
(di Michele Serra – repubblica.it) – Odio la retorica “anti-casta”, che è stata la nefasta base ideologica del populismo. Mi piacerebbe tanto, però, che la casta (ovvero: chi lavora alle dipendenze della Repubblica italiana) aiutasse a diradare i sospetti e le dicerie sul proprio conto.
Per esempio: le carte della Procura di Roma sulle attività dei membri del Garante della Privacy, sebbene soggette, come è ovvio, alle controdeduzioni degli avvocati difensori, non consentono di nutrire eccessive speranze sul rigore etico delle persone coinvolte: in teoria civil servants, servitori della comunità.
Sia ben chiaro: non ho niente contro le auto blu, considero ovvio che chi lavora per lo Stato sia, dallo Stato, equamente retribuito e degnamente assistito nelle sue attività. Ma il macellaio, santo cielo, me lo pago da solo, e dopo cinquant’anni di fortunato lavoro e di tasse felicemente versate (viva Padoa-Schioppa!) viaggio in economy perché la business, per me, è troppo cara.
Chiunque rivesta incarichi pubblici deve avere ben presente che vive di quattrini pubblici. E pretendere alberghi a cinque stelle da raggiungere in business class non dimostra una speciale preoccupazione in questo senso.
L’immoralità pubblica è dieci volte peggiore di quella privata. Non lede questo o quello, lede la comunità intera. Servire lo Stato non è facile, chiama fatica e pretende trasparenza. Bisogna sentirsi pronti. Sentirsi all’altezza.
Nel nostro Paese, duole dirlo ma va detto ugualmente, spesso si pensa che sia lo Stato che deve servire noi. Ed è da questo esiziale equivoco che dipende la maggior parte dei nostri mali: politici, culturali e morali.
La fame atavica dei crapuloni
(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – La politica è il mezzo, la crapula il fine. Crapula e crapuloni sono parole desuete e insieme attualissime. Le usava il Boccaccio, nei suoi racconti di allegra gozzoviglia e qualche volta Montaigne, nei suoi precetti d’alta morale. Più di recente rappresentate nelle sontuose tenebre del Fellini Satyricon. Riguarda la fame atavica dell’umana specie, quella che appena agguanta un po’ di soldi, li trasforma in polli arrosto da masticare, nettare d’uva da bere, ambrosia e miele da trangugiare. Fino alla sventura e anche oltre.
Sono di sicuro innocenti i nostri eroi dell’Authority per la Privacy, ci mancherebbe, fino a prova contraria, no, anzi fino al terzo grado di giudizio, mi correggo, fino alla prescrizione o alla improcedibilità del reato, che non è tanto reato, una modica quantità di reato. Si capisce già adesso che troveranno il modo di risarcire il maltolto come già hanno fatto la signorina Ferragni per avere mangiato troppi pandori e il signorino Elkann che i miliardi non gli bastano mai, anche se gli sgocciolano dal tovagliolo. Non è questo il punto, siamo garantisti.
Il punto sta invece in quella golosità di carne & lusso con cui si sono imbottiti i nostri bravi funzionari. Sta in quei 6 mila euro di soldi pubblici spesi al bancone della premiata macelleria Feroci, e rubricati alla voce “pasti pronti”. Sta nei viaggi in Business Class, negli alberghi di lusso, nella pretesa delle tessere Vip e delle Auto Blu, nei parrucchieri d’alto rango, negli affitti per l’alta rappresentanza, magari con la cresta che rientra cash.
È in quella fame atavica che diventa insonne avidità, il cuore della faccenda. Persino al netto delle maggiori corruzioni che i pm rintracceranno, vedremo. Diceva uno di loro – negli anni 90 – che il compito dei magistrati è quello dei predatori che nelle praterie “selezionano gli erbivori più lenti”, quelli che per troppa fame continuano a mangiare invece di scappare. Si dimenticò, quella volta, dei carnivori che in piena zona Ztl se ne stanno da Feroci a ordinare il pasto pronto.