Se Giorgia Meloni si è spesa tanto per sostenere la destra post-franchista spagnola alle elezioni di domenica, indifferente alle accuse di estremismo che ciò le avrebbe procurato, è per il banale motivo che […]

(DI GAD LERNER – ilfattoquotidiano.it) – Se Giorgia Meloni si è spesa tanto per sostenere la destra post-franchista spagnola alle elezioni di domenica, indifferente alle accuse di estremismo che ciò le avrebbe procurato, è per il banale motivo che Fratelli d’Italia e Vox sono davvero fatti della stessa pasta.

Sarebbe ora che ne prendessero atto, nell’establishment imprenditoriale e giornalistico nostrano, i neofiti estimatori della premier che pur di salire sul carro della vincitrice continuano a incoraggiarne un’impossibile svolta europeista moderata. Semplicemente contronatura, vista la composizione del suo gruppo dirigente e la cultura politica che lo contraddistingue.

Lei resta né più né meno una fotocopia di Santiago Abascal, il leader di Vox che ieri si è rotto le corna scontrandosi con la ferma volontà degli elettori iberici di scongiurare un fosco ritorno al passato. Forse ce lo siamo dimenticati, ma se Meloni è arrivata a governare l’Italia nel 2022, conquistando una maggioranza relativa che in cifre reali conta poco più di 7 milioni di voti su 46 milioni di aventi diritto, ciò si deve solo ai demeriti degli avversari. Ha pesato, certo, la diversità di sistema elettorale fra Italia e Spagna. Ma ancor di più ha pesato la cupio dissolvi del Pd e del M5S che le hanno spianato la strada dividendosi dopo che già si erano dissanguati nel sostegno al governo tecnocratico di Draghi.

Per consolidarsi Meloni puntava su due carte: un ferreo allineamento atlantico in obbedienza agli Usa; e il progetto di sovvertire gli equilibri politici continentali consegnando la guida dell’Ue a una coalizione fra Popolari e Conservatori dopo le Europee del 2024. Giovedì alla Casa Bianca la premier cercherà di farsi perdonare le simpatie trumpiane promettendo a Biden di ripudiare l’accordo sulla Nuova Via della Seta sottoscritto dall’Italia con la Cina. Ma in Europa, dopo le elezioni spagnole, per lei le cose si mettono male. E ancor peggio potrebbero andarle a ottobre quando in Polonia si voterà per il rinnovo del Parlamento. I suoi confratelli del PiS, dati in forte calo nei sondaggi dopo otto anni di governo, dovranno vedersela con l’avanzata della Coalizione Civica guidata da un leader del Ppe, Donald Tusk. I conservatori polacchi stanno cercando di azzopparlo con una pretestuosa legge ad personam, che tutti chiamano “Lex Tusk”. Sarà interessante vedere se Giorgia Meloni li appoggerà anche in questa forzatura che il Parlamento europeo ha già condannato.

Visto che i democristiani tedeschi rifiutano qualsiasi alleanza a destra con Alternative für Deutschland, visto che pure il primo ministro conservatore greco Mitsotakis aderisce al Ppe, visto che i rapporti fra Giorgia Meloni e Marine Le Pen sono pessimi, non si vede per quale via il governo italiano possa uscire dall’isolamento. Il sovranismo si rivela essere la sua gabbia. E a tenervi imprigionata Giorgia Meloni contribuisce anche il suo incarico di presidente dei Conservatori europei. Mica li può liquidare passando con ardita metamorfosi su un’altra sponda.

Più facile che, di fronte alla malaparata, Fratelli d’Italia faccia ricorso al tradizionale vittimismo dell’italico nazionalismo straccione e rispolveri la propaganda barricadera di cui si avvantaggiava stando all’opposizione.

L’unico elemento che continua a giocare a favore della Meloni è la mancanza di alternative, determinata dalla collezione di errori di un centrosinistra che sulla carta numericamente già ora nel Paese, ma non in Parlamento, la sopravanzerebbe. La lezione spagnola giunge preziosa a ricordarcelo.