(Massimo Gramellini – corriere.it) – Possibile che i politici non si imbarazzino nel vedere dei bambini scandire il loro nome agitando bandierine tricolori? Tutti i politici, perché sarebbe riduttivo concentrarsi soltanto sulla scolaresca che l’altro giorno inneggiava in piazza del Popolo a Giorgia Meloni. Per limitarci alla cosiddetta Seconda Repubblica, ci è toccato vedere il D’Alema premier in visita a una scuola materna del quartiere Tiburtino di Roma, circondato da maestre emozionatissime che declamavano pensierini in suo onore composti dalle giovani marmotte progressiste. E un bimbo radiocomandato rivolgersi con voce tremante a Di Pietro nel palasport di Montenero di Bisaccia per chiedergli delucidazioni sul rito abbreviato. E che dire di quella classe elementare di Canosa pigiata sotto il palco di un comizio di Conte?

Il coro dei bambini festanti funziona, non solo a Sanremo: aiuta i destinatari a sentirsi supereroi. Però che imbarazzo, suppongo. Si salva giusto il Capo dello Stato, per il ruolo di garante super partes che lo sottrae ai rischi connessi al culto della personalità. Invece i politici da combattimento, quelli che chiedono il nostro voto, dovrebbero evitare certi bagnetti di folla infantile a cui manca il requisito essenziale della spontaneità. Non meno responsabili i genitori e gli insegnanti che si prestano a fornire la materia prima per questi deprimenti spettacoli, ma forse sono talmente accecati dalla luce riflessa del potere che non se rendono conto.