. Forse era consapevole, dopo quasi quaranta anni di dominio teocratico e pratico, che il suo Stato tirannico era guasto fino alle midolla. Non era certo uno spettacolo pulito questo sciitismo da carnaio, canonicamente travestito da punizione degli apostati.

Perfino i suoi veri sostegni, i guardiani della rivoluzione, attendevano l’ultimo respiro del vegliardo, forse non più venerando, per arrangiare nuovi equilibri sempre totalitari ma più scaltri, morbosi e viscidi. Insomma l’ambiente soffriva tensioni orizzontali e verticali, gli eminenti litigavano, spinte dal basso insidiavano le vecchie gerarchie. Irrompevano figure senza qualità. Forse bastava attendere.
L’aggressione “preventiva” invece rassoderà e sveltirà i calcoli di nuove lobby perverse, senza creare smagliature in uno scenario già scritto con Comitati, direzioni collegiali, poliarchie senza capi unici, successioni fissate fino al quarto stadio di omicidio mirato. Attenzione quindi a ipotecare futuri radiosi, una specialità delle intronate espertocrazie occidentali. La tirannide teocratica è lo strumento di potere più ferreo mai inventato perché garantisce margini di violenza senza limiti in quanto sacri, in quanto scatenati contro peccatori e non banali dissidenti. Diffonde messaggi divini, se qualcosa risultasse falso, il mentitore sarebbe dio. Difficile che gli eredi, con o senza abaya e turbante, non ravvivino a loro vantaggio queste utilissime braci. È curioso che ci sia sempre un progetto dinastico nei plumbei e fallimentari refrain delle dittature orientali.
Bashar Assad in Siria, sostenuto proprio dall’Iran, era succeduto al padre Afez. Anche Khamenei stava lavorando a una successione domestica, con il figlio Mojtaba, promosso ayatollah nel 2022. Era l’amministratore dell’impero industriale e commerciale della Guida suprema e dei guardiani della rivoluzione. Un addestramento perfetto per predicare poi un santo terrore e invilire dio mescolandolo ad affari da poco. Chissà se le bombe lo estirperanno con il padre. Una guerra aveva messo in orbita la carriera di Khamenei e una guerra l’ha distrutta. Negli anni sessanta era uno dei propagandisti di Khomeini e della sua stralunata rivolta carismatica e apocalittica contro il modernismo corrotto e spiccio dello scià.
Imprigionato più volte dalla Savak, non era però ai primi ranghi del nuovo, originale potere che il Grande ayatollah aveva imposto per referendum alla Repubblica islamica: in un inedito quadro semiotico divino il presidente è eletto a suffragio universale ma sottoposto alla Guida che risponde delle sue decisioni soltanto all’Onnipotente. Insomma lui era un esecutore servizievole ed entusiasta che stava lì a fare siepe con i notabili in zimarra nera. Anche perché nella nomenklatura della prima rivoluzione islamica della storia Khamenei non vantava un rango religioso adeguato. Tiriamo le somme. Per i sussiegosi grandi ayatollah era poco più di un curato di mezza tacca. Fu l’invasione decisa da Saddam che lo fece uscire dalle seconde linee dell’agglomerato politico rendendolo un protagonista. Vice ministro della difesa strinse legami con i Guardiani della rivoluzione, eroi della epica difesa contro l’invasore nelle paludi di Bassora e sgherri della feroce repressione interna, tipacci inclini all’eccidio.
Ecco il vero potere in arrivo: perché sono loro che bisognerà sradicare non solo dalle caserme ma anche dai ministeri, dalle aziende petrolifere, dalle industrie militari e atomiche, dal contrabbando milionario, con una loro storia che costeggia quella della casta degli ayatollah ma non sempre coincide, che hanno famiglia, conti in banca, e anche convinzioni da difendere.
Un attentato lo privò parzialmente dell’uso del braccio destro facendone un quasi martire. La designazione a dirigere la preghiera a Teheran lo portò alla presidenza. Ma la scelta di Khomeini di sceglierlo come successore fu un ripiego. Lo schema costituzionale aveva un vizio di origine: nessuno poteva rivendicare come lui il rango di “marja”, di referenza suprema a cui gli altri gelosi ayatollah si sarebbero inchinati. Bisognava affidarsi dunque alla fedeltà canina in cui Khamenei non aveva rivali. Ha sostituito la fragilità dogmatica con la ferocia del potere e con il disegno della mezzaluna sciita dal Mediterraneo al Golfo Persico con Hezbollah, Bashar, le milizie irachene, gli Houthi yemeniti. Il rancore contro l’occidente e la sua “colonia” israeliana, il loro inurbano vezzo di pestare i piedi, bastava per formare tagliatori di teste.
Per questo l’avvicendarsi dei decorativi presidenti eletti era secondario: radicali come Ahmadinejad o moderati come Rohani, ideologi come il macellaio Raissi o pragmatici come l’attuale Pazeshkian. Mentre in occidente si costruivano illazioni su un tiepido autunno del regime era sempre lui ad avere il comando, a ordinare repressioni implacabili ad ogni cadenza di rivolta. Sapeva che una teocrazia è irriformabile perché costruita su una verità monolitica. Con le bombe spesso si libera il diavolo, non la democrazia, il cambio di regime, la rivoluzione. Per ora c’è, forse, la morte di un uomo.
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