“Putiniani, il Corriere ha aggiunto 6 nomi”. Confindustria alla “Davos” russa

Il Fatto Quotidiano: “Il Corriere della Sera ha aggiunto 6 nomi alla lista dei putiniani”

(affaritaliani.it) – Infuria la polemica sulla lista dei filo putiniani pubblicata sul Corriere della Sera nei giorni scorsi. In particolare, la polemica viene rinfocolata dal Fatto Quotidiano che oggi scrive in prima pagina che “quasi nessuno dei nomi indicati domenica dal Corriere della Sera, nel pezzo intitolato “Influencer e opinionisti – Ecco i putiniani d’Italia” e introdotto da un occhiello sul “materiale raccolto dai Servizi”, compare nell’Hybrid Bullettin declassificato ieri su impulso del sottosegretario ai Servizi, Franco Gabrielli. Non c’è traccia del professor Alessandro Orsini, né dell’attivista già storico collaboratore del manifesto Manlio Dinucci, né del freelance Maurizio Vezzosi, men che meno dell’ex presidente della Commissione esteri espulso dal M5S, Vito Petrocelli, e neppure di Laura Ruggeri, che secondo il Corriere vive a Hong Kong e scrive su Strategic Culture Foundation, “ritenuta dagli analisti ‘rivista online ricondotta al servizio di intelligence esterno russo Svr’” sempre secondo il giornale di via Solferino, né del “putiniano di ferro Claudio Giordanengo” già candidato leghista a Saluzzo (Torino)”, si legge sul Fatto.

Si tratta dunque di sei nomi che “non sono nel bollettino del Dis che tanto fa discutere. Ma da dove vengono? Alcuni sono citati nei carteggi preparatori del bollettino, per esempio per le interviste in tv che poi circolano su canali social monitorati dall’intelligence”, scrive il Fatto Quotidiano, che rilancia la critica al Corriere: “Il report dà atto di un rallentamento dell’attivismo online della Russia, a favore di una posizione difensiva basata sulla controdeduzione, in chiave pro-Cremlino, delle notizie provenienti dall’Ucraina e dall’Occidente, definite come fake news. Questo al Corriere è sfuggito”.

Confindustria Russia e Camera di Commercio Italo-Russa alla Davos di Mosca

Sempre sul Fatto Quotidiano, si legge che al Forum economico internazionale di San Pietroburgo della prossima settimana saranno presenti esponenti del mondo imprenditoriale e commerciale italiano. Un evento che il Fatto definisce “una sorta di Davos russa” e al quale secondo il giornale diretto da Marco Travaglio ci saranno anche figure come il direttore generale di Confindustria Russia e la Camera di commercio Italo-Russa, in seminari in cui si parlerà di cooperazione commerciale tra Russia e occidente.

Orsini e gli altri 5 nomi che non compaiono nel report dei Servizi

LE DISCREPANZE CON L’ARTICOLO. – Il bollettino declassificato. Hybrid Bullettin. A differenza di quanto scritto nei giorni scorsi dal quotidiano di via Solferino sono citati solo i giornalisti Bianchi e Fazolo

(DI ALESSANDRO MANTOVANI – Il Fatto Quotidiano) – Quasi nessuno dei nomi indicati domenica dal Corriere della Sera, nel pezzo intitolato “Influencer e opinionisti – Ecco i putiniani d’Italia” e introdotto da un occhiello sul “materiale raccolto dai Servizi”, compare nell’Hybrid Bullettin declassificato ieri su impulso del sottosegretario ai Servizi, Franco Gabrielli. Non c’è traccia del professor Alessandro Orsini, né dell’attivista già storico collaboratore del manifesto Manlio Dinucci, né del freelance Maurizio Vezzosi, men che meno dell’ex presidente della Commissione esteri espulso dal M5S, Vito Petrocelli, e neppure di Laura Ruggeri, che secondo il Corriere vive a Hong Kong e scrive su Strategic Culture Foundation, “ritenuta dagli analisti ‘rivista online ricondotta al servizio di intelligence esterno russo Svr’” sempre secondo il giornale di via Solferino, né del “putiniano di ferro Claudio Giordanengo” già candidato leghista a Saluzzo (Torino). Questi nomi non sono nel bollettino del Dis che tanto fa discutere. Ma da dove vengono? Alcuni sono citati nei carteggi preparatori del bollettino, per esempio per le interviste in tv che poi circolano su canali social monitorati dall’intelligence.

Ieri Gabrielli ha escluso “atti di investigazione” dei Servizi su di loro e sui giornalisti Alberto Fazolo e Giorgio Bianchi, gli unici due nomi riportati dal Corriere e citati nel bollettino. Il primo compare quale fonte dell’informazione secondo cui in Ucraina sarebbero stati uccisi 80 giornalisti, mentre “autonomi riscontri” degli apparati fermano la conta a “circa la metà”, come si legge nella nota 7 dello Speciale Disinformazione nel conflitto russo-ucraino – periodo 15 aprile-15 maggio – realizzato, a cura del Dis, con i contributi di Aise, Aisi e Maeci”, acronimi del Dipartimento per le informazioni e la sicurezza – che da Palazzo Chigi coordina le attività dei Servizi –, delle agenzie operative e del ministero degli Esteri. Il secondo, Bianchi, è nominato a pagina 5 del rapporto quale “noto freelance italiano presente in territorio ucraino con finalità di attivismo politico-propagandistico filo-russo ” come riportato dal Corriere, per aver rilanciato “dichiarazioni della portavoce di Lavrov (ministro degli Esteri russo, ndr) Maria Zakharova” sul canale Telegram “Giubbe Rosse” (@rossobruni), “noto – sottolinea il Bulletin – per la matrice ideologica euroasiatista”. Quel canale, annotano gli analisti del Dis, “ha fortemente criticato l’operato del senatore Alfonso Urso (presidente del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui Servizi, ndr) e del partito di appartenenza (Fratelli d’Italia), dopo che quest’ultimo ha annunciato con un tweet l’apertura di un’istruttoria del Copasir e delle audizioni dei vertici Agcom e Rai” a seguito della nota intervista di Lavrov a Zona Bianca. Il bollettino non è un rapporto dai Servizi, è un prodotto simil giornalistico scritto in burocratese in base “fonti aperte” e non a intercettazioni, pedinamenti o fonti confidenziali. Il primo paragrafo è dedicato alle “narrative pro Cremlino diffuse via social”, cioè ai temi: “Le critiche all’operato del presidente del Consiglio Mario Draghi, ritenuto responsabile dell’aumento dei prezzi…; la convinzione di un’imminente entrata in guerra dell’Alleanza atlantica…; la delegittimazione dell’attività di informazione dei media occidentali…; il malcontento e la sfiducia dei soldati ucraini prigionieri nei confronti del proprio esercito…; la pianificazione a tavolino del conflitto da parte degli Stati Uniti…” e così via. I successivi paragrafi sono dedicati a Telegram, Twitter e Facebook, ai canali @Sptnikita, @Baosptk e altri con i loro iscritti quantificati da 10 a 50 mila utenti al “rilevante” gruppo “United information Front” che si coordina con “Cyber Front Z” e agisce in Italia come “Comitato per il Donbass antinazista, attivo nello smascherare la disinformazione ucraina e contrastare la c.d. (cosiddetta, ndr) ‘isteria anti-russa’”. Chiacchiere. Che i Servizi osservano e monitorano, perché la propaganda accompagna la guerra e a maggior ragione in epoca social, per quanto lo stesso Gabrielli ieri abbia parlato di vicende “non particolarmente significative per la sicurezza nazionale”. Il report dà atto di un “rallentamento dell’attivismo online della Russia, a favore di una posizione difensiva basata sulla controdeduzione, in chiave pro-Cremlino, delle notizie provenienti dall’Ucraina e dall’Occidente”, definite come fake news. Questo al Corriere è sfuggito.

4 replies

  1. L’Italia è in stato di guerra? Se la risposta è SI, chi l’ha dichiarata? La Costituzione è precisa in materia e non mi sembra sia stata osservata. Pertanto la situazione nazionale è pericolosa e illegale. Se è NO, è pericolosa, illegale e SORDIDA.

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  2. Ma quale sordida.
    L’Italia non è in guerra nel momento in cui non abbiamo dichiarato guerra alla Russia e non ci sono truppe italiane sul campo.
    Per il resto siamo in una situazione di guerra. Contro la Russia. Come vuoi chiamare l’invio di armamenti a uno dei due schieramenti, le sanzioni a un altro, l’appartenenza alla Nato e all’Unione Europea, eccetera? Neutralità?
    È il gioco delle tre carte, l’unico purtroppo a disposizione se si vuole evitare la terza guerra mondiale, e impedire alla Russia di espandersi a suo piacimento in giro per il continente.
    L’altro sarebbe stato: “scannatevi tra di voi, a noi ce ne frega solo del gas, del petrolio, del grano e di tutte le materie prime che ci servono per continuare a vivere alla grande”.
    Legittima scelta, ma che nessuno dei leader occidentali, né Macron, né Scholz, né altri, si è sentito di prendere.

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