
(Davide Sabatino – lafionda.org) – Oggi chiunque parli della necessità di introdurre la “leva facoltativa” è un bugiardo, corrotto e in malafede. La reintroduzione della leva su base volontaria non è nient’altro che un cavallo di Troia per arrivare a inserirla, subito dopo, obbligatoria. Questo genere di escalation della propaganda emergenzialista l’abbiamo vista in opera di recente con i cosiddetti “vaccini” nel periodo della pandemia da Covid-19. Ricorderemo tutti come per prima cosa ci dissero che la vaccinazione era fortemente consigliabile. Successivamente dissero che era obbligatoria solo per gli anziani. Poi divenne obbligatoria per gli anziani e per le persone a rischio e nel giro di poche settimane ci siamo ritrovati tutti costretti alla somministrazione del siero sperimentale (senza alcuna distinzione di età), pena la soppressione di ogni nostra libertà giuridica fondamentale. Chi in quel periodo ha resistito, come il sottoscritto, alla violenza psicologica del potere tecnopolitico dei vari CTS, di Conte, di Mattarella, di Speranza e in ultimo di Mario Draghi, oltre all’aver vissuto ai margini della società, venne subito giudicato “traditore della patria”, appellativo che, guarda caso, verrebbe certamente addossato a chiunque si rifiutasse di presentarsi in caserma per il servizio militare.
Questa strategia comunicativa è nota agli esperti con il nome di “finestra di Overton”. Si tratta di un modello sociologico che descrive come un’idea, inizialmente considerata impensabile o inaccettabile, possa gradualmente evolversi attraverso varie fasi fino a diventare parte del discorso pubblico, socialmente accettabile e persino legalizzata, attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica e l’esposizione ripetuta.
In questo momento noi europei stiamo preparandoci alla guerra militare contro la Russia perché siamo convinti che solo attraverso la guerra si ottenga la pace (si vis pacem, para bellum). In tal senso, l’elemento culturale e ideologico, che sta a fondamento della reintroduzione della leva militare e, più in generale, della folle volontà di ritornare nuovamente a farci la guerra fra nazioni, sovrasta di gran lunga quello tecnico ed economico. Infatti, di sicuro esistono ragioni economiche e finanziarie per spiegare tanto la pressione delle industrie farmaceutiche sulla politica europea al tempo del Covid quanto l’insistenza delle multinazionali belliche in questo periodo di riarmo occidentale. Ciononostante, quello che sta a monte di queste decisioni pratico-politiche è sempre una stramaledetta visione culturale e antropologica dell’essere-per-la-guerra. Se non comprendiamo quest’ordine delle cose facciamo l’errore di ogni materialismo storico, ovvero quello di non tenere conto dell’importanza fondamentale della struttura antropologica (egoico-bellica) che influenza negativamente l’agire umano.
Detto in parole più semplici, il piano inclinato della storia contemporanea, che ci porta inevitabilmente a pensare che solo con la preparazione della guerra sarà possibile raggiungere uno stato di pace consolidata, torna ad affermarsi oggi come una sorta di determinismo bellico inevitabile proprio perché nessuno sente l’urgenza di contraddire culturalmente e spiritualmente l’assunto antropologico-ideologico di partenza. Quando si ripete come un disco rotto che bisogna “prevenire” la guerra, in realtà quello che si sta facendo è esattamente l’opposto, cioè darla per scontata, evocarla, alimentarla innanzitutto psicologicamente. Se ci fate caso, infatti, nella mente dei nostri governanti europei sembra scomparsa quasi del tutto ogni forma logica di mediazione pacifica e di stemperamento dei toni. È un continuo rilanciare minacce, provocazioni e rivendicazioni. Non si capisce che: chi si arma per difendersi (ogni guerra nasce come guerra difensiva) vivrà quel suo essersi armato non come una semplice e innocua tutela verso la violenza del nemico, bensì come hybris, come volontà di potenza nei confronti di tutti gli ipotetici nemici. “La violenza genera violenza; l’odio genera odio e l’intransigenza genera altra intransigenza”; e questo meccanismo, diceva M.L. King: “È una spirale discendente dove, alla fine, non vi è che distruzione per tutti”. Allora lo sforzo politico più importante che dovremmo fare oggi non è di carattere tecnico, ma è, per certi versi, pre-politico. Occorre una denuncia culturale dell’assetto mentale di un “io” votato all’odio e alla guerra. Urge una contestazione del sistema della guerra inteso come forma mentis di un’intera civiltà omicida-suicida.
Stiamo vivendo di fatto dentro una società schizzofrenica dove, da una parte, sentiamo parlare ancora di guerre armate come fossimo nell’Ottocento, e come purtroppo stiamo vedendo accadere da anni in Ucraina e in Palestina, mentre, dall’altra, al contrario, sentiamo discutere dalla mattina alla sera di Intelligenza Artificiale, di Multiverso, di mondi virtuali che rivoluzioneranno la nostra conoscenza della realtà tangibile e intangibile, amplificando gli orizzonti della coscienza umana come mai prima d’ora.
È un tempo vertiginoso quello che stiamo attraversando. Un tempo di passaggio antropologico. Viviamo schiacciati fra due poli estremi, quello retrogrado-nazionalistico-bellicistico, che vede patrie, guerre e fiumi di sangue scorrere ovunque, e quello futuristico-globalistico-scientistico, che ha messo sul proprio altare il dio dei Big Data, dei frammenti di vita digitale da idolatrare e venerare fino alla fine dei tempi. Una terza via, quella della Pace integrale, sarebbe opportuna, ma ancora non si vede spuntare all’orizzonte nessuna forza aggregativa in grado di raccogliere questa sfida dirimente. La partita è dunque aperta. Il bivio politico-spirituale resta lì difronte a noi. La retorica della guerra giusta, dell’attacco preventivo-difensivo, del riarmo consapevole continuerà a diffondersi sui giornali, in tv, sul web e nei vari parlamenti d’Europa. Vogliono puntare a nuove forme di contagio bellico, è evidente. L’unico modo per arrestare sul nascere questo loro intento diabolico è quello di privarli della materia prima fondamentale al ripristino di un assetto di guerra permanente, che non sono solo i nostri corpi fisici e le nostre monete, ma sono soprattutto i nostri pensieri, le nostre menti, il nostro spirito, le nostre anime incorruttibili.
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Il solito catastrofismo basato solo su ipotesi e totale assenza di concretezza.
Se può essere condivisibile l’idea che ci siano pressioni da parte delle lobby delle armi, è del tutto fuori dal mondo che la reintroduzione della leva sia il preludio di una guerra; al più può essere ritenuta una sorta di “spalla” per tentare di dare maggiore legittimazione al riarmo.
Partiamo da un dato di fatto: ammesso che si reintroduca la leva stiamo parlando di anni, non di settimane o mesi.
Già questo dovrebbe essere sufficiente per definire scorreggia una scorreggia e non un uragano.
Se poi si vuole andare a fondo nelle cose la sola leva non è sufficiente e non dimostra nel modo più assoluto che ci si stia preparando alla guerra.
Ci sono altri indicatori molto più evidenti: il primo fra questi è la riconversione industriale, fondamentale per un’economia di guerra.
La riconversione industriale è un fenomeno visibilissimo perchè significa trasformare in tempi rapidi un’economia civile per produrre armi, uniformi, carburanti dedicati, approntare la logistica.
La scala dei tempi tra ciò che si sta facendo e ciò che si farebbe in caso di preparazione alla guerra è quindi un primo elemento concreto che permette di distinguere i fatti reali dall’abbaiata alla luna.
La riconversione industriale prevede: Nazionalizzazioni, piani straordinari di approviggionamento energetico e di materiali ritenuti strategici, investimenti pubblici colossali ed immediati.
C’è qualcosa del genere in giro? No perchè sarebbe un suicidio politico.
Certo c’è la narrativa che dice che VW produce armi; come se la riconversione industriale della sola industria automobilistica, ammesso e non concesso che ci sia, fosse la dimostrazione.
Poi c’è la realtà che dice che VW licenzierà 35.000 persone entro il 2030; forse parte di queste persone saranno assorbite dalle industrie delle armi, ma la riconversione aziendale è una cosa totalmente diversa.
Che conclusioni trarre da un articolo del genere? ‘a da campa o’ creaturu.
Ma vale sempre la pena ricordare che il problema non sono i profeti di sventura, ma chi li prende sul serio senza spirito critico.
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infatti si investe in armi ed armate per collezionismo,
disse il Micetto da tastiera
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