(Bartolomeo Prinzivalli) – L’atteggiamento della politica nei confronti del paradosso draghiano lascia veramente basiti, poiché la presenza del banchiere ne indica incapacità gestionale e nonostante ciò tutte le compagini si sperticano in lodi e salamelecchi, manco si trattasse di un intervento divino.

Per intenderci è come se in un’azienda con più bassi che alti arrivasse il curatore fallimentare ed il consiglio di amministrazione gli tributasse un’ovazione perenne, attestando di fatto l’essere un branco di incompetenti. Ma almeno in fabbrica fosse cambiato qualcosa, invece il tubo lesionato continua a perdere, il macchinario si inceppa ogni tre secondi, gli operai lavorano male e rendono poco, la sicurezza è penosa, gli sprechi rimangono inalterati e quelle poche cose positive stanno lì come prima anche se adesso ne attribuiscono il merito a lui. Cos’è cambiato allora? Ma il clima, ovviamente. Consiglieri e dirigenti hanno finito di scornarsi, di farsi i dispetti ed accusarsi reciprocamente, adesso è arrivato il curatore ad attestare che sono una massa di coglioni e loro sono felicissimi. Mal comune mezzo gaudio. E addirittura gli chiedono a gran voce di restare, perché non vogliono più mettersi in gioco per dimostrare le proprie qualità, tanto ci pensa lui. In questo paradosso solo gli operai restano increduli: impoveriti, privati di libertà da misure discutibili, costretti a pensionamenti dilatati e senza più punti di riferimento. Alcuni giustificano il tutto come fine, finisssssima strategia amministrativa, parteggiando ancora per i vari consiglieri ed immedesimandosi nei loro presunti sacrifici di convivenza forzata, altri più semplicemente si convincono sia solo una gran porcata.

Mi chiedo con che faccia possano ripresentarsi per contendersi la guida dell’azienda, o di ciò che ne resta, quando per un motivo o un altro il curatore avrà considerato assolto il proprio compito…