
(Alessandro Trocino – corriere.it) – Avete visto «Report» e vi è passata la voglia di bere vino? C’è da preoccuparsi? Come spesso accade, guardando le inchieste di «Report», la notizia della morte del de cuius (il vino, nello specifico), è fortemente esagerata. Ogni volta che si guarda una puntata, viene in mente Carlo Lucarelli che ci guarda torvo: paura eh? Già, perché la logica delle inchieste è quella di trovare il marcio da qualche parte e se non si trova proprio, basta qualcosina di surmaturo o di lievemente deteriorato: è sufficiente per allarmare lo spettatore del putridume che sta per travolgere le nostre vite o nel quale siamo immersi senza saperlo. Spesso non è neanche questione di inesattezze o errori (ci sono anche quelli), ma di allarmismo puro, di marketing della paura (un po’ come la politica, insomma).
In vino veritas
Proviamo dunque a fare un po’ la tara all’ultima puntata di Report, a deacidificare la narrazione e a filtrare il discorso. Ed eccoci alla questione vino, oggetto dell’ultima puntata, a cura di Emanuele Bellano. Mettiamo subito da parte le reazioni esagitate del ministro Francesco Lollobrigida: «Abbiamo il nemico in casa». Come gli è stato fatto notare, se la casa di cui sopra è la Rai, non è casa sua. E se, invece, come sosteneva in tv il sempre performante Alessandro Giuli, parlava dell’Italia, peggio ancora. Non ci sono nemici, qui, se non i sofisticatori e i truffatori. Ed eccoci al punto. E alla domanda fondamentale: cosa c’è dentro il bicchiere che beviamo? Cosa c’è nel nostro vino e com’è fatto? Spiace non poter rispondere. Alla faccia di tutti i disciplinari della terra, di tutti i controllori, di tutte le doc, docg e sigle possibili e immaginabili, non possiamo sapere il contenuto del nostro bicchiere. È una disdetta, un peccato, anzi un oltraggio alla democrazia oltre che alla nostra salute. Ci son problemi peggiori, certo, ma non sapere cosa beviamo, sarete d’accordo, è una cosa molto spiacevole. Che contraddice anche la saggezza antica: in vino veritas. Ma quale veritas?
Vino sintetico
Dice Report tre cose, in sintesi. Che i vini vengono costruiti. Un vino è poco acido? Poco tannico? Poco alcolico? Poco trasparente? Ci sono rimedi legali, additivi e enzimi di ogni tipo. Il «piccolo chimico», come recitava il titolo del servizio, fabbrica il vino che vogliamo, con il colore, la trasparenza, il gusto e il profumo che desideriamo (anzi, che la polizia della moda e del gusto ci impongono periodicamente). È una cosa piuttosto nota, anche se un ripasso non fa male. È successo negli anni ’70. La scienza ci ha messo a disposizione ogni bendidio per costruire il nostro vino Frankenstein: all’inizio abbiamo salutato con entusiasmo positivista il progresso scientifico, poi abbiamo cominciato a interrogarci corrucciati sui limiti dell’interventismo tecnologico. La questione è tanto nota che su questo tema è nato un intero movimento, quello dei vini naturali, o artigianali, o veri, o come li volete chiamare. Vini non solo senza sostanze chimiche aggiunte, ma che limitano anche il più possibile l’intervento dell’uomo. È qui che è nata la grande dicotomia tra i vini convenzionali, quelli industriali, su vasta scala, e i vini naturali, solitamente di piccoli produttori. Differenze di approccio, anche se talvolta si scade nella macchietta, con derive new age e no vax di alcuni produttori troppo innamorati della natura e poco della scienza. Ma al netto delle derive estremiste, il movimento dei vini naturali è una reazione giusta e necessaria a vini botox, elaborati, stressati, siliconati, svuotati di ogni vita, omologati, standardizzati. Ma torniamo a Report.
Gli additivi
La seconda cosa che si dice nel servizio è che vengono usate anche sostanze illegali per abbellire i vini o per resuscitare uve morte. E questo non è bello, anche se la faccenda è nota. Illegale usarle, ma non venderle e così i negozi di enologia fanno affaroni, senza che nessuno abbia da ridire. A questa seconda traccia, si unisce un ultimo filone, quello delle truffe. Report riferisce, e questa è forse la parte dell’inchiesta più interessante, che ogni giorno la penisola è attraversata da decine di Tir che portano uva da Sud a Nord. Un fenomeno che c’è sempre stato, sia pure in forme diverse. Una volta succedeva perché le uve del Piemonte e del Veneto, terre allora fredde, non raggiungevano il sufficiente grado zuccherino per arrivare al minimo di alcol necessario per chiamarsi vino o per entrare nei disciplinari: e così da Puglia e Sicilia arrivavano a dar manforte tir e tir di Primitivo e Nero d’Avola, che irrobustivano gli stitici vini nordici (in Francia son più pratici, con la chaptalisation aggiungono zucchero nel vino, che da noi è vietato). Ma ormai c’è il cambiamento climatico e quindi i vini del Piemonte raramente stanno sotto i 13-14 gradi, senza bisogno di aiutini esterni.
Nord chiama Sud
Ma ci sono altri due motivi per importare uva dal sud: la peronospora, malattia che quest’anno ha fatto strage, e il prezzo dell’uva. E così arriva uva non solo da terre ricche di acini sani, ma arriva anche uva da tavola, che non sarebbe idonea a farci il vino, ma che costa meno. E così succede che milioni di bottiglie di prosecco, che dovrebbe essere fatto con la glera nei confini nordici, già smisurati e allargati per decreto da Luca Zaia, viene fatto con pinot grigio della Puglia. Non benissimo. A questo si aggiungono criminali guerre commerciali combattute a suon di dipendenti infedeli degli apparati di controllo dello Stato, che finiscono poi, misteriosamente ma non troppo, per essere assunti dalle aziende stesse. A questo punto, le associazioni di produttori che dicono? E il governo come reagisce? Come al solito. Invece di indignarsi contro ladri, approfittatori, commercianti senza scrupoli, gente che rovina il Made in Italy e devasta la qualità, se la prende con Report, che denuncia il fenomeno. Film già visto, inguardabile sin dalla prima visione.
La chiave è l’etichetta
Resta da dire che i tre filoni seguiti da Report dovrebbero stare ben distinti. E che sovrapporli, confonderli, finisce per togliere forza all’inchiesta. Certo, aumenta la repulsione («Dio mio cosa ci danno da bere, veleno?»), e quindi fa parlare della trasmissione e aumenta gli ascolti. Ma non fa opera di bene. Meglio sarebbe distinguere i piani. E spiegare che c’è un gigantesco rimosso nel mondo del vino e si chiama etichetta. Se tu produttore vuoi il mosto concentrato rettificato (che aumenta il grado alcolico), benissimo. Ma io voglio saperlo. Deve esserci scritto in retroetichetta o in qrcode. Se vuoi usare colla di pesce, bentonite, filtrazioni sterili, gomma arabica, caseina, trucioli di legno, ferrocianuro, dimmelo. Se nel tuo Barolo hai aggiunto il lievito Brl97, che enfatizza gli aromi di ciliegia, liquirizia e frutti di bosco, benissimo. Ma siccome pago 50 o 100 o di più, mi piacerebbe essere informato, se non è troppo disturbo. La questione, alla fin fine, è proprio quella: l’etichetta.
Divieto di trasparenza
Per una convergenza di interessi, i grandi produttori, in combutta con la politica, hanno sempre impedito la libertà di etichetta. Non solo non c’è l’obbligo di scrivere gli ingredienti, ma c’è il divieto. Così, mantenendo nell’ignoranza il consumatore, possiamo continuare a metterci quello che vogliamo nel vino. Tempo fa girava un cartello che mostrava come in una sola bottiglia ci possono essere fino a un centinaio di additivi, enzimi, conservanti e sostanze di ogni tipo. Niente di male, se son legali (ma neanche benissimo). A patto che noi si sappia. È questa la vera questione che «Report» ha trattato solo lateralmente e che ministri, rappresentanti di categoria e grandi produttori si guardano bene dal sollevare. Fin quando il vino non sarà nudo, noi continueremo a bere un liquido ignoto. Vale però un’ultima considerazione.
Leggere gli indizi
Visto che non ce lo vogliono dire, come si usava scrivere qualche anno fa, visto che ce lo nascondono, dovremmo cominciare a farci furbi. A informarci (eh, costa fatica, è vero). A capire che un vino bianco troppo trasparente e un rosso troppo luccicante nascondono spesso procedure invasive. Che un bianco torbido non filtrato non è difettato, anzi, vale il contrario. Che i lieviti a fondo bottiglia danno materia e forza al vino. E che, come con gli amici, anche i produttori vanno conosciuti per potersi davvero fidare e capire come lo fanno il vino. E più sono grandi i produttori, più comprano uva sconosciuta da viticoltori che non si sa come la trattano, più abbassano i prezzi, e più aumenta il rischio che quel liquido non sia esattamente un nettare divino ma un liquido ipertrattato che conserva solo un lontano ricordo dell’uva da cui dovrebbe provenire.
“Vini non solo senza sostanze chimiche aggiunte, ma che limitano anche il più possibile l’intervento dell’uomo.”
E perché mai? Innanzitutto bisogna distinguere l’intervento dell’uomo dalla sofistificazione. Il vino non è qualcosa che sgorga da una sorgente o cola da un albero, è il prodotto dell’uomo. La tecnologia ha consentito di raggiungere livelli di qualità altissima. L’uso di tini in acciaio inossidabile raffreddati ha permesso di conservare sostanze volatili che si sarebbero perse alle temperature a cui salirebbe il mosto durante la fermentazione con un salto di qualità enorme soprattutto per i bianchi.
La maggior pulizia ha ridotto le contaminazioni e le tecnologie hanno perfezionato i processi (per esempio l’automazione dei rimontaggi). L’aggiunta di piccole quantità, di molto inferiori ai limiti legali, di solfiti elimina la possibilità di fermentazioni indesiderate.
Non ho mai gradito la pratica di aggiungere mosti (mosti e non uve!) del sud per fare i vini del nord, preferendo la tecnica francese che prevede(va) l’aggiunta di zucchero per aumentare la gradazione alcolica perché quest’ultima non altera i sapori delle uve originali.
Vogliamo ricordare lo scandalo del vino al metanolo degli anni 80? Chi furono gli artefici? Uno sparuto gruppo di piccoli contadini, non certo piccoli, medi e grandi produttori strutturati.
Quindi sono d’accordissimo che le etichette dovrebbero riportare molte più informazioni, ma quando sento parlare di “vino naturale” non posso che dubitare delle conoscenze di chi parla. Rimando ai vari video di Bressanini su youtube relativi ai “cibi naturali” e consiglio di smetterla di demonizzare la chimica vedendola come il male assoluto. Se un male assoluto esiste, questo è l’avidità dell’uomo.
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Vero, però bisogna fare luce anche su quei vini che di uva non ne hanno vista mai,
E si i vini del nord che a stento raggiungono i 10 gradi alcolici ce li ritroviamo in tavola a 13,5-14 gradi, alcool zucchero mosti disidratati, e uva per aumentare la quantità, enocianina per il colore, anti acidi, carboni attivi per chiarificarli e altri 100 Milà intrugli chimici, ho conosciuto gente che dalla sera alla mattina hanno fatto ettolitri di pseudo vino con una grossa sorgente d’acqua e tanta chimica. In effetti il vino che beviamo è un prodotto morto, possiamo prendere un bicchiere di tal prodotto e lasciarlo su un ripiano per un mese o più e non si altererà, cosa che non succede con un vino non pastorizzato.
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La puntata di report è ineccepiblie.
I prodotti chimici /o i processi che si utilizzano per “migliorare il vino” sono innocui per la salute umana
Da ingegnere chimico so benissimo che la bentonite usata in sospensione acquosa, oltre che per chiarificare il vino, è usata anche per lubrificare le trivelle che perforano i pozzi di petrolio; giusto un esempio.
Però è corretto scrivere in etichetta ciò che si usa.
Il consumatore deve essere informato per poter fare una scelta consapevole.
Va bene anche il vino “acqua e zucchero” purchè non sia dannoso ; però io devo saperlo; poi sta a me scegliere ovviamente.
A mio modesto parere il vino è un prodotto iper-inflazionato, una bolla; hanno creato un business enorme; delle strategie di marketing che, agli occhi di uno che conosce un pò l’argomento, sono risibili quando visti in prima battuta e fanno riflettere se analizzati con calma; tipo il contenuto di resveratrolo.
E’ vero nel vino c’è un certo contenuto di resveratrolo; ma ha percentuali trascurabili rispetto a 100 gr di pomodoro; con l’agggiunta che l’alcol è tossico per il fegato, il pomodoro no; esempio di marketing.
Quindi mettete in commercio il vino che volete; ma fatemi sapere cosa sto bevendo.
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appunto ho premesso di non confondere la sofisticazione…
Ora i vini del nord non hanno bisogno di potenziamento per raggiungere i gradi dei disciplinari, quasi nessuno. Parlavo l’estate passata con un viticultore nel Rheiland-Pfalz che mi diceva dei problemi che hanno a causa del caldo per il Riesling. Figurati! Se fa caldo lì, figurati da noi.
Quindi ovviamente no alla sofisticazione e soprattutto sì all’indicazione in etichetta obbligatoria. Poi non so che vini bevi tu, ma io se lascio il vino del bicchiere a pranzo, a cena è già imbevibile.
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E se a sera è già imbevibile, be’ i casi sono 2
1 vino di un contadino non uso a prodotti soffisticati e bassa dose di metabisolfito,
2 vino fatto con acqua e aromatizzanti coloranti ed alcol
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Ti contraddici: avevi appena detto che il vino SOFISTICATO è morto e non si altererà e ora mi dici il contrario. No, con tutto il rispetto del contadino, io non bevo del contadino.
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Il vino del contadino, normalmente viene aggiunta una dose di metabisolfito, e a seconda della quantità ha una durata breve,
Poi ci sono i vini imbottigliati che passano da un filtraggio e una pastorizzazione che ne impediscono l’alterazione, se mi parli di vini mossi normale che evaporino e perdano la loro brillantezza,
PS sono anni che non mi dedico alla vinazione, 1 ettaro di vigna con la famiglia.
Se in cantina non c’è un buon enologo (chimico) il vino diventa aceto.
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Il vino viene costruito in cantina non nella vigna.
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Esatto: è un prodotto dell’uomo, non nella natura.
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Finalmente ho capito perché hai scelto il nick Rassegnato 😂🍾🍸
“La tecnologia ha raggiunto….altissima
vero ma non centra niente con i prodotti chimici aggiunti al vino o in vigna 🤷♂️
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Lionheart a Breganze Vi, c’è un gruppo” Canevisti.it” gente più o meno giovane che a tempo libero coltivano la vigna e con la loro uva si fanno il vino (e se lo bevono 😂) alcuni di loro sono ingegneri
Magari se ti interessa approfondire.
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infatti io non parlo di aggiunta di prodotti chimici, a parte di quella piccola quantità di solfiti, parlo della tecnologia della vinificazione che è opera umana e non della natura.
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Ma quando sento parlare di vino naturale……….
Approfondisci “VinNatur.org”
Magari ti fai un’idea un po’ più precisa di quel mondo.👐
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Personalmente ho il privilegio di bere vino naturale; lo produce mio suocero per se, per me e per mio cognato.
Fino a quando sarà in grado di produrlo continuerò a berlo.
Resta il fatto che, nell’ambito della legalità, tu puoi commercializzare il vino e tutto ciò che vuoi.
La cosa importante è che chi compra sia consapevole di ciò che sta comprando.
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grazie del consiglio, lo seguirò. Ovviamente mi riferisco alla semantica dell’espressione, però sono sempre aperto a imparare cose nuove.
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Ho trovato 6 produttori di cui bevuto il vino abbastanza regolarmente e altri due che ho avuto modo di apprezzare. Sicuramente ce ne sono altri.
Ho letto le regole e mi trovo d’accordo su quasi tutte, ne trovo qualcuna indifferente e con 2-3 non sono d’accordo. Comunque si tratta di regole di buon senso e valide per garantire un buon prodotto e valido. Resta il fatto che il termine “Natur” viene usato a sproposito: cosa c’è di naturale nell’aggiungere anidride solforosa? Visto che non usano lieviti selezionati, ma fanno affidamento su quelli che si trovano naturalmente nell’aria e sulla buccia, è impensabile non usare i solfiti. Sulla chiarificazione non ho ancora veramente le idee chiare e a tutt’oggi continuo a sospendere il giudizio.
Sulla biodinamica altrove ho letto delle cose che mi hanno lasciato basito: roba da stregoni e sciamani. Lì soprassiedo.
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Ancora grazie per il link.
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Tra l’altro uno dei punti su cui non sono d’accordo è per eccesso di permissività: “con un massimo del 10% di uva acquistata proveniente da Reg. CE 834/07 (biologico), e coltivati secondo le indicazioni di base di cui al punto 1”. Per quel che mi riguarda, nessuna deroga. Se bevo un Barolo o un Barbaresco l’uva deve venire da lì. Se bevo un Inferno deve venire dalla Valtellina. Anche se sempre di uva nebbiolo si tratta, che restino separate.
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Sono piccoli vignaioli.la media non supera le 15/20.000 bottiglie di solito acquistano qualche quintale d’uva dal confinante per non avere brutte sorprese se esportano in Giappone.
La’ fanno analisi serie ad ogni lotto importato.
Finita una bottiglia di “Supernova” sono tornati i miei figli da Berlino per le feste.
🥂😊
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Senza solfiti aggiunti.
Niente testa gonfia 😂
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@seve
A Breganze c’è Maculan, uno dei miei produttori favoriti. Ho sempre qualcuna delle sue bottiglie in cantina.
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