No chips: il settore delle auto è in crisi per la carenza di microchip

(Claire Bal – la Stampa) – Nel cuore dell’Asia, in Malesia, c’è una fabbrica di microchip che è costretta a rallentare la produzione a causa di un focolaio di coronavirus: troppi operai ammalati. Di conseguenza, il fornitore che si occupa di costruire un componente elettronico che va montato nella portiera della Fiesta non riesce a completare i moduli. Nemmeno il fornitore polacco che assembla le centraline motore di alcuni modelli Peugeot e Citroën riceve i chip dalla Malesia. E così dall’altra parte del pianeta, a Colonia, lo stabilimento Ford non può fare altro che fermarsi per cinque giorni, l’ultima settimana di agosto. Contemporaneamente, in Francia, si arrestano anche le fabbriche Stellantis di Rennes la Janais e Sochaux.

Basta un piccolo granello di sabbia nell’ingranaggio perfetto dell’industria dell’auto per incepparlo. E il risultato sono centinaia di migliaia di auto «perse» ogni mese. Il settore non trova pace: dopo lo stop forzato dei lockdown, ora c’è un nuovo ostacolo da affrontare. È la carenza di microchip che sta obbligando le fabbriche a lavorare a singhiozzo, e di conseguenza ritarda le vendite ai clienti finali, proprio ora che i mercati danno qualche timido segnale di ripresa.

Gli ordini ci sono – anche in Italia, assicurano gli addetti ai lavori – ma i concessionari non possono garantire una data di consegna, nemmeno approssimativa. Toyota taglia la produzione. La responsabilità non è soltanto della fabbrica malese, ma di tutto il comparto dei semiconduttori, rallentato dalla pandemia e dalla carenza di materie prime, e sottoposto a richieste sempre più pressanti.

Per il 2021, il fatturato globale dei semiconduttori dovrebbe crescere dell’11% e raggiungere i 400 miliardi, pronostica la tedesca Bosch. Assistenza alla guida, elettrificazione e sistemi di infotainment sempre connessi hanno bisogno di microchip per lavorare: se nel 1998 i microprocessori che equipaggiavano le auto valevano 120 euro, dice l’azienda, tre anni fa valevano 500 e nel 2023 almeno 600.

Ma oggi l’industria dell’auto deve contenderseli con quella dell’elettronica. Soffrono tutti, anche i grandi: Toyota, primo gruppo mondiale per vendite, si appresta a ridurre la sua produzione di settembre del 40%. Lo riferisce Nikkei, secondo cui il gruppo giapponese sarebbe stato costretto a rivedere al ribasso il suo obiettivo mensile da 900 mila a 500 mila veicoli proprio a causa della crisi dei chip, cui si sommano i disagi causati dalla diffusione della variante Delta nel sud-est asiatico.

Le linee più colpite sono quelle dello stabilimento di Takaoka, in Giappone, ma anche la produzione in Nord America, Cina e Europa probabilmente sarà ridotta di decine di migliaia di unità. Sempre ieri la tedesca Audi ha annunciato che estenderà lo stop estivo di circa 10.000 lavoratori nei suoi stabilimenti di Ingolstadt e Neckarsulm a causa della carenza di chip. I dipendenti lavoreranno a tempo ridotto, con un taglio nella produzione di diverse migliaia di auto previste.

Solo una settimana fa il gruppo Daimler, proprietario del marchio Mercedes, aveva annunciato lo stop nella fabbrica di Brema e la cassa integrazione per migliaia di operai. Stime difficili Prevedere l’evoluzione della crisi dei chip non è semplice. L’americana AutoForecast Solutions, però, ne sta mappando l’evoluzione e nel suo ultimo report, datato 16 agosto, stima che la mancata produzione mondiale causata della carenza di chip sia di 107 mila veicoli nell’ultima settimana. AFS, dice Automotive News, calcola che dall’inizio della crisi siano 5,96 milioni i veicoli «mai nati», su una produzione globale media di una novantina di milioni l’anno.

A marzo, l’associazione dei costruttori europei Acea aveva inviato una lettera aperta al commissario europeo Thierry Breton per chiedere supporto nel braccio di ferro con i fornitori asiatici, da cui il Vecchio Continente dipende. La crisi sarebbe stata lunga e complessa e avrebbe colpito l’industria continentale, pronosticava l’Acea.

Se oggi l’Europa inizia lentamente ad attrezzarsi – Bosch, per esempio, ha da poco inaugurato una nuova fabbrica a Dresda – le notizie che arrivano dai produttori di microchip non sono buone: all’inizio di agosto il ceo della tedesca Infineon, Reinhard Ploss, ha detto che la domanda e l’offerta non si metteranno in pari fino al 2022 inoltrato.

1 reply

  1. qualcuno chiami il cingolato di Finmeccanica. Finalmente arriva la TRANSIZIONE ECOLOGICA (o era un transistor?)

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