“Permacrisis”: la parola dell’anno perfetta per Letta e il suo partito

Si chiama “permacrisis”. Secondo la nuova edizione del dizionario inglese Collins è la parola dell’anno in Gran Bretagna. Ma anche da noi ci sta a pennello. Sembra già di vederla comodamente sdraiata tra i cuscini lessicali dei nostri dizionari. Sta a indicare quella permanente depressione da […]

(DI PINO CORRIAS – Il Fatto Quotidiano) – Si chiama “permacrisis”. Secondo la nuova edizione del dizionario inglese Collins è la parola dell’anno in Gran Bretagna. Ma anche da noi ci sta a pennello. Sembra già di vederla comodamente sdraiata tra i cuscini lessicali dei nostri dizionari. Sta a indicare quella permanente depressione da cielo grigio, da svogliata indifferenza – da 40 per cento di astensioni elettorali, per dire – che ci rotola addosso, come fanno i rimorsi, portandoci l’eco di guerre sempre più vicine, profughi sotto la pioggia o in bilico sul mare, fragilità di fiumi, boschi, ossigeno, disastri ambientali da siccità e da imbecillità, no-vax in risalita, soldi che scappano via dentro bollette fino a ieri innocue incombenze di vita quotidiana, e ora baratri spalancati sul vuoto del futuro. Ma che per fortuna pagheremo in contanti.

Gli inglesi, c’è da capirli. Hanno avuto la Brexit e il Covid. Poi Boris l’imbroglione. Poi l’inconsapevole Liz Truss che sembrava disegnata da Lewis Carroll: a metà tra la lepre marzolina e la sua teiera.

Ma neanche noi, con la destra al potere e un Enrico Letta allo sbando, abbiamo scherzato. Giorgia Meloni ha vinto facile, in accordo con tutti i sondaggi, con tutte le permacrisis delle litigiose sinistre italiane, e nonostante i suoi due alleati non stiano più in piedi, Berlusconi per ragioni anagrafiche, Salvini per quelle psichiatriche. Enrico Letta ha fatto il miracolo. A forza di insegnare la scienza della politica si è perso per strada l’aritmetica e l’estetica elettorale, visto che è entrato nel campo di calcio del 25 settembre candidamente vestito da tennista, “Metti via quella racchetta”, gli gridavano dagli spalti, ma lui niente, cercava la rete in mezzo al campo, cercava il pubblico di Scienze Po e del Roland Garros. Non si capacitava.

Ora che ha perso, invece di dileguarsi tra gli applausi dello zio Gianni, Enrico ha proposto all’intera direzione del Partito democratico il congresso. Non domani mattina, che sarebbe già tardi, ma il prossimo 12 marzo, tra cinque mesi. Se la prende comoda. Prima deve riflettere. Poi deve trovare la stilografica adatta per scrivere “il nuovo manifesto dei valori”, quelli vecchi finiranno, se va bene, su eBay. In quanto ai nuovi valori, dovrà discuterli, trovar loro la pettinatura adatta, un profumo, un sentimento.

La sua scienza politica non si è accorta che quelli imbracciati dalla destra sono vecchi, magari polverosi, ma ancora funzionano a meraviglia: Dio, Patria, Famiglia. Con le maiuscole identitarie a gonfiare i muscoli di Ignazio La Russa, seconda carica della Patria. Declinabili persino dentro al rumore demenziale dei rave party, il nuovo e inaspettato malanno della Nazione. Contro il quale è bastato lo scarabocchio di un decreto legge per spezzargli le reni.

Nel vasto mondo Putin minaccia l’atomica. La destra vince in Israele, per la gioia dei coloni. Gli elettori di Trump stanno per prendere a martellate le elezioni di Mid-term. E Bolsonaro, che ha perso per un soffio, si prepara a incendiare il Brasile. Permacrisis, vola universale.

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2 replies

  1. Bel pezzo di Corrias anche se, ormai da tempo, si parla di tempesta perfetta.
    Il guaio è che essendoci dentro in pieno nessuno sembra essersene accorto salvo il “solito populista” Conte.

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