La fragilità del nuovo muro polacco

La fragilità del nuovo muro polacco

(Vittorio Macioce – ilgiornale.it) – I muri non sono mai un buon segnale e di solito servono a poco. Sono solo il segno della paura e simboli che tradiscono l’idea di Occidente. La Polonia ne sta costruendo un altro. È il secondo, cemento e filo spinato, alto più di due metri e largo tre, scorre lungo il confine dell’enclave russa di Kaliningrad. Sono 210 chilometri di frontiera. Il primo muro, quello con la Bielorussia, è finito da un po’ di tempo. È il doppio e più profondo. Si parla di cento tentativi al giorno. Il senso comunque è lo stesso: non far passare i migranti. Il governo di Varsavia teme che il flusso che arriva dai confini sia un’altra arma non convenzionale usata da Putin per destabilizzare l’Europa, un altro strumento di guerra ibrida. Il timore è cresciuto da quando sono stati aperti voli diretti dal Medio Oriente e dal Nord Africa per Kaliningrad. È, insomma, una strategia di difesa, una scelta pratica, per difendere la Polonia dall’offensiva russa. Tutto vero, ma quei muri restano comunque una debolezza e raccontano non forza ma fragilità. L’Europa libera non si rinserra, non mostra la sua paura. Il muro dei muri, quello di Berlino, fu costruito da Est nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961. Messo su da Oriente e non da Occidente, per impedire a chi si era ritrovato per una beffa del destino dalla parte sbagliata della storia, sotto l’utopia comunista che ben presto si stava rivelando un inferno totalitario, come spesso accade alle strade lastricate di buone intenzioni, di scappare da quella favola rovesciata. Quel Muro, simbolo del fallimento del socialismo reale, fu buttato giù a picconate nel novembre del 1989. La storia, si diceva, avrebbe smesso di correre. Non fu chiaramente così. L’Unione sovietica non era più una grande potenza. Gli Stati Uniti avevano vinto la guerra fredda. I valori della liberal democrazia erano al sicuro. Il mondo sembrava un posto più tranquillo. Non ci sarebbe stato più bisogno di proteggere le frontiere. Il paradosso è che l’Occidente da allora ha cominciato a costruire i suoi muri, barriere contro le strade del mondo improvvisamente più strette e vicine. È negli anni ’90 che gli Stati Uniti fortificano la frontiera messicana tra San Diego e Tijuana. Po tocca a Madrid armare il confine tra il Marocco e le città autonome spagnole di Ceuta e Melilla. L’Occidente non è più Occidente. La paura stringe l’orizzonte e la continua richiesta di sicurezza viene pagata con la libertà. I polacchi sanno come è la vita all’ombra di un muro, sotto una cortina di ferro. Questo muro al confine con la Russia non rassicura. È già una sconfitta.

6 replies

  1. E questo sarebbe uno strumento di unione Europea?
    Presto una unione frammentata con goduria dei stelle e strisce!

    "Mi piace"

  2. D’altronde i polacchi sanno cosa vuol dire avere a che fare con la bestia russa, mica come una parte di piccoli italiani che vorrebbero “trattare” magari di fronte ad una tazza di tè

    "Mi piace"

  3. Adesso i Polacchi sono diventati “buoni” e quindi il loro folo spinato anti migranti va benissimo… Mica come quello “cattivo” che vorrebbe Orban…
    Gli US sono misura di tutte le cose: quelle che sono in quanto sono, quelle che non sono in quanto non sono… Anche i muri, quindi…

    "Mi piace"