(Massimo Gramellini – corriere.it) – Omicron o Måneskin, questo è il dilemma. Di fronte alle contagiose sfuriate del virus, medici e virologi in coro chiedono di sospendere il concerto della rockband che sabato sera convoglierà settantamila bocche e altrettanti nasi sul prato del Circo Massimo. Diciamo subito che proibire quel concerto, e soltanto quello, sarebbe un inaccettabile provvedimento «ad personam», anzi «ad bandam» (Vasco sì e i Måneskin no?).

La questione va dunque allargata a tutti i mucchi selvaggi che si formeranno durante l’estate: come intendiamo comportarci con un virus superficiale e molesto (a forza di frequentarci ci assomiglia) che uccide di meno, ma si diffonde con una capillarità mai vista prima? La risposta è già nei comportamenti individuali, ormai refrattari a ogni forma di prudenza.

A Roma, ma anche a Londra e a Parigi, i pochi che mettono ancora la mascherina vengono guardati come se fossero matti o malati gravi. La paura degli anni scorsi ha ceduto il posto all’accettazione del rischio, ritenuto inferiore ai vantaggi della ritrovata libertà di assembramento.

Con un certo ritardo stiamo facendo nostro l’approccio scandinavo al virusMa lo stiamo facendo all’italiana, senza che nessuno lo dica chiaramente. E soprattutto lo stiamo facendo da italiani, con un’idea assai flessibile di cosa sia una regola da rispettare. Perciò, e nonostante il caldo, io andrei al concerto dei Måneskin con la mascherina. Potrei cantare «Siamo fuori di testa» e nessuno si accorgerebbe di quanto sono stonato.