
(di Marcello Veneziani) – Ormai è evidente: la principale fonte di consenso per Giorgia Meloni e il suo governo è la sinistra, ciò che dice, ciò che fa, ciò che odia, ciò che disprezza. Se cercate la primaria ragione del consenso duraturo tributato alla Meloni dopo tre anni e mezzo di governo, non lo troverete nelle opere del governo, nelle cose fatte o nella fiducia che ha conquistato tra gli italiani e nemmeno nella sua indubbia vis empatica; ma lo trovate lì, nel contrasto stridente della sinistra, negli ostacoli che essa frappone e che il governo poi sfrutta a suo favore. È come la gag di Willy il Coyote con Beep Beep: il coyote ordisce agguati e lo struzzo la fa franca. La sinistra attacca e censura, la Meloni gioca di rimessa, trae forza dai loro attacchi. È un meccanismo perverso, un circolo vizioso che si è innescato da quando è andata al governo. È abbastanza anomalo che la fiducia e la legittimazione di un governo in carica risieda negli assalti che subisce dalla sinistra di lotta e di potere; fino a sfiorare l’assurdo o il gioco pirandelliano delle parti quando la premier accusa la minoranza d’opposizione di portarci in una “spaventosa deriva illiberale”. Ma al governo c’è lei…
Situazione anomala ma non del tutto inedita per noi: ricordiamoci che per anni, la persistente fiducia alla Dc e ai suoi governi reggeva più sul timore degli “opposti estremismi”, “la minaccia comunista” o l’avventurismo eversivo che dalle realizzazioni dei modesti governi in carica. Vigeva il criterio del male minore, la legge del turiamoci il naso; meglio la mediocrità rassicurante che scivolare a sinistra o cedere agli estremismi, alla piazza, al terrorismo rosso e nero, alle fughe dall’Occidente e dall’ombrello americano. Anche allora la parola d’ordine era la stabilità e il timore di perdere la libertà. Qualcosa del genere accadde pure al tempo di Berlusconi.
È mortificante assistere in questi giorni all’infognarsi del dibattito politico e istituzionale sui comici a Sanremo e sui telecronisti alle Olimpiadi. Attacchi protervi da una parte, a raffica, e difese a volte fuori luogo dall’altra; o sotto altri punti di vista, da una parte la ditta dell’intolleranza, del disprezzo e del linciaggio verso chi non è allineato, ma la parte opposta offre scarsa qualità e scadenti alternative. Ben altre idee, opere e profili culturali, soprattutto di grandi autori del passato, vengono oscurati o deformati dall’ideologia woke e progressista; scendere in campo a difendere casi minori in ambiti pop, francamente è un po’ deprimente.
Confesso un disagio bilaterale nel vedere questo spettacolo, tra l’accanimento degli uni e la modestia degli altri.
È vero, e lo abbiamo scritto più volte, che la posizione prevalente della sinistra verso tutto ciò che non è riconducibile ad essa o vi si oppone, si sostanzia nei verbi escludere, censurare, impedire, disprezzare, dileggiare. Salvo poi indignarsi se qualcuno a volte cerca di ritorcere la stessa logica del dileggio e del disprezzo contro i totem e tabù della sinistra. Ed è pure vero, dall’altra parte, che il vittimismo è diventato un’arma politica che la Meloni e i suoi usano con disinvolta frequenza; e a volte la usano pure come diversione, distrazione dai fatti reali e dai problemi incombenti. Ma l’uso spregiudicato e furbo del vittimismo non è inventato dal nulla o costruito artatamente, risale a fatti e opinioni realmente espressi dalla parte avversa.
TeleMeloni esiste davvero ma non è gestita dai soldatini meloniani all’opera nelle reti, nei tg e nei retrobottega governativi; bensì da Lilli Gruber e dall’episcopato di conduttori, presentatori, ospiti fissi e censori di sinistra che si esibiscono ogni giorno in tv e su altri media contro la reginella Meloni e i suoi moschettieri. Ai delusi di destra dal governo, delusi da quel che fa e soprattutto da quel che non fa, consiglio una robusta terapia di antibiotici; assumete per cinque serate consecutive – è il ciclo minimo perché abbiano effetto gli antibiotici – il programma della Gruber, con le sue domande che contengono sempre la parola GiorgiaMeloni per suscitare sdegno e condanna della premier; o in alternativa, quando sono rivolte a chi si sottrae al suo ossessivo giochino, vengono incalzati con molteplici interruzioni se argomentano in senso a lei sgradito. Credo che anche un meloniano scettico o deluso, dopo questa cura da cavallo, a base di Gruber o simili, torni a preferire la Meloni e il suo governo ai suoi nemici. Ecco perché sostengo che la vera TeleMeloni la facciano proprio i suoi nemici, la compagnia di giro degli antimeloniani di sinistra e di professione.
Si dice pure che la Meloni e il suo governo utilizzino le immagini delle violenze, per esempio a Torino o Milano, e in particolare i video sui poliziotti accerchiati e malmenati, per suscitare sdegno nel paese contro la sinistra e sostegno alle leggi sulla sicurezza e alla riforma della giustizia. Beh, lo penso anch’io, c’è un uso strumentale di quelle immagini e di quelle notizie. Ma si omette di dire che quelle immagini, quelle manifestazioni, quell’odio militante con le relative coperture, indulgenze, silenzi della sinistra non le hanno fabbricate i manutengoli del governo Meloni, corrispondono alla realtà dei fatti. E a fabbricarle è quell’universo antagonista che va dalla sinistra anarco-insurrezionalista, alla sinistra radicale, arrivando a costeggiare alcuni segmenti della sinistra d’opinione e di partito. Dai centri sociali fino ai centri storici, previo accesso ztl.
Il risultato complessivo di questo tira-e-molla e dell’annesso spettacolino è avvilente per ogni italiano di buon senso e di buon gusto, dotato di un minimo d’intelligenza critica e non accecato da pulsioni partigiane. Magari gioverà ai sondaggi della Meloni e alla sua permanenza al governo; magari darà una valvola di sfogo e un collante furioso alla sinistra e alle sue periferie rancorose; ma nuoce all’Italia, ne sfibra i legami e non piace a tanti italiani. Che spero vivamente siano i più, la maggioranza del paese, ma non ho elementi per dirlo. Comunque da quell’altalena, da quella caricatura di guerra civile, agguati e vittimismi, più tanta fuffa e muffa, io vorrei scendere, come da una giostra cinica, umiliante e feroce. La politica vera è un’altra cosa e si occupa di cose reali, davvero importanti per il paese e per i suoi cittadini.
Venne fuori che avevano firmato per essere reclusi nell’ istituto per picchiatelli. Invece di essere fuori, su una spider, a rimorchiare e scopare, sono andati in manicomio volontariamente. McMurphy era incredulo.
Di cosa caxxo vuoi che parlassero in manicomio se non delle sigarette, delle partite di baseball e drammi personali, con liti e crisi furibonde?
Ebbene, Randle Patrick McMurphy, che aveva capito quale follia fosse imposta e accettata, finì lobotomizzato.
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un film enorme, sempre più attuale
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Quasi tutte le forze politiche nostrane hanno una visione geopolitica totalmente comune; a parte le chiacchiere e le zuffe da cortile buone per i pollastri in batteria, la unica certificazione valida alla unità di intenti risiede in come votano. Hanno deciso che il manicomio è un luogo sicuro.
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