(di Marcello Veneziani) – Ho visto La grazia di Paolo Sorrentino ma non vi parlerò del film bensì del tema che ha innescato. Per cominciare definiamo la grazia. A dir la verità noi conosciamo tre grazie, piuttosto diverse tra loro: c’è la grazia che si accoppia alla giustizia, sin nel nome del ministero preposto e che si esprime nell’atto di clemenza del capo dello stato verso un condannato. C’è la grazia che viene dal cielo e dal divino, tramite i santi, che coincide col miracolo, di cui la grazia del sovrano o del presidente era una versione secolare, un riflesso umano. E c’è infine la grazia intesa come garbo, stile, bellezza dei modi, un tempo riferita soprattutto al ”gentil sesso” o ai signori (sua grazia, si dice ancora di alcuni regnanti). Sono tre grazie diverse, una metafisica-provvidenziale, una etico-giuridica e una estetico-spirituale. A proposito di quest’ultima, ricordo da bambino il settimanale femminile Grazia, parente di Panorama, e una sua famosa rubrica di buone maniere, intitolata Saper vivere, tenuta per anni da Donna Letizia, nom de plume di Colette Rosselli, moglie di Indro Montanelli.

Il titolo del film di Sorrentino è bello e chiaro ma regge su un equivoco, un qui pro quo alimentato lungo tutto il film. Si intrecciano nella trama del film due cose diverse e indipendenti: la grazia vera e propria, richiesta al presidente della repubblica per due detenuti, con storie diverse, che stanno scontando la pena per aver commesso un omicidio; e la firma del capo dello Stato, titubante se non riluttante agli inizi, al disegno di legge per introdurre in Italia l’eutanasia. Ma con la grazia l’eutanasia non c’entra perché si tratta di riconoscerla o meno come un diritto e con una legge; non è un atto straordinario di clemenza, una concessione “graziosa” dall’alto e una tantum. Il sottinteso che percorre il film è che l’eutanasia sia come una grazia concessa a chi sta morendo, per risparmiare loro la pena di una vita terminale di sofferenze. Ma il tema centrale del film, anzi l’unico argomento che viene ripetuto come la chiave del film, è che ciascuno può disporre della sua vita come crede. Di chi sono i nostri giorni?

Chiede la figlia del presidente a suo padre e sottintende la risposta: i nostri giorni appartengono solo a noi, non ad altri, non alla Chiesa, alla famiglia, allo Stato o ai protocolli della sanità. Una domanda che esclude a priori ogni altra considerazione sull’eutanasia e riduce la posizione della Chiesa al dogma irrazionale, alla pregiudiziale difesa a oltranza da imporre con l’autorità della tradizione e l’imperativo della fede. Sorrentino, spesso curioso del mondo cattolico, dà una pessima immagine della Chiesa, del Papa, dei cattolici coerenti; non riconosce nemmeno dignità ai loro argomenti. Libero di non condividerli, ma non può ridurli a una caricatura ottusa.

C’è poi un’altra frase, di apparente profondità, che dà l’impronta al film; una frase che ha subito fatto sua Walter Veltroni. La pronuncia Toni Servillo, nei panni del presidente, quando dice che la grazia è la bellezza del dubbio. A me sembra una grande sciocchezza. La grazia non viene data sulla base del principio in dubio pro reo, ossia nel dubbio mi pronuncio a favore del presunto colpevole perché la grazia è un atto libero e sovrano che viene compiuto nei confronti di un condannato per una colpa già accertata, su cui non sussistono dubbi. La grazia, semmai, è il bene che dirotta il giusto, e interrompe il corso della giustizia con un atto di clemenza, generoso e umanitario. Il dubbio non c’entra, semmai c’entra il pentimento reale di chi ha ucciso. Con la grazia il male compiuto viene separato dal suo autore, e ridotto ad errore; al posto dell’azione malefica, resta il pentimento di chi l’ha compiuta. Ancora più stupido è sostenere che la bellezza sta nel dubbio. La bellezza non c’entra niente col dubbio: la bellezza è una categoria estetica e spirituale, non etica o giuridica; c’entra con l’armonia, la chiarezza, la proporzione, l’ordine e la grazia, ma non quella concessa dai presidenti, bensì quella inerente al bel modo di essere e di fare.

Il dubbio può assalire il presidente se concedere la grazia oppure no, o se firmare la legge sull’eutanasia oppure no, ma riguarda lui, non la grazia o l’eutanasia, che sono invece frutti di una decisione, di una scelta che spezza ogni dubbio. E nel suo dubbio che precede la scelta non c’è la bellezza, c’è semmai la fragilità dell’umano e il tormento.

La bellezza è un’altra cosa, è splendor veritatis, avrebbe detto Giovanni Paolo II, lo splendore della verità, non del dubbio.

Facendola sua, Veltroni ha dato una lettura politica e ideologica, oltre che morale e intellettuale, della superiorità del dubbio e di chi dubita sulle certezze e su chi vive di certezze. Ma bisognerebbe innanzitutto distinguere, come faceva Cartesio, tra dubbio come metodo per avvicinarsi alla verità e dubbio sistematico che non porta a nulla. Poi bisogna distinguere tra tipi di dubbi e tipi di certezze: ci sono certezze fondate sull’evidenza, che non si possono negare, certezze che ci aprono alla vita, che ci fanno vivere e generano bene e ci sono certezze come chiusure, rifiuto di vedere la realtà e le incertezze, frutto di ottusità, egoismo e intolleranza. Ma la stessa cosa vale per i dubbi. A volte, poi, i fautori dichiarati di dubbi si rivelano dogmatici, liberticidi e intolleranti su altri piani: come, per esempio, i fautori dell’ideologia woke e del bigottismo progressista. Ma questa è un’altra storia e non c’entra con la grazia, semmai con la disgrazia…