(di Marcello Veneziani) – Sul golpe americano in Venezuela, con la cattura di Maduro, vorrei provare a ragionare con realismo e amor del vero. Non dunque una dichiarazione di tifo ma un ragionamento animato dal senso della realtà. Ma prima riavvolgiamo il nastro e partiamo dai precedenti. Donald Trump è un personaggio insopportabile per i suoi modi, le sue pretese, la sua prepotenza. Ma prima di tornare alla Casa Bianca aveva promesso tre cose che ci parevano positive: la prima, che si sarebbe impegnato per chiudere velocemente i capitoli Ucraina e Palestina, e lui l’impegno fattivo ce lo ha messo. La seconda, che gli Usa si sarebbero dedicati ai loro problemi interni, non avrebbero più fatto gli sceriffi del pianeta, non avrebbero più praticato l’interventismo umanitario, le guerre e le ingerenze, anzi avrebbero scaricato il peso della Nato sui loro alleati. La terza, che avrebbe combattuto le follie dell’ideologia woke, del politically correct, della cancel culture che stanno minando l’Occidente. Per noi europei, e per noi che teniamo alla sovranità dei popoli, delle nazioni e degli stati, ci parevano prospettive assai promettenti. Così, benché indigesto, ci facemmo piacere Trump, soprattutto nel paragone con i dem americani, fino a Biden.

In questo anno di dominazione trumpiana, le cose hanno preso una piega assai diversa. Sì, si è davvero impegnato sui tre fronti promessi, con parziali risultati, ma prima con la lotteria dei dazi ha sconvolto il commercio mondiale e creato un saliscendi globale insostenibile; poi con le dichiarazioni di volersi prendere nazioni e spazi vitali utili agli Usa, infine con le azioni di guerra in Iran e poi in Venezuela, paesi magari odiati ma che non stavano attaccando nessuno, tantomeno gli Usa, ha fatto esattamente il contrario. Interventismo, minacce, prove di forza. La prima cosa, evidente, è che ha violato il diritto internazionale e ha avviato di testa sua un’azione di guerra e un’aggressione, con decine di morti. Certo, il regime di Maduro era pessimo, il Venezuela se la passa male, se già Chavez era un dittatore filo-castrista che aveva inguaiato il Venezuela, figuratevi il suo autista diventato lìder. Qualcuno dice, lascia stare il diritto internazionale, che è stato violato infinite volte. D’accordo, il problema non è solo di natura giuridica ma sostanziale, entriamo nel merito. Innanzitutto il movente dell’azione Usa non è “esportare la democrazia”, “difendere i diritti umani”, “combattere il narcotraffico” ma come lo stesso Trump ha dichiarato è l’interesse americano a riprendere il controllo del petrolio venezuelano. In secondo luogo, fa acqua da tutte le parti la tesi che bisogna intervenire dove viene violata la democrazia, e i diritti umani, perché in realtà si interviene dove hai la forza di farlo e dove i tuoi interessi premono, mica intervieni nei due terzi e più del pianeta in cui ci sono regimi liberticidi, dittature, massacri, fame e oppressione: dall’Africa alla Cina, dalla stessa Russia alla Corea, da Israele (dove la corte internazionale ha condannato Netanyau per le migliaia di bambini, donne e anziani palestinesi uccisi) a tanti posti in cui si perseguitano i cristiani. In terzo luogo, se uno Stato decide di poter intervenire quando e dove lo stabilisce il suo capo o il suo apparato militare-industriale, si crea un precedente e un alibi per tutti, a partire dalle potenze: per la Cina con Taiwan, per la Russia con le ex repubbliche dell’Urss. Se non dobbiamo appellarci a un diritto super partes condiviso ognuno si costruirà le sue ragioni per attaccare. In questo modo rendi il mondo peggiore e molto più pericoloso, in balia del più forte e delle armi. Poi verrà la Groenlandia…dove non c’è nessun dittatore, ma viene agitato solo il rischio che finisca sotto altre aree di influenza, in realtà ce la prendiamo noi statunitensi perché fa comodo ai nostri interessi.

Non è un caso che una parte cospicua dei Maga, tra cui non pochi seguaci di Charlie Kirk e del fronte nazional-conservatore che ha sostenuto Trump, non condivida questa sua politica colonialista, interventista e “imperialista”; e non la condivide per ragioni politiche e ideali “di destra”. Difatti criticavano l’interventismo dem di Obama, di Clinton, di Biden.

Dietro l’attacco al Venezuela e la strategia aggressiva di Trump non c’è la pazzia del magnate o la sua indomabile prepotenza ma c’è pure la pressione di un apparato bellico e di alcune lobbies influenti che sono riusciti a riportare gli Usa nella stessa politica militarista fatta con i dem e con i repubblicani, come i Bush. Ricordiamoci il Panama di Noriega e la sciagurata guerra in Iraq che acuì le tensioni in Medio Oriente, allargò l’odio islamico verso l’Occidente, poi l’attacco alle Torri… Così i capi d’accusa infondati a Saddam sugli arsenali militari, la sua uccisione; un errore che pure l’Europa, la Francia in testa, ripeté con Gheddafi con le conseguenze che sappiamo.

Il Sudamerica è un subcontinente martoriato, tra golpe servili filo-Usa e fallimentari regimi nazionalpopulisti, ora d’estrazione socialista ora peronista. I paesi che si ribellano ai diktat statunitensi sono boicottati ma sono nelle mani di tribuni disastrosi. L’unico paese che bene o male resiste è il Brasile, troppo grosso per essere trattato come una colonia. L’Argentina invece si è trumpizzata. Male andava il Venezuela, e male se la passa Cuba non da oggi, e così la Colombia, per dire dei paesi non allineati agli Usa.

Russia e Cina che s’indignano per il blitz trumpiano, tecnicamente invidiabile, colgono l’occasione per rafforzare le loro mire d’annessione. L’Europa come sempre balbetta, l’unica voce seria che si è elevata da queste parti è venuta da Roma, ma da Papa Leone XIV, benché statunitense, che ha difeso i diritti sovrani dei popoli e degli stati nazionali, senza sproloqui, leccate o scomposti attacchi ma con serena fermezza.

E l’Italia? Ma che volete che faccia, la piccola, inerme e poco rilevante Italia, se non adeguarsi, come quasi sempre ha fatto nella sua storia? Certo, andò un po’ meglio ai tempi di Craxi, e forse di Moro e di Andreotti, ma per loro poi furono guai; non potete davvero pensare che il sovranismo sia qualcosa di più di un urlo comiziale. L’Italia prende atto della forza, sa che Trump è un prezioso alleato, è realista e non vuol perdere l’appoggio della sponda atlantica. Tutto comprensibile. E d’altra parte se davanti al Venezuela, come davanti all’Ucraina e alla Palestina, avesse assunto un’altra posizione, probabilmente non starebbe ancora là, il governo Meloni. Dunque, è perfettamente comprensibile la situazione di chi sta al governo. Mi accontenterei che la stessa comprensione avesse il governo nei confronti degli analisti: se l’imperativo categorico dei governi è durare, sopravvivere al potere, l’imperativo categorico di chi scrive e analizza i fatti è capire, far capire, dire la verità, o quel che ci pare tale, qualunque essa sia. E non compiacere chi sta al potere. Poi, naturalmente, si può non condividere, nessuno ha la verità in tasca. Se proprio volete trovare una passione dietro le ragioni qui esposte, non è quella di “compiacere la sinistra”, come dicono i governativi per denigrare chi li critica; è un movente che ci è estraneo da una vita, e lo dimostriamo ogni giorno; ma semplicemente l’amore sobrio e tenace per l’Italia o quel che resta di lei, senza urla, retorica e trombettieri di vuvuzelas. Ma ad onor del vero.

Meloni allineata a Trump dimostra che l’Italia è uno Stato-satellite

(di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – Giorgia Meloni ha approvato il rapimento di Maduro affermando che il bombardamento del Venezuela, che ha causato decine di morti innocenti, è una “legittima azione difensiva”. La crisi in Venezuela offre un’occasione straordinaria per osservare i comportamenti di uno Stato satellite, come l’Italia o la Bielorussia, nelle crisi internazionali severe. Uno Stato satellite è uno Stato la cui politica estera e di sicurezza è controllata da una potenza straniera. La prima caratteristica di uno Stato satellite è la presenza militare permanente dello Stato straniero sul territorio nazionale. La seconda caratteristica, che scaturisce dalla prima, è che la potenza straniera controlla l’accesso alle cariche più elevate dello Stato. Detto più semplicemente, Crosetto e Tajani non sarebbero diventati ministri della Difesa e degli Esteri senza il consenso preventivo degli Stati Uniti. E se entrassero in contrasto con la Casa Bianca per difendere gli interessi nazionali dell’Italia? Cadrebbero in disgrazia e non potrebbero ambire a diventare presidenti della Repubblica, giacché, come ho spiegato in Casa Bianca-Italia, il filo-americanismo è l’ascensore sociale della Repubblica italiana. Oppure il governo Meloni cadrebbe per una manovra di Palazzo, giacché la Casa Bianca controlla il Parlamento dall’interno attraverso il controllo del vertice dei principali partiti.

L’Italia può cessare di essere uno Stato satellite? No, perché il suo moto rotatorio è un fenomeno eminentemente politico. Controllando il vertice della Repubblica, la Casa Bianca impedisce quei mutamenti geopolitici che consentirebbero all’Italia di cogliere le opportunità che si presentano nella società internazionale in trasformazione. Come la Terra con la Luna, la Casa Bianca vede sempre la stessa faccia dell’Italia: la faccia della sottomissione. Il giornalismo filo-americano, che controlla la quasi totalità dei grandi media, svolge la funzione sociologica di favorire il moto rotatorio dell’Italia intorno alla Casa Bianca. Lo vediamo in queste ore: Luciano Fontana ha esultato per il rapimento di Maduro, precisando di essere preoccupato per le pose muscolari di Trump. È la condotta tipica del giornalista filo-americano: da una parte approva implicitamente la violazione del diritto internazionale da parte della Casa Bianca, esultando per i suoi esiti (il rapimento di Maduro); dall’altra parte, esprime preoccupazione per il temperamento di Trump, così da offuscare il suo “doppiopesismo”.

Per i giornalisti filo-americani, le aggressioni della Russia vanno condannate senza se e senza ma, mentre le aggressioni degli Stati Uniti devono essere giudicate con i se e i ma. Ma la “morale internazionale” ha la sua logica: se il bombardamento di Trump in Venezuela è sbagliato, anche per i morti innocenti che ha causato, non è possibile esultare per i suoi esiti: è come esultare per un omicidio esprimendo preoccupazione per il temperamento dell’assassino. È come esultare per il crollo delle Torri Gemelle, esprimendo preoccupazione per il carattere di Bin Laden. Se Trump ha fatto qualcosa di buono (rapire Maduro), non può essere cattivo, giacché i cattivi non fanno intenzionalmente del bene. Sin dal primo giorno dell’invasione russa, questa rubrica, suscitando indignazione nel Corriere della Sera, aveva scritto che le grandi potenze agiscono in modi analoghi, laddove possibile. Il Corriere della Sera affermava che gli Stati Uniti sono diversi dalla Russia. Poi sono arrivati i morti innocenti a Gaza. Adesso arrivano quelli di Caracas. Ogni Stato satellite ha bisogno di creare un giornalismo che nobiliti la propria sudditanza, politica e morale, alla potenza dominante.