Per una volta l’avvocato si è tolto la giacca, come a dire che presto potrebbe essere il tempo della sua trincea. “Sono disposto a correre il rischio di avere tutti contro se questo basta a fare gli interessi […]

(DI LUCA DE CAROLIS E WANDA MARRA – Il Fatto Quotidiano) – Per una volta l’avvocato si è tolto la giacca, come a dire che presto potrebbe essere il tempo della sua trincea. “Sono disposto a correre il rischio di avere tutti contro se questo basta a fare gli interessi dell’Italia e dei cittadini”, giura Giuseppe Conte in sei minuti e qualcosa di video, tutti all’attacco. “Noi del M5S non possiamo più stare sulla difensiva, dobbiamo rialzare la testa” teorizza.

Tradotto, è disposto anche alla crisi di governo, l’ex premier, pur di non spostarsi dal no all’aumento delle spese militari, la battaglia con cui cerca un ritorno alle origini grilline, per tenersi stretta la base. “Sarò il presidente di un M5S che dice no all’aumento massiccio delle spese militari soprattutto in un momento del genere, ma diremo sì a investimenti choc sulle rinnovabili e a sostegno senza precedenti di imprese e lavoratori in crisi” s’impegna. Mentre ai suoi confida: “Se credono che sia tattica si sbagliano, su questo non si può tornare indietro, la nostra gente non capirebbe”. Avanti, insomma, anche a costo di andare in collisione con Mario Draghi e con un esecutivo che l’avvocato non ama, anzi: “Questo governo di emergenza non è certo quello dei nostri sogni, abbiamo difeso le nostre conquiste che altrimenti sarebbero state cancellate”. Ma d’ora in poi non vuole più concedere nulla. L’ha capito anche il Pd, dove si chiedono dove possa arrivare. “Ma ora filtra preoccupazione anche dal Quirinale” soffiano un paio di grillini di governo, non entusiasti. Temono lo strappo del Conte che pretende un mandato largo dagli iscritti: “Se il risultato sarà così risicato sarò il primo a fare un passo indietro”. E che avverte gli avversari, cioè i dimaiani: “Non posso consentire che ci sia chi proprio al nostro interno lavora per interessi propri”. Sillabe che sorprendono i parlamentari vicini al ministro, che da settimane aveva spento polemiche e dibattito.

Ma il Conte che cerca la reinvestitura – comunque appesa ai ricorsi degli attivisti a Napoli – picchia ugualmente sui governisti: “Non votatemi se pensate che il M5S debba stare nelle stanze dei bottoni e se pensate che deve diventare una forza moderata e conservatrice, o che si sforza di piacere a tutti anche diventando la brutta copia di partiti divisi in correnti”. Intanto fuori si tratta, perché in Senato ci sono rogne. Cioè il decreto per l’invio delle armi all’Ucraina e l’ordine del giorno al testo di Fratelli d’Italia, che chiede di mantenere l’impegno ad aumentare la spesa militare al 2 per cento del Pil, già approvato alla Camera con un odg della Lega. Una mina, per il governo. Così ora il Pd lavora per un ordine del giorno di tutta la maggioranza, in cui il riferimento all’aumento della spesa sia molto blando. Ma il M5S freme. E allora quella del voto di fiducia – con cui cadrebbero odg e emendamenti – è una strada concreta. Anche se a Palazzo Chigi non hanno ancora deciso. Aspettano prima di tutto di capire se andrà in porto la mediazione perché la fiducia, stando ai numeri, non sarebbe necessaria. Paradossalmente, sarebbe un aiuto a Conte.

Il sospetto che Draghi voglia andare al muro contro muro con l’avvocato circola. Tanto è vero che non è ancora tramontata l’ipotesi del parere favorevole del governo all’odg di Fratelli d’Italia. A quel punto la Lega si spaccherebbe e forse si dividerebbero anche i 5Stelle. Mentre il Pd potrebbe votare a favore. È un percorso pericoloso, che andrà comunque valutato fino a lunedì sera, quando è in programma una riunione di maggioranza. Una volta approvato il dl Ucraina, si porrà il problema di come rendere effettivo l’aumento della spesa militare. Dovrebbe essere previsto nelle prossime due Finanziarie. Ma nel prossimo Def ci saranno delle indicazioni, anche se generiche. Comunque un possibile problema, per questo governo.