(Marcello Veneziani) – Crolla il mondo, avanza il panico dell’ignoto ma poi arriva il Festival di Sanremo a rassicurarci che il mondo continua con le sue vecchie abitudini e le dolci banalità. Ah, la Tradizione, o chi ne fa le veci. Questa, in fondo, è la gratitudine che dobbiamo al Festival di Sanremo: il senso di una continuità, il conforto di una ripetizione, l’illusione che le tragedie passano ma le canzoni restano, e l’Italia è un appendice della tv, un dopo-festival che dura un anno, come un dopo-sci e un dopo-miss. Così scrivevo più di vent’anni fa, credo 24, ai tempi in cui Sanremo lo conduceva Pippo Baudo. Tutto è cambiato da allora, ma nulla è cambiato per altri versi. E riprendo quelle considerazioni di un tempo, che mi sembrano largamente inalterate, a riprova che questo paese è liquido ma anche fossile.

Il festival di Sanremo, è risaputo da decenni, è diventato un luogo topico dell’autobiografia della nazione. Possono marcire tradizioni antiche e un tempo assai consolidate, possiamo scoprire che l’Italia cattolica non va più a messa e se ne frega dei comandamenti, manda all’aria la famiglia, sua architrave ormai allo sbando. Ma le piccole abitudini, i piccoli appuntamenti leggeri, quelli restano. La Restaurazione ha vinto, e dopo Baudo ci sarà ancora Baudo. Sanremo è una piccola eternità applicata al video, cinque interminabili serate e cinque interminabili nottate precedute da infinite anticipazioni e preparativi, lungo tutto un anno.

Ora non sarò certo io a compiere il reato di vilipendio di Sanremo o il peccato di blasfemia di bestemmiare il festival e i suoi demiurgi. Dio me ne scampi, non si possono far crollare le ultime certezze del paese. Quel che vorrei sommessamente obbiettare riguarda semplicemente il rango, il grado d’importanza. Sanremo esiste e guai a chi lo tocca; ma pretendere cinque giorni di raccoglimento nazionale intorno a un festival, non vi pare un po’ troppo? È l’esagerazione che spaventa, il primato del Leggero sull’Autentico, del Fatuo sull’Essenziale. Un po’ come miss Italia o gli eventi sportivi a ripetizione.

Che l’Italia sia un paese allegro, con tendenza alla leggerezza, può fare anche piacere. Però in Italia vige da anni il primato assoluto del comico, del canoro e del cazzeggio sulla realtà. Questo paese, dicevo allora, sta diventando la copia della televisione, la sua appendice e la sua scimmia. Allora ti stropicci gli occhi e dici: ma in che razza di paese vivo, in un luna park di eterni bambini o di maturi imbecilli? Non c’è nulla di male che ci piacciano le canzoni, i comici, e sempre meno il calcio e le belle gnocche. Ma c’è qualcosa di patologico se la nostra identità collettiva, il nostro sentirsi italiani, è praticamente affidato solo a quello, alle canzoni, ai comici, al calcio e alle veline; ovvero a tutto quello che somministra il Video. Svegliamoci, pupe e puponi connazionali, la vita è altrove. Questo lo scrivevo, grosso modo, più di vent’anni fa: il mondo corre in fretta, tutto cambia velocemente, la tecnologia fa passi da gigante, ma l’Italia è ancora lì a vedere Sanremo o a imprecare contro Sanremo. Con la destra, con la sinistra, con tutti i governi possibili, perfino con Trump. Gli strani raggiri della vita, che va così di fretta da essere immobile.