Dubbi sui vaccini ai bimbi. Scrive l’associazione CoScienze Critiche

La lettera inviata dall’associazione CoScienze critiche, i cui promotori hanno lanciato negli scorsi giorni l’appello contro il Green Pass sottoscritto da diversi professori universitari.

(huffpost) – La questione parte dalla recente autorizzazione negli USA da parte della Food and Drug Administration (FDA) all’uso in emergenza del vaccino Pfizer-BioNTech COVID-19 per i bambini di età compresa tra 5 e 11 anni. Il Prof. Perno, intervistato dall’Huffington Post il 3 novembre, sostiene che i bambini di età compresa tra 5 e 11 anni devono essere vaccinati anche in Italia e rassicura i genitori che il vaccino è sicuro e necessario. Il professore si spinge ben oltre, sostenendo la vaccinazione per tutti i bambini, anche per i più piccoli di 0-5 anni. 

Il ragionamento alla base delle rassicurazioni del Prof. Perno è articolato su tre piani. Il primo riguarda i motivi che dovrebbero spingere alla vaccinazione. Il pediatra fa riferimento in modo generico a statistiche internazionali e alla sua esperienza di ricoveri all’ospedale Bambino Gesù e afferma che la vaccinazione serve per preservare i bambini dal virus, poiché non sono immuni al Covid.  Quando si sostiene una vaccinazione dell’intera popolazione, e soprattutto per i bambini, è necessario essere accurati. Guardiamo quindi i dati da vicino. 

Dal report dell’Istituto Superiore di Sanità del 20 ottobre 2021 si rileva che in Italia, nella fascia di età 0-5, il numero complessivo di casi positivi al test RT-PCR per il Sars-Cov-2 è pari 138.167, con una percentuale di decessi dello 0,00008%; per la fascia di età 6-10 anni il numero di positivi è 179.660 con una percentuale di decessi dello 0,00003%. Considerando l’intera popolazione 0-19 anni, essa è pari a circa 10.600.000 bambini/ragazzi (dati ISTAT) e i casi positivi rilevati fino a ottobre 2021 sono circa 770.000, con 35 decessi da inizio pandemia. Ciò significa che il rischio in questa fascia d’età di contrarre il virus e poi morirne è stimabile in 2,9 per milione. Da notare che la quasi totalità dei decessi nei bambini positivi per il Sars-Cov-2 è concomitante con gravissime patologie pregresse e che la probabilità media di morte per qualsiasi causa per la fascia 1-19 è 112 per milione, quindi 38 volte più elevata di quella legata alla singola COVID-19. 

Chiaramente ogni vita è preziosa e va difesa. Come genitori sicuramente pensiamo alla salute dei nostri propri figli e non alle statistiche. Non ci sarebbero dubbi sulla vaccinazione se vi fossero solo benefici, o almeno benefici noti superiori a rischi altrettanto noti, ossia se il vaccino fosse inequivocabilmente uno strumento per proteggere la salute dei bambini. Tuttavia, ogni farmaco ha effetti avversi e la decisione di somministrare un qualunque trattamento medico deve basarsi necessariamente su un bilancio rischi/benefici. Questo lo sa bene il Prof. Perno che, proseguendo nel suo ragionamento, affronta la questione della sicurezza dei vaccini. Egli afferma che “i dati che ci sono, sono già molto solidi e dicono che non ci sono effetti collaterali gravi. La miocardite? Nessun caso nello studio dei bambini di 6-11 anni, e casi sporadici tra gli adolescenti, a risoluzione benigna.”

Questa parte del ragionamento è la più discutibile, poiché giunge a conclusioni in assenza di evidenze scientifiche. Andiamo a guardare il report su cui è basata la decisione della FDA. Per quanto riguarda i bambini 0-5 anni, non ci sono dati disponibili circa l’efficacia e la sicurezza dei vaccini. Poiché non è possibile affermare che il vaccino sia sicuro né il suo contrario, non possiamo nemmeno affermare che devono essere vaccinati anche i bambini 0-5 anni perché i vaccini sono efficaci e sicuri. In generale, i vaccini anti COVID-19 quando usati su ampia scala nel mondo reale hanno mostrato molti più effetti collaterali che nella sperimentazione del trial clinico, con effetti avversi maggiori per la fascia dei giovani, come dimostrato da diversi studi pubblicati su riviste scientifiche (per esempio, Alghamdi et al., Frontiers in medicine, 2021, 760047, o anche Cari et al., J. of Epidemiology, 2021, 125, 102742), al punto di non essere più raccomandati o addirittura sconsigliati in questa fascia.

Il secondo piano del ragionamento riguarda la vaccinazione sui bambini 5-11 anni e la sicurezza del vaccino. Il Prof. Perno riporta che “tutti e 3.000 i bambini che sono stati studiati per questa vaccinazione non hanno avuto effetti collaterali gravi”. Se osserviamo i dati effettivamente disponibili, constatiamo che non sono a tutt’oggi disponibili specifiche pubblicazioni scientifiche a riguardo. I dati che la FDA ha utilizzato per giustificare la vaccinazione dei bambini dai 5 agli 11 anni (circa 4.600 volontari tra cui 3.100 hanno ricevuto il vaccino) sono riassunti e consultabili qui

In breve: i bambini a cui è stato somministrato il vaccino Pfizer-BioNTech COVID-19 hanno avuto effetti collaterali simili a quelli sperimentati dalle persone di 16 anni e più. Gli effetti collaterali più comunemente riportati includono: dolore nel punto ove è stata praticata l’iniezione; fatica; mal di testa; brividi; dolore muscolare; febbre; dolore alle articolazioni; linfonodi gonfi; nausea; diminuzione dell’appetito. Similmente agli adulti, entro 2 giorni dalla vaccinazione i bambini manifestano effetti collaterali, che in genere durano da 1 a 3 giorni. Più bambini hanno riportato questi effetti collaterali, tranne il dolore al sito di iniezione, dopo la seconda dose del vaccino. 

La principale preoccupazione per gli effetti avversi riguarda le miocarditi. Il Prof. Perno afferma: “La miocardite? Nessun caso nello studio dei bambini di 6-11 anni, e casi sporadici tra gli adolescenti, a risoluzione benigna”. Anche in questo caso, l’affermazione appare superficiale e non basata sui dati, che invece indicano un rapporto rischi/benefici che non supporta la vaccinazione di massa, come già discusso sul prestigioso British Medical Journal. Per i bambini maschi di età 5-11 anni, il rischio di ricovero in terapia intensiva a causa della miocardite post vaccinazione è dello stesso ordine dei presunti ricoveri in terapia intensiva a causa COVID, che il vaccino eviterebbe. Inoltre, il rischio di miocardite stimato (1 su 10.000, con un terzo che richiede cure intensive) è stato ottenuto per estrapolazione dalla popolazione adulta. La stessa FDA nel documento di valutazione sulla sicurezza/efficacia del vaccino BNT162B2 sui bambini di 5-11 anni dichiara che “La dimensione del database di sicurezza non è abbastanza grande per rilevare qualsiasi rischio potenziale di miocardite associati alla vaccinazione. Per questo motivo, la sicurezza a lungo termine del vaccino COVID-19 in partecipanti da 5 a <12 anni di età sarà studiata in 5 studi di sicurezza post-autorizzazione, compreso uno studio di follow-up di 5 anni per valutare le sequele a lungo termine della post-vaccinazione miocardite/pericardite”.

A questo punto è necessario fare almeno tre osservazioni:
i) Un campione di 3.600 bambini non è evidentemente sufficiente a valutare un rischio di miocardite stimato in 1 su 10.000. I bambini sani sono soggetti che hanno una bassissima probabilità di prendere il virus e, anche qualora ciò accadesse, essi hanno un’altissima probabilità di guarire e sviluppare, o aver già sviluppato, un’immunità naturale più efficace di quella da vaccino; 
ii) i dati utilizzati per calcolare il rischio di effetti collaterali nei bambini 5-11 anni non sono stati effettivamente misurati, ma solo stimati sulla base di quanto osservato nello studio sulla popolazione adulta! Ogni medico dovrebbe sapere che gli effetti possono essere ben diversi e più gravi tra bambini in età pediatrica e adolescenti o adulti e questo vale sia per la fascia 5-11 sia per quella 0-5; 
iii) i bambini sottoposti ai test clinici sono stati monitorati solo nel breve termine (circa 2 mesi). La FDA stessa dichiara: “Non sono ancora disponibili informazioni sulle potenziali sequele a lungo termine e sugli esiti negli individui colpiti, o se il vaccino possa essere associato inizialmente a una miocardite subclinica (e se sì, quali sono le conseguenze a lungo termine)”. A tale proposito, come chiarisce un’analisi di cardiologi tedeschi, a dispetto della risoluzione benigna a brevissimo termine, la prognosi per la miocardite virale è generalmente piuttosto sfavorevole: quasi il 40% dei pazienti affetti è morto entro i successivi dieci anni, la maggior parte per cause cardiache, e uno su dieci ha sofferto di infarto con esito fatale.

Sottolineiamo questo aspetto: per i bambini, a fronte di una possibilità di ammalarsi di COVID-19 quasi trascurabile, nulla conosciamo degli effetti a lungo termine di questi vaccini anti-COVID. Inoltre, i bambini non sono affatto dei piccoli adulti, poiché il loro sistema immunitario si sviluppa nel corso del tempo. Anche se i bambini raggiungono livelli di immunità simili a quelli degli adulti intorno ai 6 anni di età, il ritmo varia da bambino a bambino, in base a fattori genetici e ambientali. Valutare i vaccini anti COVID-19 nei più piccoli richiederebbe quindi una strategia totalmente nuova per rilevare se hanno bisogno di una formulazione e/o di un dosaggio diversi. 

Proprio in relazione ai potenziali effetti sul lungo termine, giungiamo quindi alla parte più preoccupante delle dichiarazioni del Prof. Perno che ricorda che “ci sono i Post Authorisation Study: d’ora in poi il vaccino sarà somministrato ai bambini e continuerà l’osservazione attentissima sugli effetti collaterali dopo ciascuna somministrazione. Quindi lo studio su 3.000 bambini continuerà con un’osservazione su numeri ben più ampi. Qualcuno potrebbe ripetere la banalità che quindi è un vaccino sperimentale, laddove tutte, ripeto tutte, le vaccinazioni richiedono un registro di osservazione delle reazioni avverse che prosegue per anni. Quindi non sperimentazione, ma osservazione”. Infine, riferendosi ai 28 milioni di bambini da vaccinare negli USA afferma: “Ebbene, provi ad immaginare che tutti questi bambini, ammesso (e temo non concesso) che si vaccineranno tutti, uno per uno entreranno nella valutazione quando saranno vaccinati e saranno seguiti per registrare qualsiasi effetto collaterale dovesse emergere”. Dovremmo dunque valutare i rischi derivanti dalla vaccinazione anti-COVID nei bambini grazie alla somministrazione di massa? Una valutazione dei rischi a posteriori è una valutazione del danno.

Giungiamo all’ultimo piano affrontato dal Prof. Perno e dunque al fatto che, oltre alle questioni pratiche e tecniche, sia imperativo discutere le considerazioni etiche riguardanti la vaccinazione infantile COVID-19. Poiché l’incidenza e la gravità della malattia COVID-19 sono molto basse nei bambini, la vaccinazione non dovrebbe essere eseguita principalmente per la loro protezione, ma per quella della comunità, principalmente degli anziani o degli individui ad alto rischio. Come è possibile sostenere che la società dovrebbe vaccinare i bambini, sottoponendoli a qualsiasi rischio, non allo scopo di conferire loro un beneficio diretto, ma per proteggere gli adulti? Noi crediamo che l’onere di proteggere sia a carico degli adulti verso i bambini e non viceversa. In diverse giurisdizioni del mondo, la stragrande maggioranza degli adulti, compresi quelli ad alto rischio, non sono stati vaccinati completamente contro il COVID-19. Se l’obiettivo fosse quello di proteggere gli adulti, non si dovrebbero concentrare gli sforzi per assicurare che gli adulti siano completamente protetti (tramite iniziative terapeutiche e sanitarie adeguate e aggiornate) piuttosto che puntare sui bambini? La considerazione rischio/beneficio può essere diversa nei bambini a rischio relativamente più alto di malattia grave, come quelli che sono obesi o immunocompromessi. 

Lo ribadiamo, certi che non possa esserci smentita: i rischi a lungo termine dei nuovi vaccini COVID-19 su una popolazione di milioni di bambini sono al momento sconosciuti, dato che le sperimentazioni cliniche hanno coinvolto poche migliaia di soggetti e per pochi mesi. Semplicemente, non ci sono dati. Vaccinare i bambini sarebbe perciò un modo per trattarli come mezzi per servire gli interessi di altre persone o una qualche forma di bene collettivo, come già fatto attraverso lockdown e altre restrizioni, quali la chiusura delle scuole, su cui non ci sono evidenze e consenso unanime circa l’efficacia nel mitigare o contenere la diffusione del virus. Inoltre, i vaccini COVID-19 pediatrici dovrebbero essere dimostrati efficienti nell’interruzione o nella riduzione della trasmissione del virus. Sfortunatamente e dato il nostro attuale stato di conoscenza, i vaccini anti COVID-19 attualmente disponibili non soddisfano nessuna delle due condizioni neanche negli adulti. Non solo, vaccinare i bambini comporterebbe per loro rischi senza alcun beneficio diretto sostanziale. Inoltre, vaccinare i bambini potrebbe andare a vantaggio della collettività solo se ciò riducesse in effetti i livelli di diffusione della infezione nel corpo sociale. Tuttavia, sebbene i vaccini COVID-19 forniscano quasi certamente una protezione a medio termine contro i sintomi gravi e contro il rischio di decesso, la loro efficacia nel bloccare l’infezione è incompleta e molto probabilmente transitoria (3-6 mesi). Un articolo pubblicato nel 2021 sulla prestigiosa rivista Lancet, infatti, riporta che “La vaccinazione riduce il rischio di infezione con variante delta e accelera la clearance virale. Tuttavia, gli individui completamente vaccinati che hanno preso l’infezione hanno una carica virale di picco simile ai casi non vaccinati e possono trasmettere efficacemente l’infezione”. Ciò significa che, in realtà, non c’è alcun beneficio collettivo a compensare il possibile danno individuale causato ai bambini attraverso la vaccinazione. A maggior ragione se la vaccinazione dovesse essere effettuata in massa e su base regolare per via del rapido decadimento della protezione conferita, ad esempio ogni sei mesi o un anno, aggravando ulteriormente i potenziali rischi di effetti avversi.

 Alla luce di tutte queste considerazioni, l’affermazione che vaccinare i bambini contro SARS-CoV-2 possa proteggere gli adulti rimane ipotetica. Anche supponendo che questa protezione esista, considerando i bassi tassi di trasmissione, l’elevata percentuale di bambini già post-COVID e la maggior parte degli adulti vaccinati o post-COVID, il numero di bambini che dovrebbero essere vaccinati per proteggere un solo adulto da un grave attacco di COVID-19, sarebbe straordinariamente alto.

Un ulteriore punto del ragionamento del Prof. Perno necessita un’ultima discussione e riflessione. Secondo il professore, la ragione per vaccinare anche nella tenera infanzia è legata tra l’altro all’obiettivo di eliminare la circolazione del virus: “Vogliamo lavorare in tutto il mondo per l’eradicazione del virus? Allora dobbiamo cercare di vaccinare tutti e quindi anche i bimbi tra 0 e 5 anni”.

A questa affermazione del Prof. Perno rispondiamo che non solo l’eradicazione dei virus non è minimamente plausibile, ma anche la supposta immunità di gregge con la vaccinazione di massa è irraggiungibile perché:
– gli attuali vaccini riducono solo parzialmente la trasmissione e sono molto meno efficaci sulle varianti dominanti a oggi;
– le nuove varianti, con probabile resistenza ai vaccini, si diffondono velocemente con i movimenti delle popolazioni. Alti tassi di immunizzazione con vaccini imperfetti, come quelli attuali, potrebbero creare pressioni selettive con vantaggi per varianti più virulente, che potrebbero diffondersi con maggiore facilità tra i vaccinati (Read et al. 2015. PLoS Biology, 13(7), e1002198.);
– l’efficacia e la durata della protezione da vaccino sembra ridursi dopo pochi mesi (da 2 a 6 in base alla tipologia di vaccino) e a oggi è stabilita la necessità di dosi di richiamo per mantenere l’immunità, restando sconosciuto l’effetto di richiami periodici;
– le campagne vaccinali procedono a ritmi diversi nei diversi paesi e nelle regioni, e comunque i problemi per vaccinare/rivaccinare otto miliardi di persone non sembrano gestibili;
– i vaccinati possono tendere a comportamenti meno attenti per eccesso di sicurezza.

In più, la popolazione pediatrica è eterogenea, con caratteri fisiologici distinti anche nelle varie fasce d’età. I bambini sono più suscettibili degli adulti a effetti avversi dei farmaci, reagiscono in modo molto diverso a seconda dell’età. L’aggiunta di nuove vaccinazioni nei calendari vaccinali potrebbe fare insorgere interazioni con le vaccinazioni di routine con esito non prevedibile.

Con riferimento alle prove scientifiche disponibili, senza rinunciare a discutere delle strategie più efficaci contro la pandemia e rifiutando strumentalizzazioni antivacciniste, rivendichiamo l’imperativo ippocratico primum non nocere come principio base per ogni medico e misura di sanità pubblica. I bambini sono i meno colpiti dalla pandemia, ma rischiano di essere le sue più grandi vittime.

Prof. Leonardo Vignoli
Prof. Daniele Porretta
Prof. David Conversi
Prof.ssa Maria Luisa Chiusano
Dott.ssa Marina Piscopo
Dott.ssa Lucia Cicchillitti
Prof. Marco Milanesio
Prof. Nicola Schiavone
Prof. Gandolfo Dominici
Prof. Salvatore Valiante
Prof. Lorenzo Maria Pacini
Associazione CoScienze Critiche

8 replies

  1. A nessuno viene il dubbio che questa “ondata” sia dovuta proprio ai vaccini?Visti i numeri si può pensarlo?Avere dubbi è consentito?

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  2. Alla fine c’è sempre la scelta libera , che però deve essere sostenuta da evidenze inattaccabili .

    Per questo quando si parla di miocarditi.si dovrebbe valutare bene sia la miocardite provocata dal COVID , sia quella indotta dalla vaccinazione anticovid.

    Ancora non vi sono dati certi sulla durata della malattia, eventuale remissione e eventuale calo prestazionale del muscolo cardiaco.

    Ha senso far correre dei rischi a soggetti che hanno bassissima probabilità di andare incontro alla malattia?

    Davvero non vorrei essere nei panni di tanti genitori.

    Gianni

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  3. DAL FQ DI OGGI:

    Un gruppo di oltre trenta professori e scienziati di università tra cui Yale, Harvard, Ucla e Brown, hanno chiesto al governo di condividere i dati su cui si è basato per autorizzare il vaccino Covid di Pfizer-Biontech e hanno richiesta appellandosi alla Freedom of Information Act (Foia) del 1967 impone alle agenzie federali di rispondere alle richieste di informazioni entro 20 giorni lavorativi. Richieste di questo tipo – Freedom of Information Act – non sono mai rapide e a volte bisogna ingaggiare non solo negli Usa battaglie legali per ottenere dati e informazioni. Ma il team di scienziati ha ottenuto come risposta che ci vorranno 55 anni come riporta l’agenzia di stampa Reuters che ha reso nota la vicenda. Cioè questo è il tempo che la la Food and drug administration (Fda), l’agenzia per i farmaci, ha proposto al tribunale per rilasciare la documentazione richiesta. Il paradosso è che se il giudice federale concorderà i ricorrenti, Public Health e Medical Professionals for Transparency, avranno accesso ai dati nel 2076. Gli avvocati del Dipartimento di Giustizia che rappresentano la Fda sostengono che viene richiesta una enorme quantità di materiale pari a 329mila pagine.

    CAPITO? Aspettiamo fino al 2076 per sapere le informazioni ottenibili con il FOIA.

    Cos’ dappazzi.

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  4. L’accusa di Giovanni Frajese: reazioni avverse? I medici stano zitti
    «Molti medici non vogliono ammettere reazioni avverse»
    Notizie
    Di Massimo Cascone Su 19 Nov 2021 3,176
    Giovanni Frajese vaccini bambini

    lanuovabq.it

    di Andrea Zambrano

    «Nel mio campo vedo riacutizzazioni di infiammazioni alla tiroide, irregolarità nel ciclo mestruale, sindrome di Guillain-Barré, parestesie, trombosi e disturbi coagulativi. La correlazione col vaccino è nei fatti e nelle tempistiche. Non si sapeva? Per forza: con due mesi soltanto di trial era inevitabile. Ma molti medici preferiscono non indagare per non rischiare di beccarsi l’accusa di no vax». Parla alla Bussola l’endocrinologo Giovanni Frajese: «Bisogna segnalare le reazioni avverse perché è l’unico modo per studiarle e perché l’EMA le inserisca tra gli effetti collaterali».

    Nel giugno scorso avevano fatto clamore le sue dichiarazioni di forte critica ai vaccini per bambini e adolescenti. Per il luogo in cui erano state pronunciate, il Senato, e per la sua autorevolezza. Da quel giorno per Giovanni Frajese, medico endocrinologo e docente all’università di Roma Foro Italico, sono state migliaia le mail e le lettere di genitori preoccupati. E oggi che il tema della vaccinazione anti-Covid in età pediatrica è tornato prepotentemente alla carica, unito a una forte contrarietà del mondo scientifico, anche di parte dei virologi più intervistati sui giornali, Frajese rivendica in questa intervista alla Bussola la bontà della sua presa di posizione iniziale.

    Professore, ha poi fatto fare il vaccino a sua figlia?

    No, e i fatti mi stanno dando ragione. Non aveva alcun senso e non ce l’ha oggi.

    Perché il suo intervento al Senato fece così scalpore?

    In giugno nessuno si era ancora esposto, o meglio, nessuno con una qualifica universitaria e istituzionale. In giugno c’era una voce unica che sosteneva senza ombra di dubbio la vaccinazione pediatrica anti-Covid. Ora non è così. A qualcosa il mio appello è servito.

    Ha ricevuto attacchi?

    Sinceramente mi aspettavo un attacco da una parte del mondo accademico, ma non è accaduto. Nessun attacco dai colleghi, ma neanche nessuno che mi desse ragione. Semplicemente ignorato. Le perplessità espresse in Parlamento però sono tuttora valide.

    Che cosa è cambiato da giugno ad oggi?

    Si è rafforzata l’idea che questi vaccini siano relativamente efficaci nel tempo, ma non poteva che essere così dato che lo studio, per ragioni di urgenza, è stato fatto in tempi molto rapidi, con un’osservazione clinica durata due mesi. E infatti le pubblicazioni attuali dicono che col passare del tempo l’efficacia diminuisce al di sotto del 40%, ecco la necessità di una terza dose per riportare la risposta anticorpale a un livello di guardia.

    Che cosa sarebbe accaduto se il trial fosse durato almeno un anno?

    Che ci sarebbe stata una efficacia molto più bassa. A quel punto si sarebbe imposto il dilemma se approvarli o no. E soprattutto si sarebbe affermato senza tema di smentita che questi vaccini non sono stati un grande successo.

    Lei è endocrinologo, che cosa vede sul fronte delle reazioni avverse?

    Mi sta accadendo di vedere due tipologie di disturbi. La prima sono riattivazioni importanti di patologie autoimmuni.

    In che senso?

    In termine tecnico si chiama flare up, una sorta di fiammata di ritorno, come la tiroidite di Hashimoto e morbo di Graves, due tipologie serie di infiammazione tiroidea.

    Perché?

    Perché il vaccino riprogramma la cellula e modula il sistema immunitario. Questo aspetto non è stato ancora approfondito adeguatamente. La produzione dei sub-componenti del sistema immunitario non la conosce nessuno, cominciano a essere pubblicati dei dati preliminari su MedRX, report sulla modificazione di cellule natural killer. Le patologie autoimmuni come quelle alla tiroide si riattivano nel corso di questo processo.

    E la seconda?

    Noto molti disturbi al ciclo mestruale. Anche di adolescenti.

    Sono fenomeni gravi?

    Nelle ricadute sulla fertilità, sì.

    Effettivamente nell’ultimo aggiornamento dell’EMA sulla farmacovigilanza, le irregolarità mestruali sono state inserite per la prima volta a quasi un anno dalla somministrazione delle prime dosi. Perché c’è voluto così tanto?

    Perché nei trials non si potevano monitorare, in appena due mesi. Diciamo che noi medici stiamo vedendo sul campo le ricadute degli effetti avversi.

    Ci sono molte altre patologie?

    Sto seguendo sindromi di Guillain-Barré, parestesie, trombosi e disturbi coagulativi.

    Anche queste sono state riportate negli aggiornamenti.

    Ho una paziente che ha perso il controllo della sensazione della vescica. Ha 52 anni e ora ha il catetere.

    Eppure, si tende a escludere sempre la correlazione. Come fa ad essere sicuro che c’entri il vaccino?

    I neurologi non hanno alcuna idea di quale sia la causa, la temporalità è successiva al vaccino, i meccanismi di azione sono plausibili con l’inoculo. Si deve fare una lunga opera di studio di ogni caso.

    È perché non c’è ancora molta letteratura a disposizione?

    Esattamente. Non avendo letteratura a disposizione chi è che rischia di prendersi del no vax per mettersi a studiare le reazioni avverse? Purtroppo, tanti di noi stanno andando alla cieca o preferiscono fare finta di nulla.

    Sta dicendo che per un medico è difficile affermare una correlazione diretta?

    C’è una situazione di disagio nelle persone che hanno una reazione avversa perché la classe medica fatica a comprendere perché si è verificato un fenomeno e qual è il meccanismo fisiopatologico che sta dietro la manifestazione, così facendo sia la diagnosi che la terapia diventano di tipo intuitivo perché non si segue un protocollo.

    Che cosa bisogna fare?

    Continuare a segnalare, non solo da parte dei pazienti, ma sono i medici che devono segnalare tutto quello che vedono in termini di possibile reazione avversa. Solo così certe patologie verranno prese in considerazione. Le faccio un esempio.

    Prego.

    Nei primi report di EMA non c’era la pericardite come effetto avverso grave: finché c’erano poche segnalazioni si tendeva a non registrarle e soprattutto a non considerarle correlate. Quando il numero di reports della pericardite è aumentato superando una certa soglia allora è stata riconosciuta come possibile link causale alla vaccinazione ed è entrata a far parte degli eventi avversi noti. Ora la comunità scientifica è passata allo studio del fenomeno. La farmacovigilanza funziona in questo modo.

    Siamo però ancora in un contesto di segnalazioni spontanee ad Aifa e EMA.

    E questo è un grosso problema perché sistemi come Vaers ed Eudravigilance sono volontari; quindi, significa che la percentuale è molto bassa.

    Di quanto?

    Del 10%? Del 20% Non saprei, di sicuro è sottostimato.

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    • Ma precisamente quale effetto avverso hai avuto da piccola per essere così ignorante e incapace di leggere quello che trovi scritto?

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