Altro che bamboccioni: così da 20 anni il lavoro taglia fuori i più giovani

Il decreto lavoro proposto dal Governo Meloni spinge sulla liberalizzazione dei contratti a termine e sull’innalzamento del tetto dei voucher di lavoro occasionale. Si allarga, ancora una volta, il fossato tra chi ha un lavoro stabile e chi è costretto ad arrangiarsi combattendo con un welfare, un fisco e un’economia disegnate per le generazioni precedenti

(Daniele Tempera – today.it) – Maria è un’insegnante precaria. Nel corso dell’anno ha accumulato una breve supplenza a cui è seguito un periodo di disoccupazione, un lavoro di pochi mesi come segretaria e perfino un’esperienza come assistente di regia in uno spettacolo teatrale, la sua grande passione. Ha poco più di trent’anni, un dottorato di ricerca ed energia da vendere. A teatro la volevano pagare in nero, ma ha insistito per avere tutto in regola. La sorpresa è arrivata a settembre quando l’Agenzia delle Entrate le ha chiesto un sostanzioso conguaglio per la dichiarazione dei redditi presentata. Soldi sui quali pensava di poter contare per pagare l’affitto e le bollette e che si è trovata a restituire allo Stato. La somma delle cifre guadagnate aveva infatti fatto scattare uno scaglione Irpef più alto da quello trattenuto dai singoli datori di lavoro e l’avevano portata al di fuori della cosiddetta “No Tax Area”. Il risultato è stato quello di dover fare ancora di più i salti mortali per arrivare a fine mese e ripagare il “debito” contratto con lo Stato. La colpa quella di aver “lavorato troppo” o non essersi accontentata di una paga in nero, come le suggerivano in tanti. 

Sembra un’assurdità, è solo una delle tante storie comuni vissute sulla propria pelle dai lavoratori precari italiani. Il simbolo di un welfare e di un sistema fiscale fermi ancora al secolo scorso.

Quanti sono oggi i lavoratori precari

Garantiti o dimenticati: si può riassumere così il mondo del lavoro in Italia. Da decenni è in corso una netta separazione tra tipologie di lavoratori in termini di retribuzioni, diritti, tutele. L’ultimo decreto del lavoro promosso dal Governo Meloni massimizza questa tendenza. Da un lato si abbassa temporaneamente il cuneo fiscale per molti lavoratori dipendenti, dall’altro si allentano le maglie per il ricorso ai contratti a tempo determinato e ai cosiddetti “voucher”. Si abolisce il reddito di cittadinanza che per molti lavoratori poveri rappresentava un’integrazione importante in termini di reddito. 

E che il modello economico italiano sia basato sul ricorso massiccio al precariato è ormai un dato di fatto. La conferma è arrivata in questi giorni anche dalla strigliata di Bruxelles che ci ha chiesto formalmente di far fronte all’abuso di contratti a tempo determinato all’interno delle amministrazioni pubbliche come quelli praticati nella scuola o nella sanità. 

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Oggi i lavoratori a termine in Italia sono circa 3 milioni: oltre il 30% di loro ha un contratto che non supera il mese di durata. E tra i dipendenti, anche a tempo indeterminato, dobbiamo contare 4 milioni di uomini e donne con un’occupazione part-time, spesso involontaria. I lavoratori in somministrazione, ovvero assunti dalle agenzie interinali sono invece oltre 400mila. Ci sono poi la larga schiera di lavoratori autonomi e ulteriori forme di contratti “atipici” su cui non abbiamo informazioni sufficienti. Quando parliamo di occupazione e di mercato del lavoro parliamo anche di questo.

Ma l’aumento delle figure precarie e atipiche parte da lontano e non è di certo attribuibile alla responsabilità di uno o più governi. 

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Dal 2004 il numeri dei lavoratori a termine sono quasi raddoppiati passando da 1,8 milioni ai 3 milioni attuali. Stime analoghe si possono attribuire anche all’andamento dei contratti part-time. Un cambiamento che è stato promosso da destra e sinistra: dal pacchetto Treu, anno di grazia 1997, alla legge Biagi, dalla riforma Fornero al Jobs Act, tanto per citare gli snodi principali. La vulgata era che la flessibilizzazione del mondo del lavoro facesse aumentare il tasso di occupazione, mentre la “rigidità” scoraggiasse le assunzioni, Secondo gli studi condotti anche da autorevoli istituzioni come Ocse o FMI, questa evidenza semplicemente non esiste.

Come sintetizzò il sociologo Luciano Gallino: “La credenza che una maggior flessibilità del lavoro, attuata a mezzo di contratti sempre più brevi e insicuri, faccia aumentare o abbia mai fatto aumentare l’occupazione, equivale quanto a fondamenta empiriche alla credenza che la terra è piatta”. Nondimeno questo mantra si è abbattuto da 20 anni soprattutto sui giovani e ha cambiato le prospettive esistenziali di più di una generazione.

Donne e giovani: chi paga il prezzo della precarietà

Per l’ex ministro dell’economia Padoa Schioppa i giovani erano semplicemente “bamboccioni”. Elsa Fornero è stata invece più internazionale e ha preferito il termine “choosy”, ovvero schizzinosi,  per evidenziare la tendenza delle giovani generazioni a non voler svolgere lavori considerati non all’altezza delle proprie aspirazioni. Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida ha aggiunto recentemente a questa variopinta narrazione un tocco bucolico affermando che “invece che stare sul divano i giovani che prendono il reddito di cittadinanza dovrebbero andare a lavorare nei campi”. 

Eppure i giovani italiani hanno pagato, negli ultimi 20 anni il prezzo più alto della precarizzazione del lavoro e si sono adattati spesso a svolgere più lavori, anche dequalificati, pur di sbarcare il lunario. Una tendenza confermata anche dagli attuali dati Eurostat. 
 

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L’Italia è stata nel 2021 seconda nella Ue dopo la Spagna per utilizzo di forme di contratti a termine. La Spagna ha attuato una serie di riforme nel 2022 che ha tuttavia abbassato sensibilmente la quota di precari.

In Italia si imbocca la direzione opposta e il dato è ancora più significativo se si guarda alla fascia di età che va dai 15 ai 30 anni. Quasi la metà delle ragazze italiane under 30 ha un impiego a termine, una media di 10 punti superiore a quella dell’area euro e di altri paesi limitrofi.

Un andamento analogo si osserva se si getta lo sguardo ai cosiddetti contratti part-time, anch’essi proliferati molto negli anni. 
 

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Formalmente il tasso di lavoratori non a tempo pieno in Italia è in linea, se non inferiore, a quello dell’area Euro. Le cose cambiano però se si guarda al cosiddetto part-time involontario, ovvero alle persone che non scelgono di lavorare meno ore. In questo caso il nostro Paese non ha eguali nella UE segno che uno strumento come il lavoro part-time può costituire sicuramente una risorsa, ma solo se regolamentato e integrato con adeguati sostegni salariali e di welfare. E soprattutto con specifici controlli per evitare gli abusi che purtroppo non sono infrequenti. 

Se si osservano le statistiche Eurostat ci si accorge, ad esempio, che l’Olanda ha un livello di contratti a termine molto superiore al nostro o che la Germania, come già visto, ha una percentuale di part-time più alta del nostro Paese. In entrambi i casi i modelli sono stati implementati negli anni sulla base della cosiddetta “Flexicurity”. Un’impostazione che, a fronte della crescente flessibilizzazione del lavoro, si basa su tre pilastri fondamentali: formazione continua, politiche attive efficaci che facilitano la ricollocazione, misure efficaci di sostegno al reddito e di protezione sociale. Si tratta in sostanza di ridisegnare il welfare in funzione di un mondo del lavoro che, volente o nolente, è cambiato radicalmente. Per accorgersi di dove si trova il nostro Paese rispetto a questi concetti è sufficiente dare uno sguardo ai salari. 

20 anni di vite rinviate e discriminazioni salariali 

Che l’Italia ci sia un problema salariale è cosa nota. Quasi il 40% dei dipendenti italiani ha un retribuzione annuale lorda inferiore ai 15mila euro. Spesso è la risultante di impieghi part-time involontario o di più contratti a termine che li espongono a paghe non commisurate a quelle dei colleghi a tempo indeterminato con relative beffe fiscali, come già visto nell’esempio di Maria. 

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Secondo l’Inps la retribuzione giornaliera di un lavoratore dipendente media lorda nel 2021 è stata di 98 euro, per un lavoratore a tempo determinato è di ben 30 euro in meno (rispettivamente 68 euro per uno stagionale e 66 per un generico lavoratore a tempo determinato). La forbice si allarga se si guarda alla differenza fra part time (51 euro lorde al giorno) e full time (110 euro lorde). Parliamo di un campione ristretto, ovvero dei soli lavoratori privati extra-agricoli, ma le differenze sono comunque significative. Abissale poi (anche per la differenza di ore effettivamente lavorate) la distanza con quel piccolo esercito di lavoratori occasionali (l’Inps ne censiva quasi 120mila nel 2021) che percepiscono in media sulle 800 euro l’anno, a volte come integrazione di altri lavori effettuati. Molti di loro sono i destinatari dei voucher innalzati a 15mila euro dal governo Meloni.

Ma per avere idea del fossato generazionale anche in termini salariali che separa vecchie e nuove generazioni è sufficiente guardare un dato. La differenza di reddito annuale tra i lavoratori dipendenti della fascia di età compresa tra i 30 e 34 anni e quelli che hanno tra i 51 e i 55 anni è attualmente di circa 11mila euro per gli uomini e di circa 7mila euro per le donne. Una statistica su cui influiscono anche le minori ore lavorate dagli occupati delle fasce di età più giovani e che si ripercuote inevitabilmente su: investimenti, consumi e progettualità. 

Nel saggio del 2014, intitolato “Vite Rinviate”,  il sociologo Luciano Gallino immaginava la vita di un precario dalla giovinezza alla maturità. In una parabola che va idealmente dal 2001 al 2022 vediamo il lavoratore dapprima gioire per la prima occupazione, seppur precaria e a tempo. Nel corso degli anni il suo contratto incontrerà scadenze e rinnovi costanti, mentre lui posticiperà nel tempo aspirazioni esistenziali con la sua compagna (anch’essa precaria), come la scelta di avere un figlio o di sottoscrivere un mutuo per la prima casa. Progetti accantonati fino a quando non sarà troppo tardi. Alla fine non gli resterà che domandarsi a quanto ammonterà la sua pensione fatta di contratti precari e intermittenti: la risposta non sarà confortante. Verrà perfino assunto dopo molti anni a tempo indeterminato per poi essere licenziato per giustificato motivo oggettivo appena un anno dopo: è il prezzo dell’abolizione dell’articolo 18, bellezza.

La parabola si chiude con l’ex giovane, ormai ultraquarantenne che trova sempre più difficile una ricollocazione in un mercato del lavoro per il quale è diventato semplicemente “troppo vecchio”. Una lenta caduta verso la povertà, la rabbia impotente e la frustrazione, che assomiglia, sempre più, alla biografia di più di una generazione di italiani.