La necessità di cambiare e gli ostacoli a qualsiasi modifica. L’estensione dell’idea dell’autonomia ha di fatto limitato sempre di più il potere di decisione ministeriale a favore di altri organismi

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Il caso dell’Università è un ottimo esempio del perché in Italia è quasi impossibile procedere a riforme incisive di qualsiasi ente, istituzione o organismo complesso.
I guai della nostra Università cominciano negli anni Settanta del secolo scorso. Quando l’incerta classe di governo dell’epoca, incalzata dalla piazza e dall’opposizione, al fine di allargare le maglie sociali dell’istruzione superiore (come ormai imponeva la democrazia di massa) non trova di meglio che adottare la decisione inconsulta di liberalizzare gli accessi a qualunque facoltà universitaria per chiunque abbia un diploma di scuola secondaria (1969). Nasce così l’Università di massa italiana: all’insegna della più totale improvvisazione e per arginare in tutta fretta l’immediata impennata del numero degli iscritti con la conseguente voragine che così si apre. Nel ventennio successivo si forma disordinatamente un corpo docente popolato delle nuove figure più varie: tecnici laureati, borsisti di varia estrazione (universitari, ministeriali, altri), assegnisti, ricercatori, assistenti, professori incaricati, professori a contratto. E così di seguito fino ad oggi, in un susseguirsi di sanatorie e di continue rivendicazioni corporative: ope legis, abilitazioni, concorsi locali e nazionali; nel mentre alla fine cambia anche l’organizzazione interna dei corsi di laurea con l’introduzione del sistema dei crediti, dei semestri (che in realtà sono dei trimestri), e del cosiddetto 3 più 2.

Di tutto questo l’opinione pubblica non capisce nulla, oggettivamente non è in grado di capire nulla. Il Paese si rende solo oscuramente conto che adesso prendere una laurea è diventata una cosa assai più facile di una volta: e tutto sommato la cosa va bene a (quasi) tutti.
Con il nuovo millennio l’esigenza di una riforma complessiva dell’Università è già evidentissima. Ma ancora più evidenti sono gli elementi che in questo, come in tanti altri casi simili, ostacolano una vera riforma: 1) nei fatti, come ho già accennato, l’opinione pubblica non sa nulla delle patologie dell’organismo da riformare di cui non conosce neppure il reale funzionamento, e di conseguenza non si rende neppure conto della necessità della riforma stessa; la stampa non fa di meglio e si limita ad appoggiare qualsiasi cosa possa dirsi o sembrare «democratica» e a enfatizzare le suddette patologie; 2) non solo, ma nel frattempo il pubblico ha preso a godere degli oggettivi vantaggi che i mali dell’istituzione in realtà gli stanno offrendo: ha l’università sotto casa (moltiplicazione sconsiderata degli atenei cui si aggiungono ormai anche i telematici) e si rende conto che per i suoi figli laurearsi costa di meno ed è molto più facile che nel passato; tutto il resto gli interessa ben poco; 3) semmai la necessità di un cambiamento, potrebbe/dovrebbe spiegarglielo il ministro responsabile: se però questi avesse davvero voglia di mettersi in gioco, se ne fosse capace e soprattutto se ne avesse un vero interesse per il suo futuro personale.

Nel caso dell’Università, oltre tutto, il ministro di turno non può non avvertire la progressiva delegittimazione che ha colpito nel corso della Seconda Repubblica il suo ruolo e il suo potere, cioè il diritto-dovere che egli avrebbe di guidare e normare l’istituzione universitaria, peraltro interamente finanziata con denaro pubblico. Infatti nel corso degli anni una dissennata estensione all’ambito universitario dell’idea dell’autonomia — sul modello di altre sciagurate estensioni di tal genere (vedi l’esempio delle Regioni) — ha provveduto a limitare sempre di più nella pratica il potere di decisione ministeriale a favore di altri organismi.
La situazione è dunque paradossale: quel ripensamento del ruolo dell’Università e della sua organizzazione — che pure a giudizio di coloro che più sanno e non hanno interessi da difendere — sarebbe necessaria, necessarissima, in realtà non la chiede veramente nessuno. Non gli elettori e non gli studenti — che entrambi non hanno certo il tempo di penetrare nel labirinto dell’istituzione universitaria — ma neppure la maggior parte dei docenti, attenti perlopiù ai rispettivi interessi corporativi o a fare il proprio lavoro. In quanti apparati pubblici, in quante istituzioni statali non accade «mutatis mutandis» la stessa cosa?

E tuttavia qualche ministro di buona volontà, deciso a cambiare le cose che vanno cambiate, c’è sempre. Naturalmente, però, egli prima deve farsi un’opinione precisa sul da farsi e sul come fare. Ha bisogno cioè di ascoltare il consiglio di persone esperte: e qui si alza l’ultima barriera, in genere invalicabile, sulla via di ogni sospirata riforma di qualsivoglia parte della macchina statale italiana: gli «esperti». Che troppo spesso sono più o meno le stesse persone che in precedenza hanno gestito (male) le cose che adesso si tratterebbe di cambiare.

Di nuovo l’Università è un caso tipico. Qui, infatti, nel corso del tempo si è venuta costituendo una ristretta oligarchia accademica, perlopiù formata di esponenti alla testa di atenei importanti, la quale, forte del proprio ruolo e di troppi legami con la politica, si è abituata da tempo ad occupare luoghi direttivi dell’alta dirigenza ministeriale e degli organismi ausiliari dipendenti dal ministero. Gli esperti sono loro. È questo gruppo oligarchico che finisce così per saldare intorno al ministro un soffocante circuito d’influenza con il risultato di isolarlo, di paralizzarne ogni autonoma capacità di decidere, di contare e di agire: e alla fine oscurandone del tutto anche l’immagine pubblica. Il risultato è scontato: anche l’Università, al pari del resto della macchina pubblica italiana, non conoscerà mai una riforma degna di questo nome.