Putin, le mire sull’Europa e la complessità russa che non capiamo ancora

Dopo più di 100 giorni di guerra in Ucraina e di talk show, ancora non riusciamo a decifrare la Russia. Il suo complesso di inferiorità mascherato da presunta superiorità morale, il nazionalismo crescente, la volontà di attirare la ‘piccola’ Europa nella sua orbita. Tutto questo però era scritto nella storia.

Putin, le mire sull'Europa e la complessità russa che non capiamo ancora

(Mario Margiocco – tag43.it) – Dopo oltre 100 giorni di guerra in Ucraina e mille interventi di esperti o aspiranti tali su tv radio e giornali non sappiamo ancora in Italia, sulla Russia, quello che avremmo potuto con un poco di senno sapere fin dall’inizio. La Russia è un Paese difficile, esserle vicini sullo stesso continente non è facile, e il suo enorme complesso di inferiorità verso l’Occidente l’ha spinta e continua a spingerla, da almeno 150 anni, a coltivare a volte in modo esasperato un suo complesso di presunta superiorità morale. Si sente così autorizzata a fare la voce grossa in questa nostra “piccola” Europa, il vero oggetto del contendere delle ultime mosse di Putin. L’obiettivo ultimo sono gli Stati Uniti che Mosca avrebbe voluto umiliare e indebolire scompaginando la loro alleanza con gli europei, la Nato odiata da 74 anni, ma dove la posta in gioco, il premio al vincitore, è l’Europa, per decidere a quale Capitale gli europei dovrebbero guardare per ispirazione. Non più la lontana Washington, tantomeno l’artificiosa Bruxelles, bensì Mosca. Sembra una farsa, dal 1989 Mosca non ha più appeal di sorta salvo che per vari “sovranisti”, di matrice italiana e tedesca soprattutto, e per pochi nostalgici di un comunismo che Mosca fu la prima a tradire.

L'Europa alle prese con la complessità della Russia
Il vice capo del Consiglio di sicurezza russo Dmitri Medvedev (Getty Images).

Mosca non ha mai accettato americani e Nato in Europa

Stalin era convinto nel 1945-46 di poter attirare in un’orbita amica grazie alle materie prime russe i Paesi europei occidentali, a partire da Francia e Italia (la Germania doveva aspettare le scelte alleate sul suo futuro). E per Mosca americani e Nato in Europa sono sempre stati inaccettabili, una sfida costante e un controsenso che ha privato Mosca del rispetto, dell’ossequio e della “collaborazione” degli europei, così a lungo perseguita. Se Mosca ha ciò che noi non abbiamo – gas, petrolio e minerali – noi abbiamo quello che Mosca non ha, dalla tecnologia diffusa al maggiore benessere fino a una garanzia di diritti fondamentali che la Russia non ha e non ha mai avuto. Perché “altro” rispetto all’Europa, cosa cui forse la rivoluzione socialdemocratica e liberale del febbraio 1917 avrebbe posto in parte rimedio, ma andò diversamente. C’è questo essere e sentirsi “altro” dietro alle folli, patetiche, ma molto preoccupanti parole di Dmitry Medvedev, stretto alleato di Putin, ex presidente russo ed ex primo ministro, che «odia» gli occidentali «degenerati» o qualcosa di simile (qui parla la superiorità morale russa) e vuole «fare di tutto per farli sparire». Proprio non ci capisce. Ma noi dovremmo avere imparato a capire meglio loro, che non sono tutta la Russia, ma certamente la Russia del potere, in parte già con gli zar, e poi con il comunismo che offrì un gigantesco piedestallo e una pervasiva teoria al desiderio russo di imporre la propria immagine al mondo, e ora con questa autocrazia dei servizi segreti che è il putinismo.

il complesso della Russia che l'Europa non ha compreso
L’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger (Getty Images).

L’alterità russa e il concetto di legittimazione del potere

La diversità russa è una storia vecchia, da quando il marchese Astolphe de Custine la popolarizzò in Europa nel 1839. Pyotr Chaadaev, storico e saggista contemporaneo di de Custine, vedeva nel suo Paese un «…orfano, tagliato fuori dalla famiglia umana….E così per farci notare abbiamo dovuto allargarci fino allo stretto di Bering e fino all’Oder». Il tutto non piacque alla censura zarista, ma ebbe successo. Henry Kissinger indicava alcuni anni fa l’effetto pratico, nelle relazioni internazionali, di questa alterità e di questo stato mentale. «Quando si è sentita forte, la Russia si è condotta con la sicurezza intransigente di un potere superiore insistendo per ricevere gli omaggi formali di deferenza dovuti al suo stato. Quando era debole, ha mascherato la propria vulnerabilità con rancorosi riferimenti alle proprie immense risorse di forza. In entrambi i casi, è stata una sfida particolare per le Capitali occidentali abituate a uno stile in qualche modo più morbido». Al nocciolo, c’è il concetto tutto russo di legittimazione del potere, che aiuta a capire meglio quanto sta accadendo oggi. Mentre in Europa sempre più il potere si legittimava in quanto non era assoluto, prosegue Kissinger, in Russia si legittimava e si legittima, per molti russi, in quanto è assoluto, condizione ritenuta necessaria per tenere legato l’enorme insieme. Per questo la dittatoriale scarpa comunista, smentendo tutte le teorie marxiste sullo sbocco delle crisi mortali di un capitalismo industriale avanzato, ha calzato così saldamente per quasi 70 anni il piede di una Russia che era poco capitalista, poco industriale e poco avanzata. Il poeta Iosif Brodskij (1940-1996), Nobel nel 1987, traccia nel suo Fuga da Bisanzio (Adelphi) un quadro efficace, cultural-letterario, di questa diversità russa, terra europea (fino a una certa longitudine, con Mosca ai confini orientali) ma attraverso Bisanzio. Fu un lungo viaggio delle idee dal Bosforo alla Moscova via Mar Nero durante il quale andarono perduti i codici di Giustiniano, cioè il senso europeo del diritto, della giustizia, della società. Tutti valori ideali e teorici, sia chiaro, da praticare e non da sbandierare, spesso anche da noi disattesi, ma non ignorati, e la cui diffusa mancanza invece si fa sentire e costituisce l’inizio e il marchio di fabbrica di una Russia “diversa”, tutta potere e niente diritto.

il complesso della Russia che l'Europa non ha compreso
Irpin, il 7 marzo 2022 (Getty Images).

L’invasione dell’Ucraina ha gonfiato il nazionalismo russo

Se questo è lo sfondo, dove si andrà a parare con il conflitto ucraino? Le sorti militari si stanno decidendo sul campo, e lo vedremo forse presto. Quelle politiche sono senz’altro, sul fronte interno russo, un’apoteosi del nazionalismo, gonfiato da una guerra non-guerra fatta per difendere la Russia dalle minacce dell’Occidente, cioè della diversità, a spese di un’Ucraina da tale diversità attratta. Il presidente Vladimir Putin ha tracciato un parallelo con Pietro il Grande (1672-1725) e la sua guerra contro gli svedesi allora padroni del Baltico parlando in questi giorni al quartiere fieristico di Mosca, all’apertura di una mostra per i 350 anni dalla nascita dell’imperatore russo. Pietro si riprese quello che apparteneva alla Russia, ha detto Putin, con riferimento anche alla foce della Neva dove sarebbe presto sorta Pietroburgo. «Un Paese o è sovrano o è colonia», ha detto Putin, come se qualcuno potesse fare della gigantesca Russia (è 57 volte l’Italia, come superficie) una colonia, e confermando il fulminante giudizio di Brodskij su una Russia che «…insieme a tutti i complessi di una nazione superiore, ha il grande complesso di inferiorità di un piccolo Paese». Una guerra patriottica quindi la non-guerra in Ucraina. Poi ci sono stati toni forse, è una speranza, più concilianti: «La nostra economia resterà aperta», perché ha aggiunto con diretto riferimento alle sanzioni «è impossibile costruire una recinzione attorno alla Russia». E perché è difficile chiudere all’Europa con una guerra terribile e insieme celebrare Pietro, che è da sempre il grande eroe di Putin e aprì una grande finestra russa sul mondo (a modo suo, molto russo, ma la aprì).

Con questa Russia noi europei dovremo convivere più degli americani

Che cos’è la Russia lo sapevamo già, o avremmo dovuto saperlo, quando il primo missile si è abbattuto su Mariupol o Kyiv e da allora l’effluvio dei nostri talk show è servito più che altro a confondere le idee. È urgente trattare e far tacere le armi, se Putin lo vorrà. Ed è urgente ricordarsi sempre che con questa Russia dovremo convivere, noi europei ben più degli americani. Ma senza dimenticare la lezione della Svezia, più chiara di quella finlandese date le diverse esperienze storiche dei due Paesi. La Svezia entrò dopo le guerre napoleoniche in una lunghissima stagione, due secoli, di neutralità, perché ne aveva avuto abbastanza di guerre e di alleanze guerresche. A differenza della Finlandia non ha esperienza diretta dei russi in casa. Ma ha deciso di entrare nella Nato, come Helsinki, nella convinzione che Mosca, per come è fatta la sua testa e la sua storia, non tratterrà mai alla pari con chi non le incute anche timore e quindi rispetto. E questo non lo sapevamo già?

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5 replies

  1. E’ uno che dà del “tu” agli altri… Non ha “capito” lui quindi non ha “capito” alcuno.
    Oppure ( volendo pensare male) l’ inizio dell’ ennesima “retromarcia”: non avevano capito…

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  2. Segnalo:

    Iran, il regime islamico nel caos. È la strategia firmata da Israele

    DI FABIO SCUTO
    13 GIUGNO 2022
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    “Balagan”. “Fauda”. Confusione, caos, in lingua ebraica. La recente serie di omicidi e attacchi avvenuti in Iran indica che Israele ha adottato una nuova strategia per contenere la proliferazione nucleare degli ayatollah: il caos. Questa strategia è stata formulata dal capo del Mossad David Barnea, è sostenuta dal capo di stato maggiore Aviv Kochavi ed è stata approvata dal primo ministro dello Stato Ebraico Naftali Bennett, e dal suo gabinetto. Nelle ultime settimane si sono verificati diversi strani incidenti in Iran attribuiti a Israele, che puntano tutti in questa direzione.

    Un attacco informatico contro siti civili, un attacco contro un magazzino segreto di droni, l’assassinio di un ufficiale coinvolto nel terrorismo, la morte di un ingegnere in un sito militare chiave per lo sviluppo nucleare e missilistico e la morte di due scienziati coinvolti nell’arricchimento dell’uranio e sviluppo di droni. Qual è il denominatore comune di questi eventi? Nessuno, a parte il presupposto che dietro ci sia un’abile mano guida: quella di Israele.

    Il primo ministro Bennett pensa davvero di poter uccidere il governo dell’Iran, cioè di portare ad un cambio di regime con questa strategia? È vero che i continui attacchi attestano che l’intelligence israeliana è penetrata davvero in profondità nel Paese, dando l’impressione di poter contare su una vasta rete di collaboratori. Questi attacchi feriscono e umiliano il regime. Anche se alcuni degli uccisi non sono stati assassinati dal Mossad, ma dal regime stesso per i sospetti contro di loro, l’obiettivo del “Caos” è stato raggiunto.

    La storia insegna che i regimi si dissolvono quando la gente ne è stufa e scende in piazza – per la crisi economica, la corruzione e il marciume – e non per le attività di un’agenzia di intelligence straniera, anche se di successo. È chiaro che un attacco del solo Israele contro i siti nucleari non è all’ordine del giorno – e nemmeno per gli Usa – e allora che senso hanno le operazioni che non sono incentrate sul programma atomico, se non per sfidare, umiliare e infastidire gli ayatollah?

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/06/13/iran-il-regime-islamico-nel-caos-e-la-strategia-firmata-da-israele/6624533/

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  3. Le antichissime civiltà, che si sono non da troppo tempo affrancate dal simil colonialismo US, sono difficili da “gettare nel caos”
    Ovviamente nei fatti, poi chi scrive dice ciò che vuole.

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  4. Questo cita Kissiger di qualche decennio fa ma,vevidentemente, non ascolta quello che Kissinger dice oggi!

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