La direzione che l’Occidente ha imboccato, mentre si espande e si globalizza, sconta un peccato originale: dopo aver sottomesso per troppo tempo molte parti del pianeta con la violenza, il richiamo a “adesso pace” sembra egoista e arrogante a chi ha dovuto subire

(WALTER SITI – editorialedomani.it) – Da un po’ di tempo è quasi un luogo comune dire che se dovesse scoppiare la terza guerra mondiale, questa volta nucleare da entrambe le parti, sarebbe l’ultima guerra dell’umanità. L’affermazione mi sembra più mitica che realistica: presuppone uno scenario molto improbabile sul piano bellico, cioè che le migliaia di ordigni a disposizione delle otto o nove potenze nucleari scaricassero tutte insieme le loro potenzialità distruttive.
Più realisticamente verrebbero prima usate bombe tattiche, capaci di radere al suolo intere città, poi alcune di maggiore potenza che devasterebbero regioni più ampie; ma di fronte a una palese superiorità di una delle parti, o all’entità delle perdite di entrambe, si arriverebbe a un armistizio dettato dal terrore se non dalla ragione. Mettiamo che lo spaventoso risultato fosse di duecento milioni di morti, più della somma di qualunque altra guerra finora combattuta; sarebbe un 2,5 per cento della popolazione mondiale. L’altro 97,5 dovrebbe affrontare un terribile dopoguerra, con malattie a lungo termine, pesanti strascichi economici, finanziari e informatici, difficoltà di ricostruzione, odio incontrollabile; ma alla fine si arriverebbe comunque a una pace, a solenni dichiarazioni di “mai più”, alla costituzione di una nuova e più efficiente organizzazione mondiale delle nazioni.
La vita riprenderebbe, la resilienza della specie umana non può essere sottovalutata; a meno che l’umanità non si dirigesse verso una soluzione apparentemente più soft (l’autodistruzione per via di catastrofe climatica), passerebbe un altro paio di secoli e a dispetto del concetto di deterrenza scoppierebbe la quarta guerra mondiale. E poi la quinta eccetera, combattute da uomini molto diversi dagli attuali. La Storia, scriveva Montale, «non è magistra di niente/ che ci riguardi».
Perché allora si proclama come un dogma la visione apocalittica? Perché si dà per scontato che non si possa dichiarare guerra a una nazione dotata di arsenale nucleare? Solo il terrorismo è possibile contro quel tipo di nemico, o il suo isolamento totale, o il suo peraltro dubbioso strangolamento economico? Di fatto sono le soluzioni più ragionevoli e meno suicide, ma portano con sé come corollario che si accetti un inevitabile e complesso reticolo di reciproci ricatti, compromessi etici e materiali, ambiguo tradimento di alleanze.
Non so bene perché, ma la situazione così delineata mi pare parallela e corrispettiva a un altro meccanismo psicologico che non cessa di stupirmi, cioè il disperato bisogno di sperare e l’idea che si possa sempre ripartire per costruire un mondo completamente rinnovato. Rinnovato, s’intende, da un’ideologia consapevole e da qualche figura carismatica, non dalla cieca corrente della Storia. Apocalisse e palingenesi.
CAMBIAMENTO “DA FUORI”
L’altro giorno, alla presentazione di un libro, si parlava del fatto che il mutamento politico radicale, in occidente, risulta oggi impossibile; una ragazza ha obiettato «forse lo faranno i ragazzi della seconda generazione» e io come uno scemo non ho capito, ho chiesto «seconda rispetto a cosa?»
Si riferiva ai migranti di seconda generazione, a un cambiamento che si spera possa venire “da fuori”, o meglio da dentro ma ad opera di chi del fuori ha serbato un ricordo; ripartire da Ghali, o addirittura da Mahmood. Il pensiero mi è corso a tutte le volte che la sinistra italiana ha indicato un punto fuori dalla politica politicante da cui ricominciare per rigenerarsi: Aboubakar Soumahoro come possibile nuovo segretario del Pd, ripartire da Giulia Cecchettin, credere che la recente vittoria elettorale in Sardegna potesse segnare un cambiarsi del vento. Ridare nuova centralità agli operai, ricostruirsi dal basso, fidarsi dei giovani che stanno riscoprendo lo spirito di comunità, rivalutare l’amore.
L’ultima e la penultima cosa valgono sia per la sinistra che per la destra, qui magari con sfumature di rimpianto e di rivalsa; per la destra la palingenesi è il ritorno alle “buone pratiche”, invertire di 180 gradi un mondo che sta camminando al contrario, uscire dall’euro, ripristinare il servizio militare obbligatorio, ritrovare l’amor di patria, Mameli, la bellezza italiana tradizionale, la Sacra Famiglia, l’eroismo.
Il comun denominatore, mi sembra, è lo smarrimento di fronte a una mutazione irreversibile dei costumi, dei rapporti di forza a livello mondiale, del concetto stesso di umanità. La tecnologia col suo moto accelerato (anche se non “esponenziale” come vorrebbero certi adepti più o meno neo-gnostici come Ray Kurzweil) rende il futuro del tutto impredicibile; per questo riappaiono termini a sfondo religioso, fughe in avanti o all’indietro.
La direzione che l’Occidente ha imboccato, mentre si espande e si globalizza, sconta un peccato originale: dopo aver sottomesso per troppo tempo molte parti del pianeta con la violenza, il richiamo a “adesso pace” sembra egoista e arrogante a chi ha dovuto subire. Difficile immaginare che sul piano geopolitico si possa arrivare a una “nuova Yalta” se prima non c’è stato un vero, spietato conflitto. Ci si rifugia nell’illusione che bastino le “prese di coscienza”, ma è un’illusione che ha sempre fallito, l’Illuminismo ne è testimone.
PRONTI A MORIRE PER TALLINN?
È molto bello che i ragazzi della generazione Z affermino di preferire il “noi” all’io; il problema è capire che cosa siano disposti a fare nel caso che il “noi” richieda all’io dei sacrifici non formali. Se Putin, tanto per fare un esempio, dopo aver vinto in Ucraina ed essersi impadronito della Transnistria nonché della Moldova, attaccasse l’Estonia, varrebbe la pena di morire per Tallinn? Quanti di loro (per non dire di noi, incancreniti nel benessere) saprebbero rinunciare al loro tenore di vita e combattere per un ideale?
I padri della nostra democrazia l’hanno fatto, hanno sofferto fame, guerra e prigionia; nemmeno loro lo volevano, avrebbero preferito studiare, godersi i piaceri della giovinezza; il dominio della bruta forza li ha costretti. Sognare le ripartenze non costa nulla, e nemmeno consolarsi attribuendo a se stessi un’astratta disponibilità alla lotta; né è dignitoso rifugiarsi nella convinzione di un’impotenza generalizzata.
L’orizzonte sembra chiudersi in un cupo circolo vizioso, a cui ci si sottrae accontentandosi di miglioramenti settoriali, coltivare il giardino delle nostre attenzioni verso gli altri e delle nostre brame di giustizia. La guerra in Europa non ci sarà, siamo troppo civili per questo; la cultura ci salverà? Hic Rhodus, hic salta.
già, grandissimo pexxo di me3rda!!
prima bisogna che almeno 300milioni di persone vengano uccise,
intere regioni vengano rese inabitabili,
i sopravissuti soffrano fame, guerra e prigionia,
si vinca contro la Russia eppoi rinasceremo migliori
Ma quanto pesante ha mangiato questo st3onzo?
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Walter, se hai tanta voglia di morire per l’ Ucraina, per la Moldavia, l’ Estonia, parti per il fronte già in corso e portati dietro la famiglia, affinché la generazione di imbecilli come te non abbia modo di fare ulteriori danni! Io non voglio una nuova Yalta a conclusione di un conflitto, io vorrei semplicemente che non vi fosse alcun conflitto! Se poi fossi proprio costretta alla violenza per difendere la vita di mia figlia, l’ unica che idealmente merita il mio sacrificio, saprei certamente essere spietata, come ultima soluzione di contrasto ad azioni criminali , che sono tali anche se ammantate di retorica spiccia da quattro soldi, sbrodolata in un articolo dove l’ unica etica sarebbe il pudore della vergogna che non hai! Basterebbe questo per essere migliori, provace!
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Non credo di dover prendere lezioni di rinnovamento morale e di urgenza al sacrificio dal professor Siti.
“hic Rodhus, hic salta” vale più per lui che per me: lui deve difendere il privilegio che incarna e di cui gode quale componente della élite culturale/economica nazionale, non io;
lui è un barone ben introdotto e, come i tanti che hanno avuto privilegi dal Sistema è lui stesso chiamato a difenderlo e a sacrificarsi, non io; lui che dagli alti scranni cattedratici va a “colonizzare” le borgate e lí attinge i suoi piaceri da vendere nei romanzi di auto-analisi è il solo che debba sentirsi chiamato a auto-macellarsi per difendere il suo modello predatorio, non io.
Non sono io a dover prendere lezioni non d’inchiesta da vecchi tromboni, e il termine tromboni non è una licenza poetica, e tantomeno le “masse” di cittadini che l’urgenza di “rinnovamento” al fronte non la sentono, giacché il fronte è sempre, la prima linea è sempre e ogni giorno è la nostra guerra di resistenza al Sistema che rappresentano questi privilegiati che pontificano sui loro vellutati culi caldi.
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