
(Marcello Veneziani) – Ci voleva Piero Sansonetti e addirittura l’Unità per sbattere in prima pagina il caso assurdo di Gianni Alemanno, detenuto in carcere dalla notte di Capodanno tra il 2024 e il 2025. “Molto probabilmente è innocente – scrive il direttore de l’Unità – è stato condannato nonostante tanti dubbi e gli è stata negata la condizionale”. Alemanno, come sapete, è stato ministro dell’agricoltura con Berlusconi e sindaco di Roma e per anni uno degli esponenti di punta prima del movimento giovanile, poi del Msi e di An, infine leader di un movimento d’opposizione alla destra di Fratelli d’Italia, indipendenza. È detenuto a Rebibbia perché era stato precedentemente condannato ai servizi sociali ma non avendo ottemperato agli obblighi previsti, il gioco dell’oca della giustizia italiana, anziché prolungarli o fargli ripetere il periodo previsto e non rispettato, lo ha retrocesso nella casella funesta del carcere, respingendo ogni successiva revisione. Alemanno ha già scontato due capodanni in galera. L’accusa principale, “traffico d’influenze finalizzato all’abuso d’ufficio” – che non è un reato da carcere, direbbe il buon senso comune, da sempre i politici lo praticano – oggi non esiste più, è stato abolito. Ma Alemanno respinge l’accusa a monte, perché sostiene di non aver nemmeno commesso quei reati che oggi non costituiscono più reato. E fa notare che ha avuto sempre condanne superiori a quelle richieste dai pubblici ministeri, tranne che in Cassazione. Non si tratta di attaccare giudici e sentenze, ma di difendere la dignità di un uomo, ascoltare la sua sofferenza e reclamare una giusta proporzione nelle cose.
Il silenzio attorno a lui è quasi unanime, interrotto da poche voci dissidenti. Ma nel tacere generale la cosa che più colpisce è il silenzio della destra di governo, e quella d’opinione più strettamente legata ad essa, sulla carcerazione prolungata di Alemanno. Non si risparmiano mai, gli esponenti della destra e del centro-destra, nel polemizzare contro la giustizia, criticando alcune sentenze, alcuni abusi, alcuni teoremi ideologici; soprattutto ora, alle soglie del referendum sulla giustizia. Vero è che una difesa proveniente da sinistra, soprattutto in questo caso, conta più di una difesa proveniente dal suo stesso mondo; ma quel silenzio è malato, nasce da timori e rancori che non dovrebbero alla fine prevalere in questi casi.
Ma a prescindere dalla polemica, dal merito specifico della vicenda, e pure dal fatto che Alemanno è stato comunque uno dei più rappresentativi esponenti della destra sociale e nazionale, quel che colpisce è la totale insensibilità al caso umano, a una detenzione così prolungata per un’accusa così piccola e ormai scaduta, come non succede quasi mai a chi è stato al potere. Si ricordano accuse ben più gravi a sindaci, anche di Roma, a politici e a ministri che non si sono poi tramutate in carcere, così prolungato; la casistica sarebbe enorme e vistosa, e altri più addentro di me in queste cose potrebbero documentarlo. Con Alemanno, “spiacente a Dio e ai nemici suoi”, invece è normale che stia ancora in carcere. Di fronte a questi casi, anche precedenti scontri e dissapori dovrebbero essere messi da parte o sopraffatti da un senso di onore, di umanità e di rispetto per la dignità umana calpestata. E invece niente. Solo qualche balbettio o qualche cenno di solidarietà ma in privato, quasi di nascosto, comunque sottovoce, come per non disturbare il conducente. Unica rilevante eccezione istituzionale, dice lui, il presidente del Senato, Ignazio Larussa, che ha condiviso la lunga militanza di Alemanno nel Msi e in An, seppure su posizioni correntizie diverse, e in precedenza ha difeso da avvocato molti giovani di destra alle prese con la giustizia, da vittime o da accusati.
Molti amici, dice Alemanno, mi hanno sollecitato a chiedere la grazia. “Non l’ho fatto perché chiedere la grazia significa ammettere, almeno implicitamente, la propria colpevolezza. Io non voglio essere graziato, voglio essere assolto”, perché si ritiene innocente. Ed è ricorso, lui sovranista, alla corte dei diritti europei per vedersi riconosciute le ragioni che la giustizia italiana invece ha negato. Esorta invece il presidente Mattarella a esercitare il suo potere di grazia per i tanti casi di persone abbandonate in carcere da anni, anziché occuparsi di un “politico” come lui, che darebbe l’impressione di un trattamento privilegiato di casta. Alemanno in carcere ha preso a cuore la causa dei detenuti e delle loro condizioni di vita in carcere, a partire dal sovraffollamento, scrive un pubblico diario dal carcere, è diventato garantista e solleva problemi che comunque meritano risposte.
Conosco Alemanno da una vita, ho partecipato ad alcune sue iniziative, anche da sindaco, ma non ho risparmiato giudizi critici sul suo operato, su alcune sue scelte politiche e alcuni suoi mutamenti di linea. Ciò non toglie che per ragioni di giustizia e di rispetto umano reputo che sia giusto sollevare la questione e affrontarla. Vero è che ormai il grosso della pena l’ha già scontato e gli restano solo pochi mesi; ma per una questione d’onore credo che sia giusto non accodarsi al silenzio ipocrita o vendicativo di chi volta la testa dall’altra parte.
Surrealismo, punto.
Alemanno ha, rispetto ad altri, avuto la dignità di accettare la pena che gli è stata inflitta.
Alemanno non è stato condannato da un despota assoluto per un capriccio personale; ha commesso dei reati e l’altra anomalia è aver abrogato uno dei reati tipici commessi da chi si trova in posizioni che lui ha ricoperto in passato.
Era già blanda la pena dell’affidamento in prova ai servizi sociali, ha fatto il “furbetto” pensando di farla franca ed è finito dietro le sbarre; in forza di legge.
Parlare dell’attuale vicenda senza considerare i pregressi è una delle espressioni massime di disonestà intellettuale.
Il problema in questo paese non è Alemanno, è Santanchè.
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Si trova dove deve stare, l’anomalia sono gli altri fuori tipo Formigoni ecc…ecc…
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