
(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Prima della lettera degli studenti contro il green pass, l’ultima volta che la grande stampa si era occupata di “movimento studentesco” mi pare sia stata nel 2010 in occasione dell’approvazione del Ddl Gelmini, quando il malcontento venne prontamente retrocesso a fenomeno di ordine pubblico con la conta dei danni, e poi, un anno dopo in ottobre, quando a leggere i titoli – Google non dimentica ma non mi fa ritrovare la mia cronaca in tempo reale da Piazza San Giovanni – Roma venne messa “a ferro e fuoco” dal “corteo degli studenti, partito dalla Sapienza: disordini in via Cavour, negozi saccheggiati, vetrine spaccate, banche distrutte e auto bruciate”.
Poi una coltre di silenzio è calata sulla Buona Scuola di Renzi: i ragazzi delle medie salgono all’onore della cronaca quando si mettono in fila per lo smartphone o le sneakers mentre la Buona Università di Renzi venne occultata nella Legge di Stabilità del 2015 per far digerire la non inattesa divisione degli atenei come le squadre di calcio, serie A e serie B, favorita dal blocco degli scatti stipendiali dei docenti, la tradizionale celebrazione del dogma del merito, ad uso di studenti degni di rappresentare la futura classe dirigente e delle cerchie dei protetti delle baronie, esclusi i ricercatori senza padrone sottoposti alle regole del mercato degli schiavi dei vari Fondi ordinari e non.
Il che conferma che a fronte dei messaggi responsabili e lungimiranti del ceto politico e imprenditoriale, diramati da una stampa totalmente assoggettata, che collocano al primo posto delle priorità sociali la sorte delle future generazioni, i giovani per far sapere che ci sono devono sfondare i bancomat, che i loro ripetitori presso il pubblico pagante sono o fermenti vezzeggiati dall’establishment o rapper a busta paga delle multinazionali. Sempre che non siano dorati rampolli che nuotano nei delfinari del privilegio, con strade spianate, carriere largamente preventivate dalla culla, guardati con tenera approvazione se copiano le tesi o ostentano pubblicazioni prodotte dagli schiavi degli autorevoli congiunti accademici, secondo i paradigmi di dinastie che coltivano le proprie prerogative, senza mai mettersi in discussione grazie a immunità e impunità stabilite per “cultura”, tradizione o a norma di legge.
Sono loro, questa cerchia autoreferenziale che si è accreditata una superiorità economica, sociale, culturale e dunque morale, che hanno dettato le “riforme” intese a trasformare le università in aziende, in diplomifici che producono superspecializzati ignoranti di tutto salvo di un algoritmo o un gesto, che hanno consegnato la ricerca – tutta – nelle amni dell’industria, del mercato finanziario o di fondazioni la cui mission ha un carattere unicamente commerciale, sono loro che hanno favorito la trasformazione degli studenti ora in capitale umano da valorizzare, ora in clienti anche grazie al benchmarking tra atenei, all’adozione del criterio egemone della concorrenza nella valutazione di talento e vocazioni, concentrando l’interesse sulle capacità manageriali e l’indole alla competitività.
E proprio come è successo per il turismo di massa, l’accesso facilitato agli atenei pubblici impoveriti, declassati e svalutati è stato venduto come una conquista democratica, come se fosse un successo l’abbassamento generalizzato degli standard come vorrebbero i Chicago Boys e la loro utopia tossica che immagina che qualsiasi conquista e risultato del pensiero, della conoscenza, del talento debba essere finalizzato al profitto e debba fruttare “concretamente” al di là del piacere del sapere, della soddisfazione del risultato conseguito.
Nasce anche da questo l’idolatri di cui sono oggetto scienza e tecnica, nel frangente in cui hanno deciso di liberarsi dal peso intellettuale e morale del dubbio che deve ispirare ogni sperimentazione e ogni ricerca e che costituisce il caposaldo di ogni disciplina, in modo da imporre solo il valore e la finalità commerciale anche a scopo propagandistico (un manifesto elettorale recita “Vota la scienza, scegli il Pd).
E spiega l’autorità conferita a tecnici e competenti malgrado l’accumulo di fallimenti, insuccessi e previsioni sbagliate ma che sono stati incaricati di apporre il loro marchio sulle decisioni politiche, in una continua passerella nella quale fingono di offrirsi al dialogo purchè avvenga con improbabili interlocutori- cantanti, discotecari, attori di soap – scelti per delegittimare il dissenso o altrettanto improbabili esperti assoldati alla causa apocalittica.
Il risultato è la negazione del pensiero critico e la censura ad ogni sua espressione, condannato come esercizio sterile, irresponsabile, cinico, elemento di disturbo incosciente nei confronti di decisori che starebbero agendo nel nostro interesse.
Per questo l’appello degli studenti contro il lasciapassare è un segnale che incoraggia, anche se qualcuno ha sorriso dell’approccio adottato, paragonando la lettera a una tesina per un qualche esame di giurisprudenza che aspira alla lode.
Più utilmente si sono espressi gli universitari di Bergamo che prendendo spunto dalle sedicenti restrizioni profilattiche hanno elaborato e diffuso un per una nuova “libera” università, che nel combattere un pensiero unico che ha infiltrato ogni ambito della società e nel rifiutare i dogmi del neoliberismo indica delle direttrici di “lotta” contro i miti velenosi della concorrenza e della meritocrazia, contro l’esaltazione del valore della competitività usato per incrementare feroci disuguaglianze e crudeli discriminazioni, contro la demolizione dello stato sociale e la campagna di delegittimazione dell’istruzione pubblica per restituire all’universitas la sua vocazione “ apertura, pluralità, libertà, incontro, appunto: “universalità”. Sapere vuol dire sfidare i tempi, saperli scuotere.Un’interpretazione preconfezionata non è mai buona: ogni interpretazione pretende infatti una mente critica”.
Già mi aspetto la reazione superciliosa della cerchia degli “intellettuali organici della pandemia” in servizio permanente dell’unica narrazione legittimata, funzionale a un blocco d’interessi, che si esprime nei confronti delle opinioni diverse con la stessa logica confessionale dell’anatema e della scomunica degli eretici, aspiranti terroristi posseduti da demoni primitivi e ferini. Forse saranno così indulgenti da piegarsi a insegnare ai ragazzi come si fa la contestazione in modo da trasferire le competenze maturate dalle assemblee del ’68 e del ’77 alle poltrone di direttori di testata o di accademici inamovibili pronti a firmare nuovi manifesti della razza.
Per carità non stateli a sentire, visti i risultati del processo che doveva farli diventare da giovani promesse a venerati maestri e dietro al quale si è consumata l’epifania che nessuno sembra voler ammettere: sono semplicemente i soliti stronzi.
Chiunque si sia diplomata o laureata qualche decennio fa tocca con mano, attraverso i propri figli o nipoti, o amici, la differenza dell’ impegno prescritto al giorno d’ oggi agli studenti.
E’ la scuola di massa, tutti devono “andare avanti”. E nonostante questo abbiamo i numeri più bassi tra i laureati in Europa.
Non abbiamo professori “esterni” (dall’ estero) , non abbiamo studenti dall’ estero se non provenienti da Paesi “emergenti”. Gli esami si fanno nell’ ufficio del Professore – anzi, dell’ Assistente – e la Laurea è per lo più un festino famigliare, con nonni adoranti al seguito.
Molti Corsi di Laurea sono assolutamente inadeguati ai tempi: qualsivoglia smanettone diciassettenne se la cava meglio con calcolatore dell’ anziano barone, e nelle materie classiche il “dilettante” – cioè colui che se ne occupa per diletto, magari da una vita – ne sa molto di più di chi ha superato uno striminzito Corso di (es) Storia Medioevale.
Abbiamo inoltre un vizio capitale: la stragrande maggioranza dei laureati, ottenuto il sospirato pezzo di carta (spesso con “aiutini” privati – eh, sì, vanno anche a lezione privata…) magari per compiacere i genitori o perchè “all’ Università ci vanno tutti”, non aprono più un libro.
Questo è particolarmente grave nella professione medica, ma così succede: ai corsi di aggiornamento in tanti…leggono il giornale e l’ “aggiornamento” si fa attraverso gli informatori del farmaco, cercando di raggiungere, a suon di prescrizioni, il convegno a Taormina per l’ intera famiglia o anche solo l’ agenda in pelle ( consiglio di diventare amico/a di un informatore del farmaco, leggi rappresentante: ne sentirete delle belle: sia riguardo molti medici sia riguardo i corsi interni di “motivazione”).
Mi è più volte successo di cercare di discutere con amici medici di articoli usciti su riviste prestigiose: non ne hanno la minima idea.
Ovviamente questo non riguarda tutti ma, per esperienza personale, tanti.
Il diploma o la laurea dovrebbero costituire esclusivamente le fondamente su cui costruire un percorso culturale attraverso il quale crescere per tutta la vita. Ed invece viene visto come un punto di arrivo: finalmente ce l’ ho fatta, col cavolo che mi applico di nuovo, adesso penso a guadagnare. Ovviamente questo non riguarda tutti ma per mia personale esperienza purtroppo molti, e he ho anche subito le conseguenze, assai concrete.
Più che in questi nostri giorni tanto problematici, in cui occorrerebbe, da parte di tutti, tanta umiltà e tanto studio, il “pezzo di carta” è quello che fa il discrimine: sei un medico? No, quindi taci!
E non importa se i “medici mediatici” si sono continuamente contraddetti e prestati a siparietti Tv che neanche le veline… Loro sono “laureati” quindi hanno in mano la tua vita e la tua morte. Hang down your head!
E non solo, anche quando “danno i numeri” a caso sono riveriti, si sono presi pure la patente di tuttologia, in un Paese in cui tutti possono esternare di tutto , purchè si attengano, nei fondamentali, alla “linea” del partito di riferimento o del padrone che paga loro lo stipendio : loro hanno il “pezzo di carta”. Tu hai “quel” pezzo di carta? No, quindi taci!
Aspettiamo con ansia, alla Sapienza, le studentesse Afghane…
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