(Massimo Gramellini – corriere.it) – A Gorizia tre musiciste russe sono state escluse da un concorso internazionale di violino. Nulla di personale, si sono affrettati a spiegare gli organizzatori. Peggio mi sento. Quindi non le hanno escluse perché si erano schierate con Putin, ma in quanto cittadine russe. Come se l’essere nate a Mosca anziché a Gorizia fosse una colpa che si tramanda di madre in figlia e di violino in viola, per tacere del violoncello. Ma mica è finita. Dopo le proteste, è stata offerta la riammissione al concorso, a patto che le musiciste «disconoscano pubblicamente la politica estera di Putin e condannino fermamente la barbara aggressione». Mi si faccia capire. Un conto è suggerire alle violiniste di non presentarsi sul palco con la Z tatuata sulla carotide. Ma si pretende forse che siano anche delle eroine? Se il regime di Putin e di quel simpaticone di Medvedev è un’autocrazia che confina col dispotismo, chiedere a tre persone di rinnegarlo apertamente significa condannarle all’esilio o comunque a una esistenza molto rischiosa. Provino, gli organizzatori del concorso goriziano, a immaginarsi di entrare in un bar di San Pietroburgo dopo avere sputtanato Putin in mondovisione. Porterebbero alle labbra con serenità qualunque bicchiere venisse loro offerto?

Nessuno ha diritto di chiedere agli altri di essere eroi. Uno degli aspetti più odiosi delle dittature è la smania di controllo. Una democrazia che ne imita lo zelo fa accapponare la pelle. Come la stecca di un violino.