Petrolio non olet

La compagnia britannica è stata tra le prime aziende a entrare nel mercato russo negli anni 90 e tra le più reticenti a ritirare gli investimenti dopo la crisi con l’Ucraina cominciata dal 2014. I 32 anni di rapporti tra Bp e Mosca sono l’illustrazione perfetta della parabola della scalata del capitalismo occidentale a una delle economie più ricche di risorse

(DI TOM WILSON – Il Fatto Quotidiano) – Nell’aprile 1990, cinque mesi dopo la caduta del muro di Berlino, John Browne stava seduto in macchina fuori dal ministero del petrolio e del gas a Mosca, mangiando un hamburger di McDonald’s. L’Unione Sovietica era in corso di disfacimento. Browne era un alto dirigente di Bp, la compagnia petrolifera britannica che successivamente avrebbe diretto per 12 anni, ed era in città per discutere di opportunità di investimento al di là la cortina di ferro, con chiunque fosse disposto ad ascoltarlo.

Mentre i finestrini si appannavano per la condensa, Browne commentava con il suo team una conversazione avuta in giornata. Le risorse naturali della Russia, che includono alcune delle più grandi riserve mondiali di petrolio e gas, rimanevano ancora di proprietà esclusiva dello Stato, ma il sistema scricchiolava. Vagit Alekperov, vice ministro a Mosca, aveva confidato al manager britannico che intendeva creare una compagnia petrolifera e gli aveva chiesto se Bp voleva far parte dell’affare: “Per iniziare ci metteremo dentro alcuni beni, fondamentalmente alcuni asset che ora controllo come ministro”. Queste le parole di Alekperov secondo il racconto che lo stesso Browne fa nel suo libro di memorie Beyond Business.

Bp non ha mai investito nella compagnia di Alekperov. che venne creata 18 mesi dopo quella conversazione fondendo tre aziende di Stato e ora è conosciuta come Lukoil, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Ma quell’incontro ha segnato l’inizio di un rapporto durato 32 anni tra la Bp e la Russia, che ha aperto la strada a molte compagnie petrolifere occidentali, banche d’investimento e fornitori di servizi. “Dopo la caduta del muro di Berlino era chiarissimo che qualcosa sarebbe successo e avremmo dovuto farne parte”, racconta oggi Browne al FT.

Nei trent’anni in cui Bp è stata l’avanguardia dell’Occidente in Russia ha affrontato cause in tribunale e perquisizioni all’alba, sospetti e intimidazioni. Ma alla fine quello è stato l’investimento singolo più redditizio della storia della compagnia, una mossa che ha contribuito a trasformare l’azienda britannica nell’odierno grande player energetico globale.

Ma, improvvisamente, è finito tutto. Il 27 febbraio, tre giorni dopo l’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, Bp ha annunciato che avrebbe ceduto la sua quota del 19,75% nel produttore petrolifero Rosneft, sostenuto dal Cremlino, cominciando quello che è probabilmente il più grande esodo di imprese da qualsiasi mercato nella storia del capitalismo. Nelle settimane successive, decine di società occidentali, da Shell a Coca-Cola a McDonald’s, hanno avviato piani di cessazione o sospensione delle loro attività in Russia.

Bp è stata tra i primi a entrare e tra i primi a uscire dal mercato, per questo il suo viaggio racconta una storia che è più della parabola di una singola compagnia petrolifera, ma è la metafora dell’interesse occidentale per l’economia russa, la storia dell’apertura e della chiusura agli investimenti stranieri di una delle economie più ricche di risorse al mondo. Una storia di oligarchi, potere e profitti.

La “grande nuova frontiera”

Il primo ufficio di Bp a Mosca ha aperto nel 1990. Browne ci andava regolarmente, facendo la spola tra la capitale e i remoti campi petroliferi siberiani su vecchi elicotteri sovietici per valutare come e dove fare la prima mossa.

Gli sforzi del presidente Boris Eltsin di smantellare il sistema comunista avevano portato l’economia russa in caduta libera: inflazione alle stelle e crollo del valore del rublo. Ma l’opportunità offerta dalle riserve di petrolio e di gas era molto allettante. La Russia possedeva circa il 7% di tutto il petrolio del mondo e un terzo del gas, ma non aveva investimenti e i livelli di produzione stavano subendo una caduta verticale. I dirigenti di Bp che negli anni 90 hanno visitato i campi petroliferi russi raccontano di attrezzature arrugginite, tecnologie superate e di conoscenze geologiche rudimentali.

Avendo perso quasi tutto l’accesso al petrolio mediorientale negli anni 70, dopo la nazionalizzazione delle risorse voluta dai governi della regione, l’industria petrolifera occidentale vedeva la Russia come la nuova speranza: “Era la nuova grande frontiera, con risorse enormi”, dice al FT un ex dirigente di Bp che ha conosciuto la Russia negli anni 90. “Il mondo stava cambiando e la domanda era come ci saremmo posizionati noi rispetto a questa trasformazione”.

Così, dopo aver lottato per assicurarsi quote di esplorazione e di produzione, nel 1996 Bp ha creato una catena di stazioni di servizio e l’anno dopo ha acquisito per 571 milioni di dollari il 10% di Sidanco, azienda petrolifera russa gestita dall’oligarca Vladimir Potanin.

Come molti oligarchi, che hanno formato gran parte delle loro ricchezze privatizzando le risorse naturali russe negli anni 90, Potanin si era assicurato il controllo di Sidanco attraverso il controverso sistema introdotto da Eltsin dei “prestiti in cambio di azioni”, che ha permesso a imprenditori con agganci politici con il presidente di acquistare quote di società statali a prezzi stracciati. “A quel tempo, se volevi inserirti nel grande gioco delle risorse in Russia dovevi lavorare con un oligarca. Si trattava solo di scegliere quale”, spiega oggi l’ex dirigente della Bp.

Nel giro di due anni l’accordo comincia a naufragare. Un oscuro tribunale in una remota città siberiana dichiara infatti la bancarotta della più redditizia attività di estrazione di petrolio e gas di Sidanco, e la società poi viene venduta alla Tyumen Oil Company, conosciuta come Tnk e controllata da un altro oligarca, Mikhail Fridman.

A quel punto la Bp aveva perso più di 200 milioni di dollari del suo investimento iniziale, secondo le stime fatte da Browne nel suo libro di memorie. Tuttavia, invece di andarsene, decide di aumentare la quota, acquisendo un ulteriore 15% nel 2002. Infine, nel 2003, dopo quattro anni di trattative, Browne e Fridman si accordarono per formare una joint venture al 50% ciascuno, fondendo gli asset di Tnk e Sidanco con le stazioni di servizio di Bp in cambio di un investimento di 8 miliardi di dollari da parte di Bp. “È stata la classica mossa alla John Browne. Barra dritta e raddoppio”, commenta al FT un altro ex dirigente della compagnia britannica. Quell’accordo era il più grande investimento straniero mai realizzato in Russia e ha segnato il passo più significativo nel riassetto delle relazioni commerciali tra Russia e Occidente.

Nel 2000 Vladimir Putin viene eletto presidente e a guidare il Regno Unito c’era il primo ministro britannico Tony Blair, desideroso di estendere l’influenza britannica a Mosca. Putin allora era visto tutt’altro che come un aspirante dittatore, ma come “il grande riformatore. La nuova scopa che avrebbe spazzato via tutto il resto”, racconta Browne.

Nel giungo del 2003 il presidente russo viene ricevuto in visita di Stato in Gran Bretagna, è scortato a Buckingham Palace dalla cavalleria britannica e accolto dal saluto di 41 cannoni cerimoniali. Durante un sontuoso banchetto di stato tiene un raro discorso in inglese in cui sottolinea la necessità per il Regno Unito e la Russia di lavorare fianco a fianco. Tre giorni dopo viene firmato l’accordo Tnk-Bp davanti a Putin e Blair. “Si adattava al momento geopolitico”, valuta oggi Tony Hayward, che lavorò a quel piano ed è succeduto a Browne come amministratore delegato della Bp nel 2007. “Durante gli anni 2000 in Occidente c’era sicuramente la sensazione che si potesse portare la Russia sempre più vicina al nostro ovile”.

Una relazione complicata

Ma la Bp non era sola in questa partita. Sempre nel 2003 ExxonMobil cominciava la perforazione del suo primo pozzo petrolifero in un vasto giacimento dell’estremo oriente russo e tre anni dopo cominciava le esportazioni. Nel 2004 veniva creata una joint-venture da 20 miliardi di dollari tra Shell, i gruppi giapponesi Mitsui e Mitsubishi e Gazprom per la condivisione della produzione con la Russia (il gruppo ha cominciato a esportare nel 2008).

Per Bp, la partnership Tnk era redditizia ma complicata. La prima considerava la seconda come una “filiale” russa, mentre Fridman e gli altri due oligarchi azionisti della compagnia (Viktor Vekselberg e Leonard Blavatnik) volevano più controllo.

Dopo un momento di difficoltà nel 2008, Bob Dudley, allora a capo della joint venture, è costretto addirittura a fuggire dalla Russia a causa di “continue molestie”. Dudley era diventato così ansioso per la sua sicurezza personale che la sua partenza fu tenuta segreta fino a quando non fu al sicuro su un aereo. Altri problemi sorgono nel 2011, quando Bp, passata sotto la guida di Dudley, firma un accordo di esplorazione artica e di scambio di azioni con Rosneft, gigante petrolifero il cui allora presidente e ora amministratore delegato è Igor Sechin, tra i più stretti alleati di Putin.

Gli oligarchi della joint venture Tnk-Bp dicono che l’accordo viola i loro diritti come veicolo esclusivo per le imprese russe della Bp e bloccano l’affare nei tribunali internazionali. Gli uffici moscoviti della Bp subiscono una perquisizione delle forze speciali in uniforme nera e la Exxon interviene per sostituire Bp come partner artico di Rosneft. Dudley non ha risposto alla richiesta di commento a questo proposito.

A Putin non era mai andato a genio il fatto che la joint venture Tnk-Bp fosse al 50%, invece che essere controllata dai russi, ed era sempre più chiaro che Rosneft sarebbe stato il veicolo del presidente russo “per accumulare asset petroliferi”, come dice oggi uno degli ex dirigenti della Bp.

“Il petrolio e il gas sono sempre stati il biglietto da visita di Putin, la prima cosa di cui voleva parlare quando andava da qualche parte”, racconta una fonte del settore che ha incontrato più volte l’ex agente del Kgb e presidente della Russia, che aggiunge che “non si poteva mai dire cosa stesse pensando Putin: è totalmente inespressivo, la spia perfetta”.

Nel 2013 Putin ottiene finalmente ciò che voleva: Bp stringe un accordo complesso in cui riceve 12 miliardi di dollari in contanti e il 18,5% di Rosneft in cambio della sua metà di Tnk-Bp.

Dudley celebrò l’accordo come un “giorno storico per la Bp in Russia”, ma anche se molti analisti concordavano sul fatto che si trattasse di una risoluzione vantaggiosa vista la situazione molto ostile, altri osservatori restarono sorpresi del fatto che Bp non avesse cercato di uscire completamente dal mercato, scegliendo al contrario di rimanere come un grande azionista di minoranza in una società sostenuta dallo Stato russo.

La scelta è stata certamente redditizia. A quel pagamento in contanti si sono aggiunti circa 19 miliardi di dollari di dividendi che la Bp ha ricevuto da Tnk-Bp dal 2003 in poi. “Probabilmente è stato il miglior investimento che la Bp abbia mai fatto”, confida un dirigente coinvolto nell’accordo originale Tnk-Bp.

Tra il 2013 e il 2022, la partecipazione in Rosneft ha generato altri 5 miliardi di dollari in dividendi e ha rafforzato la produzione di petrolio e i profitti annuali della compagnia britannica. Ma quando le relazioni dell’Occidente con la Russia hanno cominciato a deteriorarsi e quando di recente Bp ha iniziato a spostare la sua strategia aziendale verso l’obiettivo di ridurre le emissioni di Co2, il rapporto con Rosneft è diventato ancora più problematico.

“Negli ultimi 18 anni non credo di essere stato in una riunione [sulla Bp] in cui un investitore non mi abbia detto ‘ok, interessante come tesi d’investimento, ma cosa dite dei rischi della Russia?’, racconta al FT Oswald Clint della società di consulenza finanziaria Bernstein, che segue dal 2004 il settore del petrolio e del gas.

Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, Rosneft è stata oggetto di sanzioni da parte degli Stati Uniti e dell’Ue, progettate per soffocare le sue prospettive di crescita, e di conseguenza si è raffreddato l’entusiasmo della maggior parte delle compagnie petrolifere occidentali per la terra russa. Anche Exxon, il cui amministratore delegato Rex Tillerson ha ricevuto la prestigiosa medaglia “dell’Ordine dell’amicizia” da Putin, ha messo in standby molti progetti. James Henderson, esperto di Russia all’Oxford Institute of Energy Studies, che sta scrivendo un libro sulla storia di Rosneft, conferma che “dal 2014 le attività sono rimaste stagnanti oppure sono state ritirate”.

Tuttavia, Bp è rimasta fedele al suo investimento anche dopo il 2019, quando Bernard Looney ha preso il posto di Dudley e ha lanciato una nuova strategia per tagliare la produzione petrolifera di Bp del 40% entro il 2030. Fino al mese scorso entrambi i manager sedevano nel consiglio di Rosneft. Sulla carta non si vedeva ombra di una marcia indietro negli investimenti.

All’inizio di febbraio, mentre gli Stati Uniti avvertivano di un’imminente invasione russa dell’Ucraina, Looney diceva al FT che di non essere preoccupato della potenziale interruzione del rapporto con Rosneft: “Questo non significa che non stiamo facendo gestione del rischio e pianificazione di contingenza, ma la mia opinione su questa vicenda è che non è successo nulla”.

All’epoca Browne si era incontrato regolarmente con il premier britannico Blair prima e dopo l’affare Tnk-Bp, Looney invece ha affermato di non essere stato contattato dal governo britannico per un sostegno sul dossier russo. E ha aggiunto che anche se gli fosse stato chiesto avrebbe avuto poco da offrire: “Non è un’area di interesse per me. Abbiamo un rapporto d’affari ed è su questo che voglio concentrarmi”.

Diverse fonti vicine agli alti dirigenti di Bp negli ultimi anni confermano che la compagnia petrolifera non ha mai seriamente considerato la cessione della sua quota di Rosneft. Le stesse fonti fanno notare che il motivo per cui, dopo la nomina ad amministratore delegato, Looney non è entrato subito a far parte del consiglio di Rosneft è stato soltanto perché gli è stato richiesto di aspettare l’assemblea generale annuale dell’azienda russa per farlo. Bp si è rifiutata di commentare ufficialmente queste notizie.

La fine di un’era

Tutto è cambiato quando i carri armati russi hanno attraversato il confine ucraino giovedì 24 febbraio. Looney ha convocato una riunione del consiglio il venerdì mattina 25 febbraio, dove è stato concordato che Bp avrebbe immediatamente valutato le implicazioni finanziarie, legali e fiduciarie di un disinvestimento.

Quello stesso giorno Looney ha avuto una videochiamata con Kwasi Kwarteng, segretario agli affari economici del Regno Unito. Il ministro ha espresso la sua preoccupazione per le connessioni russe della Bp e ha chiesto se il diesel di Rosneft stesse alimentando i carri armati russi. Looney ha rivelato poco dei piani della Bp, racconta oggi al FT una persona vicina al ministro: “Non faceva altro ad annuire e dire sì, sì, sì”.

Il consiglio si è riunito domenica e il presidente Helge Lund ha annunciato l’uscita di Bp da Rosneft. In tre giorni la major dell’energia fossile ha deciso di staccare la spina a trent’anni di attività, con una mossa che potrebbe costarle fino a 25 miliardi di dollari.

Meno di 24 ore dopo anche la rivale Shell ha fatto la stessa cosa, impegnandosi a terminare le sue joint venture con l’azienda di stato Gazprom. Exxon si è mossa una settimana dopo.

Non è facile prevedere cosa succederà adesso. La Russia ha temporaneamente vietato agli investitori stranieri di vendere i loro asset nel Paese, anche era comunque improbabile trovare acquirenti mentre infuria la guerra e sotto sanzioni.

È possibile che Mosca decida di espropriare la quota di Bp. Russia Unita, il partito di Putin, ha anche presentato un disegno di legge per nazionalizzare i beni delle imprese straniere appartenenti agli “Stati ostili”, tra cui figura anche il Regno Unito. In caso contrario, Bp potrebbe anche andarsene spontaneamente e cancellare del tutto il valore della sua partecipazione in Rosneft, rivendendola alla stessa società con un forte sconto, oppure sperare che si materializzi un acquirente.

Analisti e banchieri ipotizzato che le aziende di Stato cinesi potrebbero essere tentate di intervenire. Ma, nonostante la recente firma di una partnership “senza limiti” con Mosca, il presidente cinese Xi Jinping non ha ancora esplicitato quale sarà la risposta della Cina risponderà al conflitto voluto da Putin.

Konstantin Simonov, capo del Centro Nazionale per la Sicurezza Energetica di Mosca, ritiene che la Russia accelererà la costruzione di gasdotti verso la Cina, aumenterà le vendite di petrolio a Pechino e si farà affidamento sulla cooperazione cinese nei servizi petroliferi già avviata: “È chiaro che la Cina cercherà di approfittare della situazione. C’è poco da illudersi”.

Per Bp, Shell ed Exxon le conseguenze a lungo termine saranno gestibili, anche se non dovessero recuperare nulla dai loro investimenti. Nonostante la perdita di asset strategici, infatti, le tre compagnie hanno davanti un ventaglio di opzioni commerciali più ampio che mai. Come afferma ancora Clint di Bernstein: “Non c’è più solo il petrolio, c’è il gas naturale liquefatto, le energie rinnovabili, i biocarburanti. Ci sono tante opzioni che rendono più facile oggi tagliare il cordone ombelicale con la Russia”.

Tuttavia, il ritiro dei colossi petroliferi occidentali dal mercato russo segna la fine di un’era. “Un reset geopolitico completo”, come lo descrive un ex dirigente di Bp, che potrebbe tagliare fuori gran parte del mondo dalle risorse, dagli affari e dalla cultura russa per una generazione.

Riflettendo sulle azioni della classe politica e imprenditoriale occidentale negli anni 2000, Browne si giustifica così: “La Russia era un Paese pronto a giocare. Volevano davvero giocare sulla scena globale”.

Cronologia: 32 anni di Bp in Russia

1990. Bp apre un ufficio a Mosca e inizia a cercare opportunità

1996. Bp apre una catena di stazioni di servizio in Russia

1997. Bp prende una partecipazione nel produttore di petrolio russo Sidanco, che due anni dopo si avvia verso il fallimento

2003. Bp investe 8 miliardi di dollari in una joint venture con la Tnk di Mikhail Fridman: è il più grande investimento straniero in Russia

2011. Bp firma un accordo con Rosneft per l’esplorazione petrolifera nell’Artico, ma poi è costretta a ritirarsi dopo le proteste degli oligarchi proprietari di Tnk

2013. Bp esce dalla joint venture con Tnk in cambio di 12 miliardi di dollari in contanti e una partecipazione in Rosneft

2014. Rosneft viene sanzionata da Stati Uniti e Unione Europea dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, ma Bp mantiene il suo investimento nella compagnia

2022. Bp annuncia un piano per disinvestire completamente da Rosneft e uscire dal mercato russo

© 2022 The Financial Times Ltd.

Fonte: FT.com

Traduzione di Riccardo Antoniucci

Categorie:Cronaca, Inchieste, Mondo

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1 reply

  1. Peccato che FT non sottolinei i numerosi incidenti in cui BP fu protagonista, dal colpo di stato in Iran, agli incidenti in Alaska e golfo del Messico per citare i più conosciuti.
    Spero che FQ abbia chiesto uno sconto al FT per queste parziali notizie

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