Al Tribunale di Napoli si discute la causa intentata da alcuni attivisti dopo il cambio di statuto

(di Simona Brandolini – corrieredelmezzogiorno.corriere.it) – «Nel Movimento 5 Stelle c’è chi sta con Di Maio, chi con Conte e chi come Fico non sa rispondere alla domanda: vuoi più bene a mamma o a papà? Eh, ma prima o poi dovrà decidere». Certo, anche se l’incognita si gioca stamane nelle stanze del Tribunale di Napoli, a testimoniare che la strada dei grillini è lastricata di basoli in pietra lavica made in Campania. Sempre. Il Tribunale esaminerà oggi il reclamo presentato da un centinaio di storici attivisti M5S per ottenere la sospensione dell’efficacia delle modifiche statutarie e della elezione di Conte alla carica di presidente del Movimento. La decisione dovrebbe essere adottata – spiega uno dei legali che rappresenta i ricorrenti, Lorenzo Borrè – presumibilmente nel giro di due settimane. Ma se il Tribunale desse ragione ai grillini ricorrenti il redde rationem interno al M5S tra Conte e Di Maio sarebbe di fatto congelato. Se fosse accolta l’«inibitoria» verrebbero infatti meno i rispettivi poteri di «impeachment» previsti dallo Statuto in capo sia a Conte sia a Di Maio. Poteri che resterebbero in ogni caso sempre precari: almeno fino alla decisione della causa «nel merito». In questo lasso di tempo, infatti, le due parti sarebbero comunque «esposte» ad eventuali nuovi ricorsi.

Offensiva legale

Una vicenda, quella del ricorso, che casca a fagiolo in questo momento. Che a settembre fu, invece, bollata come l’ennesimo tentativo di qualche buontempone di disturbare il manovratore. La presentazione nel giorno della passeggiata nel rione Sanità di Giuseppe Conte accanto all’allora candidato Gaetano Manfredi. Era il 6 settembre, e da Napoli partì un’offensiva legale contro il voto che aveva incoronato il professore leader del Movimento 5 Stelle. L’iniziativa nacque «a seguito della deriva verticistica che ha portato ad accantonare le regole e i principi fondanti del M5S, con conseguente sospensione della democrazia interna», spiegarono i promotori. Mentre la risposta di Conte fu lapidaria: «Facciano le iniziative che ritengono». Ora ci potrebbe essere il colpo di scena. Ma intanto le truppe dimaiane serrano le fila intorno al giovane ministro degli Esteri, che Sabino Cassese (illuminato costituzionalista che non ha mai lesinato critiche al Movimento) ha definito, nel reality della politica che ha portato alla rielezione di Sergio Mattarella, «un vecchio notabile della Dc di settant’anni». Cassese, non un cognome a caso, visto che nella sua autobiografia «Un amore chiamato politica», Di Maio parla di un altro professor Cassese, Antonio il suo docente di filosofia del liceo, come «il mio mentore, forse il mio primo mentore». Nomen omen.

A Pomigliano

Nella sua Pomigliano i turbodimaiani (cioé quelli più realisti del re) già dicono in giro di essere pronti per un nuovo movimento, per la scissione, quella che fa subito sinistra. A Roma si frena eccome. «Luigi è il Movimento e Beppe (Grillo) tra lui e Conte sceglierà sempre il primo», dicono i beninformati. Ma nel frattempo le truppe, appunto, si schierano a difesa del proprio capo. Con una particolarità, Roberto Fico, una sorta di Svizzera neutrale in questa fase, grazie anche alla sua carica di presidente della Camera. Ma, dice chi gli sta vicino, «è avvilito». Sinora il leader napoletano è stato più vicino a Conte che a Di Maio e nei Palazzi si dice pure che con il professore condivide l’amicizia e i consigli di Goffredo Bettini, il vero regista dell’alleanza giallorossa.

La geografia grillina

Difatti, a leggere tra le righe della geografia grillina, i fichiani nostrani sono proprio quelli più vicini a Conte. Partendo da Gilda Sportiello , volto proprio di questa ultima tornata elettorale, braccio operativo del presidente della Camera a Napoli. La più a-social dei 5 Stelle: i suoi profili Facebook e Twitter sono inchiodati allo scorso anno come se nel frattempo non solo non fosse stato eletto un nuovo Capo dello Stato, ma non ci fossero venti di guerra nel suo partito. E tra i contiani sono da annoverare anche il salernitano, ex sottosegretario del Conte 1, Andrea Cioffi , nonché Salvatore Micillo. Ovviamente ben più corposa è la pattuglia dimaiana. Poco importa se la rivolta social al grido #DiMaioout sia stato mossa da account fake o da “sockpuppets”, account-burattino inattivi e poi mobilitati (dipende dagli analisti), a leggere i commenti sotto i post di Valeria Ciarambino a difesa del ministro degli Esteri nella base grillina c’è malumore ed è palese, non fittizio. Il Di Maio «vecchio democristiano» piace alla politica, a chi vuole essere rassicurato, all’establishment, al mainstream, un po’ meno all’elettorato barricadero del Movimento che fu.

I gruppi parlamentari

Ma l’inquilino della Farnesina sa bene, e da anni, ormai che è il prezzo che si paga entrando a Palazzo. Dalla sua ha praticamente la quasi maggioranza dei gruppi parlamentari (che da qui a un anno saranno falcidiati a leggere i sondaggi). Da ieri anche l’appoggio delle ex sindache Virginia Raggi Chiara Appendino. E in Campania l’ex ministro Vincenzo Spadafora , Iolanda Di Stasio , Luigi Iovino , Alessandro Amitrano , Sergio Puglia , Sergio Vaccaro , Gianfranco Di Sarno , Conni Giordano . In più si è aggiunto Vincenzo Presutto che resta legatissimo a Grillo e meno alla nomenklatura interna e soprattutto campana ma è stato con Primo Di Nicola l’artefice in Parlamento della «svolta istituzionale» e della scelta di Mattarella. Tanto che Di Maio sabato scorso l’ha ringraziato in diretta tv. C’è poi la pattuglia di consiglieri regionali, capitanata da Valeria Ciarambino . Che, da quando è arrivato l’ordine di scuderia di evitare di attaccare De Luca direttamente, fa opposizione costruttiva. Sarà che nel momento dell’applauso a Mattarella nell’emiciclo Di Maio e De Luca (Piero) sono stati immortalati fianco a fianco? È la politica bellezza, il conflitto interno è l’ultimo passo verso la definitiva normalizzazione.