Il presidente Usa vuole pazzamente il riconoscimento, lo ricorda ad ogni occasione come se gli fosse dovuto in una sorta di gara contro il suo predecessore Obama. A parte che s’intesta a vanvera la fine di vari conflitti, rimane l’uomo più divisivo del pianeta, quello che grazia i golpisti, manda l’esercito nelle città governate dai liberal, se la intende con le dittature più cruente e mina le basi della democrazia americana

L'account ufficiale dell'ufficio del Primo Ministro israeliano in inglese ha postato su X un messaggio a sostegno del premio Nobel per la pace a Donald Trump. \\\"Date al presidente Trump il premio Nobel: se lo merita!\\\"

(Gigi Riva – editorialedomani.it) – È davvero stupefacente, oltre che largamente insensata, la corsa turibolante di politici devoti e media compiacenti a sostegno dell’idea che Donald Trump ottenga il premio Nobel per la pace.

E subito, il più in fretta possibile. Cosa che appare fuori dalla realtà. Oltre al profilo discutibile del personaggio, c’è la tempistica che gli gioca contro. L’ultima riunione del comitato norvegese che lo attribuisce si è tenuta lunedì scorso, prima del (flebilissimo) accordo per la prima fase di un eventuale, possibile, futuribile cessate il fuoco stabile nella Striscia di Gaza.

Ma i fedeli di stretta osservanza trumpiana elevano cori ormai diventati usuali anche tra i cattolici quando invocano il “santo subito”, contro le regole secolari fondata su uno studio accurato di vita e opere del candidato.

Trump vuole pazzamente il riconoscimento, lo ricorda a ogni occasione come se gli fosse dovuto in una sorta di gara contro il suo predecessore Barack Obama, già a suo tempo omaggiato. E non manca di molestare la giuria con il pressing di cui può essere capace uno che di mestiere fa il presidente degli Stati Uniti e fino al punto di far spazientire lo storico dei Nobel Asle Sveen: «Non ci sono mai stati candidati che si sono comportati come Trump, il quale quasi pretende di ricevere il premio».

Galateo vorrebbe che un premio fossero gli altri ad assegnarlo. Ma il tycoon non conosce galateo, bisogna solo «baciargli il c..o», per usare il suo lessico. E ha oltretutto una benevola (eufemismo) considerazione di se stesso e del suo operato, molto lontana dalla realtà dei fatti.

Con la sua opera sarebbe stato decisivo, secondo la sua personale narrazione, per fermare sette conflitti in sette mesi, e sembra il titolo di un film. Una fatica di Sisifo di cui non sarebbe capace nemmeno un personaggio mitologico. Il primo successo in ordine di tempo che rivendica è Serbia-Kosovo, che risultano ancora guardarsi in cagnesco. La tregua tra Cambogia e Thailandia regge grazie alla vigilanza cinese. E nemmeno nella crisi del Kashmir tra India e Pakistan l’inquilino della Casa Bianca sembra essere stato decisivo, a meno che si possa considerare tale qualche telefonata.

Tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo sono riprese le scaramucce. Un accordo tra Armenia e Azerbaigian è stato in effetti siglato a Washington: importante per i benefici effetti sull’economia a stelle e strisce. E che dire di Israele-Iran, conflitto in sonno e che quando si è infiammato ha visto la partecipazione attiva degli Stati Uniti?

Ci sarebbe inoltre la piaga aperta dell’Ucraina che The Donald aveva promesso di suturare in 24 ore, mentre è sembrato correre in soccorso del più forte, Vladimir Putin, stendendogli anche dei tappeti rossi. La guerra nel quadrante nord-est dell’Europa è ancora più cruenta di prima.

Però Trump punta i piedi e vuole il Nobel. Come rifiutarglielo? Bibi aveva avanzato la candidatura del sodale americano qualche mese fa. Un frutto avvelenato, visto che il premier di Israele è inseguito da un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, oltre che essere fortemente indiziato di genocidio davanti al tribunale dell’opinione pubblica.

Ora ribadisce da Gerusalemme la sua convinzione per via della pace d’Egitto, per la quale si grida un po’ troppo precocemente al miracolo dell’uomo dai capelli color pannocchia. Intanto perché si tratta di un accordo sulla prima fase, lo scambio dei prigionieri. E bisognerà almeno attendere quando saranno affrontati i veri nodi delicati per capire se l’intero impianto reggerà.

L’altra volta, a inizio anno, tutto saltò nella seconda fase, quella che prevedeva il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia. E Netanyahu disattese i buoni propositi, rimasti dunque sulla carta, per lasciare spazio ai filmati sulla Gaza Riviera, per miliardari con conseguente espulsione dei palestinesi.

Ma bisogna fare in fretta, prima che tutto finisca a carte quarantotto. Presto, più presto, riunite la commissione di nuovo e dategli il Nobel prima che sia troppo tardi. Due italiani, Matteo Salvini e Antonio Tajani, in disaccordo pressoché su tutto ma in questo caso uniti dai “Nobel intenti”, finalmente in sintonia. Date ‘sto premio all’uomo più divisivo del pianeta, quello che grazia i golpisti, manda l’esercito nelle città del paese che governa, in particolare in quelle liberal, se la intende con le dittature più cruente e sta minando le basi della democrazia americana.