La vigna sui tetti: 30 bottiglie l’anno a 5 mila euro l’una

Un ex broker ha inventato il business del vino in terrazzo: 20 mq in pieno centro a Reggio Emilia. Tra i clienti un greco che vive a Dubai. A Dallas andrà all’asta

(FRANCO GIUBILEI – lastampa.it) – Sui tetti del centro di Reggio Emilia c’è il vigneto più piccolo del mondo, venti metri quadri di terrazza dove il padrone di casa coltiva il suo Sangiovese. Risultato: una mini-produzione di trenta bottiglie all’anno vendute a cinquemila euro l’una. L’idea è venuta a Tullio Masoni, che prima si occupava di investimenti in borsa e ora si dedica al suo vino non per motivi di lucro, dice, ma perché «volevo dimostrare che un prodotto buono si può fare dappertutto, anche su un terrazzo al quarto piano di un palazzo del centro storico, purché chi lo fa abbia l’animo del sognatore». Ma l’ex broker, classe 1954, una moglie e un figlio di 27 anni che lo aiutano a potare e vendemmiare dopo averlo guardato con sospetto quando tutto questo iniziò, una quindicina di anni fa, si spinge oltre: «Io faccio un vino artistico, se messo in salotto diventa argomento di conversazione. È il segreto della vita: restare sempre in sospensione. Sono l’unico produttore a dire “non bevete il mio vino”».

Appassionato d’arte contemporanea, coerentemente vende le sue bottiglie in una galleria di Reggio, la Bonioni: «Portare il vino in quel mondo è un po’ come portarci Dio, che all’arte contemporanea manca. Così come Duchamp ha portato il cesso in salotto, io ho portato il vino dalla campagna al centro cittadino. Non sono un ecologista, la logica della città la combatto con la creatività, e comunque non è vero che lasciando fare alla natura si ottiene un prodotto migliore: l’intervento dell’uomo è fondamentale, altrimenti, se le cose vanno in modo naturale, il vino diventa naturalmente aceto…». Fa un vino concettuale, anzi, «uno psico-vino». Essendo pezzi unici e artistici, il prezzo proibitivo è una conseguenza logica, anche se non è stato sempre così: «All’inizio della mia avventura regalavo il mio vino a chi aveva bisogno di fortuna – racconta Masoni -, poi le richieste erano tante e ho messo un prezzo, ma non era una questione di lucro. Pareva che solo toscani o piemontesi sapessero farlo, la mia provocazione invece è che si possa farlo dovunque, anche in balcone». E così è nato il suo «vino apolide», perché la terra proviene da mezza Italia: «Amici di varie regioni mi hanno portato la loro: dal Vesuvio, dall’Etna, dalla Sardegna, dalla Toscana. Il mio vino non ha territorio, è apolide». Et voilà, il «Via Mari 10», dall’indirizzo della casa dove viene coltivato, è servito. Ovviamente a cinquemila euro a bottiglia l’acquisto è riservato a chi può permettersi di spendere una cifra simile per una bottiglia che magari resterà per sempre nel salotto di casa. Per dare un’idea della tipologia degli acquirenti, il viticoltore reggiano ne ricorda uno: «Ho venduto tre bottiglie di tre annate differenti a un greco che sta a Dubai per quindicimila euro. In un Paese come quello, con le leggi sugli alcolici che hanno, ci sono più probabilità che restino in una vetrina». Dice che gli piovono lettere da tutto il mondo, gente che vorrebbe tanto una bottiglia di Via Mari 10 ma che non può permettersela. Masoni allarga le braccia: «Allora cosa faccio, le regalo tutte come facevo all’inizio?».

Insegue una visione filosofica della degustazione: «Ogni vino ha la sua storia ed è un viaggio, chiudendo gli occhi puoi immaginare in quale realtà è stato fatto. C’è un aneddoto della vita dell’ex presidente francese Mitterrand, che andava ghiotto dell’uccello ortolano, un piccolo migratore di cui è vietatissima la caccia che dal Senegal approdava alla Francia del Sud prima di fare ritorno in Africa, in autunno: i commensali lo succhiavano lasciando uscire dalla bocca solo la testa, e immaginavano che cosa potesse vedere quell’uccellino durante i viaggi delle migrazioni. Bere un buon vino può essere un’esperienza analoga, un viaggio appunto». Intanto la notizia della microcoltivazione ha raggiunto anche Dallas, Texas, dove l’associazione Folds of Honor ogni anno organizza un’asta di beneficenza per le famiglie dei soldati americani caduti: «Mi hanno proposto di mettere all’asta una bottiglia del mio vino e io ho accettato, lo batteranno il prossimo 22 novembre». Amante del buon vino e del Barolo in modo particolare, pur raccomandando di non berlo per la sua natura artistica è comunque conscio della qualità del suo prodotto, ma sa riderci su: «Non bisogna mai chiedere all’oste com’è il suo vino».

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10 replies

  1. Se un poveraccio chiede l’elemosina a un riccone, questo lo guarda schifato. Se un furbacchione propone del vino costosissimo senza ragione a un riccone, questo se lo compra di corsa.

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  2. Vabbè, al netto dei gonzi strapieni di $oldi che crepano dalla voglia di buttarli nel cesso (o in tasca a questo furbacchione, che è lo stesso), ma che schifezza sarà mai un vinello d3mm3rda coltivato su di un balcone in città nella pianura padana? Anche a impegnarsi… via, sai che caàta?
    Questo faceva il broker, i soldi mica gli mancano; strano comunque che un buffone (ma furbacchione) del genere non sia entrato in politica. Davvero curioso. Io dico che prima o poi ce lo troviamo in qulche listarella…

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