Buttafuoco: “Impossibili i conti con il passato. Viviamo al tempo del pensiero unico”

Pietrangelo Buttafuoco (Catania, 2 settembre 1963) è un giornalista e scrittore italiano. Torino Salone del Libro 2016. © Leonardo Cendamo

(Francesco Grignetti – lastampa.it) – Non chiamatelo «destrologo», perché non è corretto e nemmeno serio. Chiamatelo scrittore senza troppe etichette. Ma Pietrangelo Buttafuoco, in trepida attesa per il prossimo romanzo, (“Sono cose che passano”, La Nave di Teseo) è anche un osservatore intelligente di quel che accade nel mondo e in «quel» mondo che in gioventù è stato suo.
Perciò merita alzare il telefono e chiedergli a brutto muso: che pensa di quel che sta accadendo a destra? Lui sospira e rilancia: «Se mi chiedete di Fanpage, nemmeno rispondo perché ne è evidente l’assoluta malafede e la strumentalità».

In che senso?
«Nel senso che se prendi una macchietta della politica, uno del circo della Zanzara, e ci costruisci attorno un film, è evidente la strumentalità. Ma di questo non parlo, perché non mi interessa”.

Parliamo allora di Luca Morisi, abbattuto dai fantasmi social che lui stesso ha evocato? Non le sembra il più drammatico esempio di contrappasso?
«Più che un contrappasso per lui, direi per i suoi nemici. In fondo Morisi è stato coerente con il dettato del tempo corrente, tutto sesso, droga e rock & roll. E invece di sentirsi dire dai suoi nemici – caspita, è dei nostri! – questi hanno mugugnato peggio del peggior Braghettone. Il pavlovismo ha preso il sopravvento».
Ma non è un problema politico, scusi, l’incapacità di fare i conti con la propria storia, nel caso di chi tresca con certi attrezzi nostalgici del passato peggiore? O con la propria cultura, quando si demonizzano comportamenti che poi sono anche suoi?
«Se è per questo, il problema è anche più grave. Io dico che ormai non abbiamo la possibilità di ridiscutere in un senso molto più ampio. È un problema che va oltre il Novecento e oltre i confini italiani. Siamo entrati in una fase in cui il rischio di inquisizione e di totalitarismo culturale è più forte perfino di quanto fosse nel Dopoguerra.
Nel senso che non abbiamo più la libertà e l’agio di attraversare i mondi, di raggiungere orizzonti ulteriori. Siamo costretti in un unico linguaggio che impone il pensiero unico. E soprattutto non c’è la possibilità di confrontarsi con il passato. Ben oltre il Novecento, non c’è più la possibilità di confrontarsi persino con il passato arcaico. Quello più remoto. Questa è la vera questione».

Par di capire che, secondo lei, siamo oltre le costrizioni del politicamente corretto.
«Certo. Quando nei musei si pongono il problema se esporre le opere d’arte del Rinascimento perché temono di offendere le sensibilità altrui, di quelli che magari nella loro storia non hanno avuto la possibilità di creare capolavori, si capisce che siamo entrati in un ambito preoccupante.

C’è una idea di civiltà e di libertà dell’umanità che viene messa in discussione. Grazie a dio, però, ci salveranno i cattivi. Nel momento in cui l’Occidente rinuncerà ai suoi musei, l’Hermitage di Mosca non si farà problemi come non se ne faranno in Cina. A me sembra di essere all’avvento del cristianesimo quando furono bruciate le biblioteche con la sapienza del passato e fu uccisa Ipazia.

Se non ci fossero stati i cattivi dell’epoca, ovvero i saggi arabi d’Andalusia o i maestri persiani, oggi non avremmo più Platone o Aristotele. È quello che sta accadendo oggi, quando vogliono cancellare Shakespeare, il Rinascimento, o Heidegger».

Io chiedevo più banalmente perché la destra non riesca a fare i conti con la propria storia una volta per tutte. O meglio: se non si debba accettare che i conti vanno fatti di continuo.
«Attenzione, tra quello che mi chiede lei, e quello che dico io, c’è di mezzo un groviglio inestricabile di non detto, di autocensura, di timori, per cui non ne usciamo più. Siamo costretti tutti alla “dissimulazione gentile” per potercene venire fuori.

Però voglio ricordare un aneddoto, ormai stratificato nella storia della destra: il compianto Pinuccio Tatarella, una volta che gli si presentò un tale con certa paccottiglia nostalgica, la prese e la gettò d’impulso fuori dalla finestra. Non aveva intenzione di perdere tempo».

È comprensibile che Giorgia Meloni, di ben altra generazione, e con ben altre ambizioni, voglia gettarsi tutta la paccottiglia alle spalle. Ma perché non lo fa, allora?
«Ma davvero vogliamo parlare del Novecento? Allora io faccio solo un nome: Renzo De Felice. Dal punto di vista storico, la discussione si è chiusa con un lavoro storiografico importante. Non lo possiamo più interpellare? Leggiamo i suoi libri».

4 replies

  1. “L’intellettuale” piu sopravvalutato d’Italia. Non ha mai detto mezza cosa interessante ne controversa rispetto al pensiero conservatore/restauratore dominante nella destra che rappresenta. L’unica volta che ha fatto tremare i polsi dalla sua parte è stato quando si è dichiarato musulmano, cosa che ovviamente non fa piu perche esattamente come i radical-chic dall’altra parte, anche lui vuole conformarsi al pensiero unico destrorso in cui contano solo i valori giudaico-cristiani e il vittimismo chiagne e fotti. Vuole essere il D’Annunzio di Giorgia, ma rimarrà solo il Richelieu di Re Mario I

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  2. Che bravo questo signore a lanciare palloni fuori campo. Pur di non parlare di purulente situazioni come quella di Lega-Morisi o FdI-uomini neri, ci “diletta” con fumose disquisizioni che ricordano il Cazzaro quando dichiarava che i 49 milioni spariti erano cose del passato, che lui non c’entrava. Mistificatori professionisti!

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  3. Meglio che scriva direttamente lui.
    Almeno le sue contorte caxxate destrorse si concentrano in poche righe.

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