Il terzo covo di Messina Denaro è vuoto, si cercano i soldi del boss (che pagava cene da 700 euro)

Nel primo rifugio carte con nomi e numeri da decodificare. C’è anche un poster del Padrino

(Giovanni Bianconi – corriere.it) – L’arresto del padrino ha forse mosso le coscienze dei cittadini siciliani; o forse ha semplicemente generato la convinzione che sia meglio dichiarare prima anziché essere costretti a giustificarsi dopo. Fatto sta che dopo la cattura è arrivata alla polizia la testimonianza che ha portato alla scoperta di un’altra casa a Campobello di Mazara dove Matteo Messina Denaro ha vissuto prima di trasferirsi nell’appartamento di vicolo San Vito acquistato attraverso Andrea Bonafede, il quasi coetaneo ora indagato per associazione mafiosa, dove ha abitato fino a lunedì scorso. Dove nel salotto c’era anche una riproduzione incorniciata di un altro Padrino, quello interpretato da Marlon Brando

La precedente residenza si trova ad appena 600 metri di distanza, un minuto in macchina e sei a piedi, in via San Giovanni, periferia est di Campobello. Considerata anche la casa dell’ex coimputato Errico Risalvato, completa di camera blindata dietro un armadio a muro, che gli inquirenti sospettano sia stata frequentata e utilizzata dall’ex ricercato numero 1, siamo al terzo covo del capomafia nel raggio di due chilometri. Il piccolo regno dove lo stragista di Cosa nostra ha vissuto nell’ultimo tratto della sua trentennale latitanza. A stretto contatto con vecchie conoscenze tra cui proprio i fratelli Risalvato già inquisiti (e uno dei due condannato) per mafia e favoreggiamento nei suoi confronti.

Il traslocatore

 Stavolta si tratta di un appartamento al primo piano di una palazzina, con annesso garage, preso in affitto da un signore originario di Campobello che vive in Svizzera da quarant’anni, e da allora disabitato. La polizia c’è arrivata attraverso la testimonianza di chi ha organizzato il trasloco da un appartamento all’altro e nei giorni scorsi, vedendolo in tv, ha riconosciuto il volto di Messina Denaro in colui che gli aveva chiesto il lavoro, a giugno dello scorso anno. Così ha detto agli investigatori, che appena ricevuta la notizia hanno avvisato i magistrati; dopodiché, alla presenza del procuratore aggiunto Paolo Guido, gli agenti del Servizio centrale operativo e della Polizia scientifica hanno avviato la perquisizione dell’appartamento. Trovandolo vuoto, pronto a essere ceduto a un nuovo inquilino che però non è ancora arrivato. 

Ora l’indagine dovrà chiarire quando l’allora latitante è arrivato in via San Giovanni, attraverso quali intermediari, con quale identità (probabile che utilizzasse già l’alias di Andrea Bonafede, giacché a novembre 2020 s’è operato a Mazara del Vallo con quel nome) e se il proprietario fosse consapevole della sua identità oppure no. Un’alternativa netta e abissale tra l’essere l’ignaro padrone di casa dell’uomo più ricercato d’Italia oppure un suo complice.

 In ogni caso questa nuova scoperta conferma come l’ultimo mafioso stragista rimasto in attività avesse scelto di tornare nella sua terra d’origine per curarsi dai tumori che l’hanno assalito, ma anche per continuare a gestire i suoi traffici. Di cui la Procura guidata da Maurizio De Lucia cerca tracce nelle carte sequestrate nella casa di vicolo san Vito. 

Perizie sugli scritti

 Il biglietto fatto scrivere a Messina Denaro dai carabinieri subito dopo il suo arresto, nel quale il boss ha dato atto ai militari dell’Arma che l’hanno catturato di essere stato trattato bene, servirà ad eseguire le perizie calligrafiche necessarie ad attribuire gli appunti trovati in quell’appartamento al boss mafioso o ad altre persone, evidentemente in contatto con lui. 

Non ci sono infatti solo le annotazioni nell’agenda dove l’ex imprendibile di Cosa nostra alternava considerazioni personali e persino sfoghi sui suoi rapporti (difficili o inesistenti) con la figlia a realtà di tutt’altro genere: nomi, soprannomi, numeri di telefono. Ci sono anche post-it, fogli sparsi o raccolti in alcune cartelline con note e promemoria, cifre che potrebbero celare nomi codificati e un’apparente contabilità. Sono carte da studiare, da un lato per individuare chi le ha vergate e dall’altro per darne una interpretazione compiuta.

 I contatti telefonici, in chiaro o criptati, andranno attribuiti ad altrettante persone e incrociati con quanto risulterà dall’esame dei telefonini trovati nell’appartamento-covo. Nomi, sigle e soprannomi dovranno essere individuati e decifrati per collegarli al boss in due possibili direzioni: da una parte la rete di protezione per garantire sicurezza e assistenza della sua latitanza; dall’altra l’attività di Messina Denaro in un senso più strettamente mafioso, vale a dire affari, interessi imprenditoriali, racket. Ambiti che in alcuni casi possono coincidere e che comprendono, in ipotesi, anche esponenti dell’imprenditoria, delle professioni e della politica locale. 

La contabilità

 Acquisizioni e intercettazioni registrate nelle più recenti indagini sui fiancheggiatori avevano confermato l’attualità dell’influenza del boss sul territorio; ora si scopre che il suo tenore di vita era molto più alto di quello che si può immaginare per un normale fuggiasco rifugiatosi nella provincia d’origine. Le prime approssimative stime degli investigatori calcolano spese medie mensili di 10.000 euro, e le rendicontazioni confermano (insieme alle molte ricevute conservate) un’attenzione quasi maniacale per le spese. Tipo una cena al ristorante pagata 700 euro, probabile conto pagato a tutti i presenti.

Costi che implicano una grande disponibilità di denaro che finora non è stato trovato né in casa né nella camera blindata occultata nell’altro appartamento di Campobello. Dove sono nascosti i soldi del boss? Il sedicente Andrea Bonafede disponeva di un bancomat collegato al conto corrente postale ufficialmente intestato al vero Bonafede, dal quale sono usciti anche i 20.000 euro utilizzati per acquistare la casa di vicolo San Vito. Ora l’indagine si estenderà a tutti i movimenti di quel conto, ma i maggiori sospetti sono sui contanti che non lasciano tracce.

6 replies

  1. Beh, ha già ricevuto il primo ciclo di cure nella cella “attrezzata” per lui.
    In tempi e modi che i normali cittadini sia del Nord sia del Sud, si sognano.
    Meglio di così…

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    • stai TRANQUILLA, che la cella con schermo 55 pollici ultra hd e internet flat ultra veloce (NON della tim, ma di iliad), glieli hanno forniti i TUOI SIMILI.

      BRAVA. Contiunua così!

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  2. Lo hanno preso in clinica?Nelle case ci sono già andate le donne delle pulizie.(serve il disegnino?)Risparmiate alla gente almeno la presa in giro.Cà niscuno e fess.

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  3. A me questo insistere sui “covi” ed i “bunker” ( in realtà normali appartamenti a pochi metri dalla Stazione dei Carabinieri)… Farebbero meglio a tacere… Ma tanto ormai, come distrazione arriva Sanremo e l’ ennesimo Zelensky… Si tratta solo di sopportare ancora per qualche giorno gli onnipresenti “inviati” ( insomma: stanno arrivando le bollette… triple di quelle dello scorso anno: devono distrarci in ogni modo…)

    Quello che mi impensierisce (dato quello che è – o meglio non è – successo in questi decenni) è il fatto che nei “covi” potrebbero essere “trovati” pizzini lasciati lì’ … consapevolmente … con tanto di nomi e cognomi di Politici e Magistrati… poco gaditi…
    I media faranno il resto…

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