Oltre a essere diffuso nelle scuole, come testimonianza straordinaria di amore per le istituzioni democratiche, il testo letto ieri al Senato da Liliana Segre potrebbe servire come modello e fonte d’ispirazione per quella parte del Parlamento che ieri brillava per il suo silenzio […]

(di Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano) – Oltre a essere diffuso nelle scuole, come testimonianza straordinaria di amore per le istituzioni democratiche, il testo letto ieri al Senato da Liliana Segre potrebbe servire come modello e fonte d’ispirazione per quella parte del Parlamento che ieri brillava per il suo silenzio. Che non chiameremo opposizione (dove e quando?) e neppure sinistra (cosa e chi?) ma che, semplicemente, dovrebbe rappresentare l’Italia repubblicana e costituzionale, contrapposta a quella nazionalista, sovranista e nostalgica chiamata a governare per i prossimi cinque anni.

Non stravolgere la Carta “bensì attuarla rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Battersi contro il linguaggio dell’odio e “la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni”. Davanti alla crisi che incombe su famiglie e aziende lanciare il segnale chiaro che “nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano tracimare”.

Si dirà che sono concetti sentiti in campagna elettorale da chi aveva già deciso di perdere la partita prima ancora di giocarla. Parole, evidentemente, non percepite come sincere perché prive di quegli accenti di verità che solo da una tragedia esistenziale come quella di Liliana Segre possono scaturire. Appena ha smesso di applaudire, la parte del Parlamento che si autodefinisce liberale, riformista, progressista e quant’altro ha intrapreso due iniziative. Le anime morte si sono beatamente appisolate in un lenzuolo di schede bianche. Incapaci perfino di esprimere una candidatura simbolica in cui riconoscersi e nella quale i loro sfortunati elettori potessero riconoscersi. Niente. Nel frattempo, l’opposizione per finta faceva graziosamente pervenire i voti mancanti a Ignazio La Russa, sfanculato dall’alleato Berlusconi in un clima che nella maggioranza è già di fattiva collaborazione.

A questo punto nella minoranza (non so più come chiamarla) è cominciata la consueta tarantella delle accuse reciproche (sono voti tuoi, no sono i tuoi) che garantisce sulla determinazione con cui Pd, M5S e Calenda&Renzi, nel prosieguo della legislatura, si spareranno reciprocamente sui piedi. Per fortuna la senatrice Liliana Segre era già uscita dall’aula, abbracciata ai suoi fiori bianchi e alla nostra gratitudine.