Il Governo salva ancora Mediaset

(Giuseppe Colombo – huffingtonpost.it) – La norma salva-Mediaset non si tocca. Anche se Bruxelles ha alzato la paletta rossa. È da venerdì sera, quando la lettera di ammonimento è arrivata al ministero dello Sviluppo economico, che se ne parla nel Governo. E la soluzione è quella di tirare dritto, di ritenere infondata l’interpretazione messa nero su bianco dalla Dg Connect della Commissione europea. Lo scudo per proteggere la creatura mediatica di Silvio Berlusconi dalla scalata di Vivendi resta quello inserito nel decreto Covid attraverso un emendamento. E approvato il 25 novembre dalla Camera in via definitiva. Non solo. Il primo atto del salvataggio del Governo è pronto a prendere forma: l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni aprirà martedì mattina un’indagine sulle mire dei francesi, congelando il potenziale arrembaggio di Vincent Bolloré. 

La doppia decisione – quella del Governo e quella dell’Authority – rafforza l’impianto a tutela di Mediaset. E a cascata il Nazareno della pandemia, il grande scambio tra la collaborazione offerta da Forza Italia all’esecutivo di Giuseppe Conte – che si è concretizzata con il sì all’ultimo scostamento di bilancio – e la tutela degli interessi dell’azienda della famiglia Berlusconi. Le modalità di questa cementificazione si rintracciano nei dettagli della doppia decisione. Quello che Bruxelles rimprovera al governo italiano è di non avere provveduto alla notifica della norma e questo apre un problema di applicabilità: fin quando non arriva il giudizio dell’Europa – viene spiegato nella lettera – la norma resta al palo. Ma la lettera mette in chiaro questioni che hanno a che fare con il merito della norma stessa, arrivando a contemplare anche la possibilità che il Governo abbia tirato su un intervento invasivo. Al ministero dello Sviluppo economico, secondo quanto riferiscono fonti di governo di primo livello, si starebbe predisponendo una lettera per rispondere alle osservazioni di Bruxelles. Il fronte è aperto, difficilmente si richiuderà con una risposta, anche perché la lettera firmata da un direttore della Dg Connect richiama i Trattati. In altre parole: un controllo da parte della Commissione ci sarà e questo è un elemento che non potrà essere eluso.

Ma la decisione del Governo di non toccare la norma salva-Mediaset scavalca questo ragionamento e, come si diceva, rafforza le motivazioni, anche politiche, che sono alla base della protezione garantita all’azienda del capo politico di Forza Italia. Anche perché c’è un’urgenza di calendario stringente: il 16 dicembre è attesa la pronuncia del Tar sul ricorso avanzato dai francesi contro la delibera dell’Agcom del 2017. Quella che obbligò Vivendi di fatto a scegliere tra Tim e Mediaset, portando Bolloré a congelare gran parte delle quote detenute dentro l’azienda di Berlusconi. Il Tar può riaprire la partita, scongelare le quote, riportare i francesi alle calcagne di Fininvest, il primo azionista di Mediaset. Una decisione che porterebbe i transalpini a contendere il comando della stanza dei bottoni a Berlusconi. Di più: attiverebbe la possibilità di scalare Mediaset e di farla propria. 

È proprio in virtù di questo rischio che il Governo, appena venti giorni fa, ha dovuto blindare lo scudo salva-Mediaset nel decreto Covid. La norma obbliga l’Agcom ad avviare un’istruttoria per accertare se i comportamenti di Vivendi creano effetti distorsivi o determinano una posizione lesiva del pluralismo nel mercato delle telecomunicazioni. Questo perché i francesi operano nel Sic, il sistema introdotto in Italia con la legge Gasparri e che tiene dentro tv, radio, giornali, cinema e altri asset strategici come le sponsorizzazioni sportive. E l’indagine – dice sempre la norma – deve essere attivata proprio nei confronti dei soggetti che hanno posizioni importanti all’interno di questo grande mercato. Vivendi è uno di questi: ha mano il 23,9%di Tim e il 28,8% di Mediaset. L’indagine dura sei mesi e sono mesi in cui la scalata verrebbe quindi congelata. Con la norma anti-scalata, quindi, l’eventuale decisione del Tar di riabilitare le quote congelate di Vivendi dentro Mediaset verrebbe bloccata. Ma la norma va attivata, l’indagine deve partire. E partirà prima della pronuncia del tribunale amministrativo.

Il combinato disposto di tutti questi elementi permette al Governo anche di guadagnare tempo in vista di una riforma della Gasparri che è comunque inevitabile dopo il pronunciamento della Corte di giustizia europea del 3 settembre. In quella occasione, infatti, la Corte stabilì che Vivendi poteva restare in possesso ed esercitare il suo 28,8% dentro Mediaset. In pratica fu sconfessata la decisione dell’Agcom, che proprio in base alla legge Gasparri aveva imposto ai francesi il contrario, cioè a dover scegliere tra Tim e Mediaset e quindi al congelamento di gran parte delle quote possedute dentro l’azienda di Berlusconi. 

Ma nonostante la norma salva-Mediaset e l’intervento atteso dell’Agcom con l’avvio dell’istruttoria, la rivoluzione avviata dalla decisione della Corte non può essere fermata. Il 3 settembre è caduto il principio dei paletti tra le partecipazioni incrociate possedute da Vivendi come dagli altri colossi delle tlc. Il liberi tutti impone nuove regole di gioco. Tra l’altro proprio oggi il Consiglio di Stato ha annullato la delibera della Consob che inquadrava la quota di Vivendi dentro Tim come una quota di controllo. È un altro elemento che indebolisce il quadro che fino al 3 settembre aveva tenuto Mediaset al riparo dall’assalto dei francesi. Il congelamento di sei mesi si rivela anche qui precario. Ma tant’è. Intanto può calare lo scudo su Mediaset. E poi nell’eterna sfida con Vivendi conta tutto. Come la chiusura delle indagini avviate nel 2016 dopo la denuncia di Mediaset per il mancato acquisto da parte dei francesi di Premium e il tentativo di scalata. Bolloré e l’amministratore delegato del gruppo Arnaud de Puyfontaine sono indagati con l’accusa di manipolazione del mercato e ostacolo all’esercizio delle funzioni di autorità pubblica di vigilanza. Ma a ribaltare nuovamente gli equilibri c’è il bello e il cattivo tempo che Vivendi, attraverso la quota detenuta in Tim, può fare su un’altra partita cruciale: la rete unica. Si chiamano incroci pericolosi. 

Categorie:Cronaca, Interno, Media, Politica

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4 replies

  1. per il governo, nel caso andasse in difficoltà, invece che “soccorso rosso”, ci sarà il “soccorso azzurro” .

    una delle critiche più malevole ed insistenti era che i 5S dovevavo sporcarsi le mani, se volevano governare dovevano smetterla con i loro manicheismi.
    Ora si capisce meglio cosa intendessero.

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  2. Il combinato disposto dell’articolo è che l’impegno del governo per salvare un’azienda italiana ( anche se si tratta di B.!) è sbagliato. Molto meglio, per l’Huffetc.ra, svendere tutto agli esteri, come fece qualcuno che regalò ai Francesi, (in cambio di nulla) gli squisiti, rarissimi gamberoni rossi di Imperia.
    Una volta, certi comportamenti venivano definiti degni di ” traditori della Patria, venduti allo straniero”.

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  3. azienda italiana?
    se venissero i cinesi e dessero alla famiglia Berlusconi un bel pacco di soldi, vedrai quanto italiani si sentiranno.
    Come si sono sentiti italiani tutti quelli che hanno venduto agli stranieri, come la FCA portata all’estero e poco dopo venduta e divenuta Stellantis, o come Luxottica, la lista è inesauribile.

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  4. Vale anche il contrario: se a suo tempo i francesi si fossero comprati Alitalia, i contribuenti non avrebbero gettato alle ortiche così tanti soldi… d’altronde in un sistema chiuso se qualcuno perde, qualcun altro guadagna.

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