(di Massimo Gramellini – corriere.it) – È retorico Gino Cecchettin quando a «Che tempo che fa» ci esorta ad amare invece che a odiare? E fanno soltanto retorica le Spettabili Autorità che davanti all’università romana della Sapienza hanno installato una panchina rossa, subito smontata e gettata nella spazzatura da un collettivo di studenti e studentesse indispettite, per l’appunto, dalla «retorica dell’iniziativa»? D’altronde chiunque, a mille panchine rosse, preferirebbe mille centri antiviolenza. (Il sindaco di Roma ne ha appena annunciato uno per ogni quartiere, sperando non finisca come quando promise che avrebbe trasformato la capitale della «monnezza» in un borgo del Trentino). Ma, in attesa dei centri, io mi tengo le panchine. E le belle parole di Gino Cecchettin. Perché non sono più così convinto che la retorica rappresenti solo una scorciatoia ipocrita e un espediente propagandistico. Anzi, comincio a sospettare che finisca per fare del bene persino a chi ne è allergico.

Come certe medicine, la prima reazione che la retorica provoca è il rigetto. Poi, però, si insinua lentamente dentro le persone e prepara il terreno, cambiando il modo di pensare, e di agire, di comunità intere. Ripenso spesso a quelle bambine calabresi che hanno appeso sul balcone il cartello «Help» mentre il padre picchiava la madre e poi, all’arrivo degli agenti, hanno mimato il segnale internazionale di aiuto. Prima del clamore mediatico e, certo, anche un po’ retorico delle tante campagne contro la violenza sulle donne, lo avrebbero fatto?