Le condizioni vergognose che la Nato ha accettato per avere l’ok della Turchia a Svezia e Finlandia

Estradizione dei prigionieri e repressione degli attivisti curdi, ripresa della vendita di armi, supporto alle operazioni in Kurdistan. Ecco il prezzo che paghiamo a Erdogan per togliere il veto all’allargamento dell’alleanza atlantica

(di Rita Rapisardi – espresso.repubblica.it) – I tre ministri degli Affari Esteri hanno firmato – prima quello turco, poi quello finlandese, infine quello svedese – il memorandum trilaterale, con data 28 giugno, che mette fine al veto della Turchia all’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia, a sfondo della guerra in Ucraina. L’accordo in dieci punti più che un’intesa tra pari, è un appoggio incondizionato alle richieste del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

I valori comuni, a cui si fa riferimento più volte nel testo, sono in realtà le condizioni che Erdogan – unico tra i membri Nato ad essersi opposto all’entrata nell’Alleanza Atlantica – ha imposto come necessarie per proseguire la trattativa: l’abbandono del sostegno, in ogni sua forma, del popolo curdo e la fine dell’embargo sulle armi. Quest’ultimo imposto nel 2019 da Svezia e Finlandia in risposta all’offensiva proprio contro i curdi in Siria del Nord.

Finlandia e Svezia dovranno quindi appoggiare la Turchia nella sua battaglia contro il terrorismo “in tutte le forme che costituiscono minaccia diretta alla sicurezza nazionale”. Una formula che compare nel documento, ma che non è nuova in Turchia, usata per giustificare la persecuzione di chiunque non vada a genio a Erdogan e che negli anni è stata utilizzata per incarcerare attivisti, avvocati, giornalisti e chiunque si ritenesse un pericolo per la stabilità del paese.

Da oggi i nemici della Turchia saranno i nemici di Svezia e Finlandia: in testa ci sono le Ypg, l’unità di protezione Popolare (e le Ypj, anche se le non si nomina, sono le unità femminili) e il suo ramo politico PYD, il Partito dell’Unione Democratica. I curdi sono da sempre considerati una minaccia dalla Turchia, per la loro presenza anche nella Mezzaluna, il cosiddetto Kurdistan turco: impensieriscono il presidente che teme un giorno la formazione di un nuovo stato che comprenda anche i territori turchi.

Si tratta di coloro che hanno combattuto l’Isis – che a Raqqa aveva stabilito la capitale del Califfato – e che sono riusciti a costituire negli anni un esperimento di democrazia confederale unico nel suo genere. Con un prezzo di vite altissimo, i curdi hanno fermato l’autostrada del terrore verso l’Europa, attraverso la Turchia, di cui i terroristi si sono serviti per entrare nel continente indisturbati e che, in direzione opposta ha permesso a migliaia di foreign fighters di unirsi alle fila dell’Is. Infine nell’universo curdo rientra anche il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ritenuto organizzazione terroristica non solo in Turchia, ma anche dagli Stati Uniti e Unione Europea, oggi un partito più ideologico che di guerriglieri.

Sul fronte interno turco c’è invece Feto, il movimento islamico con a capo Fethullah Gulen, accusato da Ankara di essere la regia dietro al tentativo di colpo di Stato nel 2016, da cui sono partite le purghe che hanno cambiato il volto del paese: Erdogan ha cambiato l’apparato istituzionale, ma anche accademico turco, estromettendo chiunque fosse ritenuto vicino a Gulen, e posizionando suoi fedelissimi. Molti degli esiliati hanno trovato rifugio proprio nei due paesi baltici che ora stanno voltando loro le spalle, così come i perseguitati dall’Isis e i profughi della guerra in Siria.

In concreto la Turchia ora chiede l’estradizione di chiunque ritenga un terrorista. Svezia e Finlandia, definite da Ergodan “pensioni per curdi”, ospitano migliaia di rifugiati curdi, in gran parte iraniani e iracheni arrivati ormai quarant’anni fa (in Finlandia 30mila e in Svezia 250mila). Il ministro della Giustizia turco Bekir Bozdag ha già detto che saranno nuovamente inviate le richieste di estradizione per trentatré membri del partito curdo armato Pkk e per altri affiliati alla rete Feto presenti nei due paesi, presentate nelle settimane scorse.

Nel Parlamento svedese siedono sei deputati curdi, una di questi, Amineh Kakabaveh ha dichiarato: «Questo è un tradimento del governo svedese, dei Paesi della Nato e di Stoltenberg che ingannano un intero gruppo che ha liberato sé stesso e il mondo intero da Daesh. Soprattutto quando si tratta della lotta delle donne, che la Svezia afferma di sostenere». La deputata ha lavorato per un accordo con il governo a sostegno delle Ypg e del PYD, ora andato in fumo: «Si abbandona quanto conquistato, a causa di un dittatore e ci si allea con un altro dittatore», dice riferendosi a Erdogan e Putin. Ora Kakabaveh vuole chiedere la sfiducia al governo di Magdalena Andersson.

I fronti militari di Erdogan
Erdogan non è un leader democratico, da quando è a capo della Turchia si è macchiato di un’infinità di crimini, dentro e fuori dal suo paese. Crimini che continuano ancora oggi: proprio negli ultimi mesi infatti il presidente ha iniziato una dura offensiva nei territori del Kurdistan iracheno dove vivono anche gli yazidi, già sterminati dall’Isis, con un’azione militare violentissima. Anche qui con il tempo si è instaurata una forma di esperimento che imita il confederalismo democratico del Rojava.

Ma Erdogan non vuole certo fermarsi all’Iraq: ora punta quelli del Kurdistan siriano e ai territori del Rojava. L’obiettivo è quello di annullare qualsiasi minaccia e ripristinare la sicurezza lungo il confine con la Siria, cancellando la fragile democrazia confederale che, annientata la minaccia dell’Isis è stata abbandonata prima dagli Stati Uniti (che li avevano supportati militarmente) e poi dall’Europa, anzi a dover gestire le migliaia di prigionieri dello Stato Islamico e i foreign fighters europei.

In queste ore intanto trentaquattro partiti e gruppi politici nel nord e nell’est della Siria hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sulle minacce dello Stato turco contro la regione: «La Turchia ha commesso orribili crimini di guerra contro civili innocenti. Continua a svolgere attività di pulizia etnica, sfollamenti forzati e cambiamento demografico nei confronti dei residenti autoctoni. Lo stato turco continua a perseguire una politica di genocidio». Tutto questo non fa che vanificare i risultati e l’avanzamento di organizzazioni terroristiche anche in Europa.

Il presidente nel suo intreccio di alleanze si dimostra ancora una volta capace di giocare più partite contemporaneamente, tenendo tutti in scacco: non bisogna dimenticare l’accordo sui migranti con l’Unione Europea da sei miliardi di euro firmato nel 2016, grazie al quale circa sette milioni di profughi sono trattenuti in territorio turco.

Il popolo curdo, sacrificato all’altare degli interessi di Europa e Stati Uniti, non compare però nelle dichiarazioni di queste ore: «Con l’ingresso di Stoccolma ed Helsinki nell’Alleanza saremo tutti più sicuri», ha dichiarato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che ha seguito tutta la trattativa. Dello stesso slancio è il presidente Usa Joe Biden. «Oggi lanciamo un messaggio: la Nato è forte e unita».

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17 replies

  1. Mi viene da vomitare, perciò neanche leggo.

    Ai farabutti che si battono per i diritti civili A GETTONE: È STATO AURORIZZATO IL GENOCIDIO DEI CURDI!

    MANICA DI FARABUTTI!

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  2. Pagina storica da voltastomaco,professionisti dell’indignazione selettiva ,che dite?
    Il nostro PDC in carica un nno fa dichiaro che Erdogan è un dittatore,ricordate??

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    • Sì, Gilles: “Un dittatore di cui abbiamo bisogno”!
      Che schifo.
      Eh, ma i curdi che hanno DAVVERO combattuto per noi, mica sono eroi!
      Non sono certo da difendere e osannare come gli eroi azov…
      Il disgusto è totale.
      Le “grandi democrazie nordiche”…anche loro finalmente prone, a farsi “difendere” dalla Nato, la più grande organizzazione guerrafondaia della storia, la lunga mano del Paese più imperialista dell’universo.
      Non ci sono parole…solo CONATI.
      🤮

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  3. Erdogan, al pari di Putin, è uno dei peggiori mostri creati dall’Occidente, e sarebbe da cacciare a calci in qlo dalla Nato e (lui personalmente, non la Turchia) da ogni altro consesso civile. Miopia pura da parte dei baltici, in considerazione del fatto che non sono l’Ucraina e il killer di Mosca lì andrebbe a sbattere pesantemente. Sarebbero dovuti restare fuori, e fare una sorta di alleanza di mutuo soccorso scandinava, avrebbero salvato la faccia, le prerogative politiche, ed una vera superiorità morale che fino ad ora avevano dimostrato anche verso i kurdi.

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    • Considerare quel porco del turco come Putin la dice lunga sulla tua intelligenza, ‘Frankie’ (goes to Hollywood)

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      • Salve caro, tutto bene? Il capitone ti ha regalato la maglietta di Vlad? Come stanno Morisi e Savoini? È pronta la nuova hit di Lucentini sulle “risorse” e i komunisti?

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  4. quante storie per un pugno di curdi, che manco hanno uno stato.
    Chissenefrega, noi siamo la crème de la crème delle DEMOCRAZIE
    che si stringono a coorte contro tutte le dittature della terra!!
    O no?

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  5. E meno male che in Svezia la prostituzione è reato.

    Come le chiamiamo le due premier scandinave? Ragazze pon-pon? Hostess? Peripatetiche?

    Ora voglio vedere cosa succederà in Svezia. 250.000 kurdi sono 1/40 dell’intera popolazione svedese.

    E sono mooolto più incazzosi degli autoctoni, buffoni e cialtroni LGBTQUI+ che popolano di POLITICAMENTE CORRETTO qualsiasi cosa nella società.

    Scendessero in piazza. O lo fanno adesso, o niente ci salverà da questa follia.

    Se il popolo conta ancora qualcosa in qualsiasi parte del mondo.

    Io non dimentico le stragi che ordinò il tiranno di Ankara nell’autunno 2019, fermate in parte solo dai russi, dopo che Trump lasciò i kurdi al loro destino, inclusi gli eroi di Kobane!

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  6. Certo che sono sorridenti. Sono lì “nominati” e ottimamente pagati per dare una mano a scalzare Putin e sostituirlo con un fantoccio simile a Zelensky in funzione anti- Cina. Costi quello che costi.
    Tanto, come sempre, a pagare saranno solo gli Ucraini e i comuni cittadini europei che, nonostante la tanto sbandierata democrazia, non potranno in alcun modo sottrarsi alle disastrose – per loro – conseguenze del progetto messo in piedi a migliaia di Km dal loro fondoschiena.

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