Napoli: nuovi locali per piazza Garibaldi, è l’ultima chance

(ANTONIO MENNA – ilmattino.it) – C’è un buco nero all’ingresso di Napoli, si chiama Piazza Garibaldi. Come per un maleficio, sembra risucchiare ogni progetto di recupero, ogni sogno di rilancio, ogni proposito di riscatto, in un pozzo di degrado, che alza assordante il suo rumore, detta il suo tempo, contamina di sé, come un Re Mida all’incontrario, tutto quello che si avventura nel diametro del cerchio imperfetto che si irradia dai binari della Stazione centrale e si allarga verso il mare, da un lato, verso il centro storico, dall’altro, e sembra la tremante onda lenta di un terremoto costante, così piano da essere impercettibile ma così infiltrante da rendere vano ogni tentativo di stare in piedi.

Eppure ci hanno provato. Per una volta non si può parlare di disinteresse quanto, invece, di un naufragio continuo, la collisione perpetua della buona volontà sulla lesione nascosta del male incurabile. Lato destro, lato sinistro della piazza, un lunghissimo cantiere, poi l’inaugurazione nel 2019: i percorsi pedonali rimessi a nuovo, l’arredo urbano, il parcheggio, le panchine, un campo di basket, perfino un anfiteatro in pietra, i giochi per i bambini, un selciato calpestabile, la pubblica illuminazione, gli alberi, le aiuole. Le carte, per una volta, erano tutte in regola. Ma anche quel grande progetto, così atteso, e così ammirato, si è sporcato, e ci è voluto pochissimo, qualche mese. È tornato il suk. Sono tornati perfino i giocatori delle tre carte, i motorini sui marciapiedi, le bancarelle che tolgono lo spazio ai pedoni, le motoseghe a tagliare gli alberi, i rifiuti nelle aiuole, le recinzioni distrutte, le panchine divelte, la paccottiglia, i poveri diseredati che, nel fallimento plateale delle politiche di accoglienza e di inclusione.

Piazza Garibaldi, a pochi passi il marciapiede di corso Novara è tornato un dormitorio a cielo aperto, con annesso Vespasiano, e l’imprescindibile cumulo di rifiuti, e poi dentro i vicoli ancora di più. Una immigrazione scomposta, caotica, evidentemente non organizzata, lasciata a piccoli gruppi di interessi di strada, che invade ogni angolo, con centinaia di persone che mangiano, bevono, fumano, si drogano perfino sugli scivoli dei bambini, o in quella arena che doveva servire a socializzare e invece sembra il catino desolante della solitudine degli ultimi della Terra. È sconfortante arrivare a Napoli col treno, se subito dopo non ti lasci inghiottire dalla metro, o non salti nell’abitacolo di un taxi; se hai l’idea – a chi non viene nelle altre città? – di sentire subito il luogo sotto i tuoi piedi, avventurandoti a passeggiare nei dintorni, non trovi alcuna traccia di nessuna bellezza. Altro che paradiso abitato da diavoli. Da Napoli ferrovia, la città sembra un inferno abitato da disperati. E lo scenario non muta oltre la piazza, verso i marciapiedi di Porta Nolana, dove va in scena un mercato dell’usato organizzato da poveri che vendono ai poverissimi. Oggetti usati di triplice mano: abbandonati nei rifiuti, raccolti dai mendicanti, rivenduti ai disperati. Mentre i vicoli che portano a Porta Capuana, e poi quelli che si infilano come capillari sul corpo del Rettifilo fino a Forcella, sono mappe della prostituzione più estrema, più promiscua, insieme alla grande fabbrica del falso, alla bancarella del tarocco, fino al famigerato pacco: “ti vendo un iPhone”, porti a casa un mattone.

Che si deve fare per dare dignità a questo chilometro di benvenuto a Napoli?
L’impresa privata non smette di crederci, di rilanciare e riprovare. Ci provano gli alberghi, bastonati dalla pandemia; ci provano i pochi commercianti che vendono merci e non “merciume”.

Ci provano, per ultimo, anche questi imprenditori della Food Hall di Napoli centrale, appena inaugurata: quattordici nuovi bar e ristoranti dentro la stazione, per provare a fare della terza città d’Italia, qualcosa che somigli alle altre due, alla galleria di Milano, ai Mercati Generali di Roma Termini. C’è una energia indomita, la voglia di fare non manca, riprovare, perfino rischiare. Ma servirà questo nuovo sforzo? Ogni volta ci si augura che sia quella giusta. Ogni volta si confida nella potenza trasformativa della buona volontà. Ma la grande paura è in agguato. Degrado produce degrado. Abbandono moltiplica abbandono. Il buco nero di piazza Garibaldi ingoierà anche questo, lasciando i residui organici di altri fallimenti e nuove false speranze, oppure riusciamo a illuminare una opportunità per una volta, e scriviamo una storia davvero nuova?

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  1. VIRGINIA RAGGI : “GUALTIERI E MICHETTI PASSACARTE, SONO IO IL VERO ARGINE ALLA DESTRA

    (di Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano) – L’intervista è praticamente conclusa, quando la sindaca di Roma Virginia Raggi interrompe il cronista: “Ci tengo a dirle una cosa, io sono l’unica donna candidata a sindaco di Roma, e sono una donna libera: ciò dà molto fastidio, e questo è un tema da non dimenticare”. In un sabato romano ancora estivo, con il centro della città che ospita la manifestazione di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia, la 5Stelle Raggi ha voglia di parlare e rispondere.
    Oggi Meloni l’ha attaccata sostenendo che Roma “è stata violentata” in questi anni e che lei ha perso l’occasione di ospitare l’Eurovision. Ha proprio torto?
    Meloni ci spieghi perché ha candidato come sindaco Michetti, che si sottrae al confronto e vorrebbe riportare a Roma le bighe. Io sono in campo per fermare la destra, e fui la prima a porre un freno a Matteo Salvini durante il governo Conte 1. Io sono l’argine alla destra.
    Ha sfidato Meloni a un confronto pubblico.
    Certo, perché se lei mi attacca è la conferma che Michetti è un passacarte, proprio come lo è Roberto Gualtieri nei confronti del Pd. I due candidati messi dai partiti sono burattini, che nascondono i soliti noti. Con loro torneremmo indietro di 20 anni.
    Lei è molto morbida nei confronti di Carlo Calenda: forse perché potrebbe togliere tanti voti a Gualtieri, spingendola al ballottaggio…
    Con Calenda mi unisce il fatto che siamo candidati veri. Dopodiché non abbiamo nient’altro in comune. E poi lui da ministro non ha fatto nulla per Roma.
    Ha visto che l’attore Massimo Lopez è stato inseguito da un cinghiale mentre buttava l’immondizia?
    Io amministro una città, e i cinghiali sono un problema di competenza regionale. Gli agricoltori hanno manifestato davanti a Montecitorio e alla Regione Lazio.
    La Regione è governata da quel Pd con cui Giuseppe Conte vuole costruire un nuovo centrosinistra. Se lei non dovesse arrivare al 2° turno, Conte sarà quasi obbligato a pronunciarsi a favore di Gualtieri.
    Noi a Roma possiamo vincere, il resto diventa un problema del Pd.
    Ripeto, con i dem dovete costruire una coalizione…
    Io parlo ai cittadini, sono sindaca di tutti, e porto avanti temi che la sinistra ha perso. Il Pd romano è molto snob e guarda con disgusto me e il M5S. Ma sono loro che volevano privatizzare Atac, l’azienda del trasporto locale, e che hanno abbandonato le periferie.
    I suoi rapporti con Conte a suo tempo parevano gelidi…
    I nostri rapporti sono migliorati nel tempo, e certe descrizioni dei media all’inizio non hanno aiutato. Ora ci sentiamo ogni giorno: proprio ieri abbiamo parlato a lungo della strategia per le Amministrative e Conte mi ha dato ottimi consigli.
    Le ha anche suggerito chi mettere in giunta?
    Sulla giunta annuncerò delle novità a fine mese. Ma non sono come Michetti e Gualtieri, che se la farebbero fare da altri.
    È stata appena eletta nel comitato di garanzia del M5S, “doppiando” come voti Luigi Di Maio e Roberto Fico.
    Io non faccio paragoni. Posso dire che il voto degli iscritti conferma che è stato apprezzato un lavoro di cinque anni.
    Ma come lo vorrebbe il nuovo M5S?
    Deve tornare a stare sui territori e infatti Conte sta girando l’Italia. Il M5S non deve preoccuparsi delle questioni di palazzo o guardarsi l’ombelico.
    Lei pare mettere d’accordo Conte e Grillo, o no?
    Con Beppe ci sentiamo spesso, mi sprona ad andare avanti. Lui già 15 anni fa parlava di sostenibilità, e deve continuare ad avere la funzione di guardare avanti. Se si affrontano assieme i problemi concreti poi si superano tutte le divisioni.

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