I presidenti in rivolta: “Il governo non ci ha nemmeno chiamati”

(di Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano) – Il governo che doveva dare i compiti alle Regioni inciampa e prende tempo. Però alla fine cala le fasce colorate che indicano le zone da chiudere, e i governatori quasi impazziscono: “Non ci hanno neppure sentiti”. È quasi guerra tra Roma e le Regioni, dopo una giornata di rinvii. “Tutte le misure previste dal Dpcm riservate alle aree gialle, arancioni e rosse saranno in vigore da venerdì” avvisa Palazzo Chigi. Poi in serata le fasce colorate arrivano. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte le presenta all’ora di cena in conferenza stampa. E avverte i governatori: “Non è possibile contrattare con le Regioni, non si negozia sulla pelle dei cittadini”. E pare di toccarla con mano la rabbia dei presidenti. Martedì protestavano perché si sentivano “esautorati” dalle chiusure automatiche ideate dall’esecutivo. A zone rosse decise, accusano: “Non ci hanno neppure sentito, eppure il Dpcm prevede che le ordinanze del ministero della Salute sulle chiusure vengano emanate dopo aver sentito i governatori”. Lo dicono in diversi, fuori taccuino, “perché se parlassimo tra virgolette chissà cosa potremmo dire…”. Ma il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, protesta in chiaro: “Speranza ci ha relegati in zona arancione senza alcuna preventiva intesa con la Regione o spiegazione scientifica”.

Uno strappo, insomma. Al termine di un mercoledì infinito, nel quale governatori e sindaci avevano infierito sul governo per il ritardo sulla mappa delle chiusure. Basta citare il tweet al curaro del sindaco dem Beppe Sala: “Caro governo, sono le 6 di sera, un bar milanese sta chiudendo e ancora non sa se alle 6 di domani potrà riaprire. Quando glielo facciamo sapere?”. Una buona sintesi del clima tra gli amministratori. Per tutto il giorno i governatori si sentono loro e chiamano Roma, per avere notizie. “Nessuno sa nulla di preciso, c’è solo una grande confusione” accusa un governatore a metà pomeriggio, mentre i cellulari dei presidenti sono ingolfati dalle chiamate di sindaci e associazioni di categoria. Poi, di sera, la conferenza di Conte.

Già stamattina i governatori si rivedranno tra loro per una Conferenza che all’ordine del giorno ha altri temi, ma dove la questione delle chiusure, inevitabilmente, traboccherà. Senza dimenticare che nel pomeriggio è fissata una conferenza Stato Regioni, ovviamente con il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia. Però ormai è andata così. E chissà cosa farà ora il governatore della Lombardia, Attilio Fontana. Prima che Conte prendesse la parola, era pronto alle barricate: “Il governo sta decidendo in quale fascia inserire la Lombardia, ma purtroppo lo sta facendo con dati vecchi di oltre dieci giorni. Oggi i dati ci sono, ed è sulla base di questi che dovrà essere presa ogni decisione”. Era e forse resterà la linea di molti presidenti, spiegano: contestare i dati usati da Speranza come vecchi e non attendibili.

Non a caso, a zone rosse stabilite, il governatore ligure Giovanni Toti alza l’asticella: “Se non fosse drammatica la situazione inizierebbe a diventare grottesca, ci aspettiamo un confronto tecnico con il governo sulla qualificazione tecnica del dato”. L’ennesimo siluro, dal vicepresidente della Conferenza Stato regioni.

Ma Conte tira dritto. “Il contraddittorio ci sarà – assicura – perché le ordinanze del ministro della Salute vengono fatte sentito ogni presidente, ma non negoziate con il governatore”. Niente “trattative”, ringhia. Anche perché, fa notare, “il sistema di monitoraggio dei dati è stato approvato dalla Conferenza Stato-Regioni”. Gli chiedono di Fontana che contesta i dati, e il premier non si sposta: “Le ordinanze del ministro della Salute non saranno arbitrarie o discrezionali perché recepiranno l’esito del monitoraggio periodico effettuato con i rappresentanti delle Regioni”. Di più non concede, il presidente del Consiglio. Perché non vuole proprio farlo.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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8 replies

  1. I governatori non vogliono prendere decisioni che possano incidere sul consenso politico, poco importa che la salute degli elettori stessi passi in secondo piano. Mentre si stracciano le vesti, in cuore loro urlano di gioia, perché possono incolpare in toto il governo, costretto ad intervenire al posto loro. Ancora una volta l’autonomia è salva, intesa come autonoma scelta di governare solo quando le cose vanno bene, ed essere i più comunisti quando si tratta di aspettare che il governo faccia tutto. Ho letto che Conte ha diviso l’Italia, il che è un’idiozia. A dividere l’Italia ci pensano gli egoismi locali e politici, perché il virus colpisce tutti e non ha tessera di partito.

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  2. Le Regioni, chiamate alla prova più importante, dalla loro istituzione, hanno fallito. Al posto dei falliti, subentra il commissario liquidatore. In questo caso, il governo.
    Facciamo un po’ di Storia:
    – dopo la guerra e considerando dove ci aveva portato l’accentramento statale rafforzato dalla dittatura, i Costituenti ( divisi nei due blocchi . DC e alleati – e PCI e alleati) reinventano il federalismo ottocentesco preunitario e pongono in Costituzione le Regioni.
    – tutto rimane silente fino ai governi di centro-sinistra e prende un’accelerata nei primi anni ’70. in piena crisi economica e terrorismo
    – al PCI interessa, soprattutto, sviluppare una propria autonomia economica in quelle Regioni dove può contare su di una maggioranza schiacciante e consolidata: Emilia-Romagna, Toscana,Umbria
    – nel 1978 viene varata l’attuazione del dettato costituzionale con grandi fanfare in merito alle ” magnifiche sorti e progressive”
    – in 42 anni le Regioni si rivelano un magnifico sistema di distribuzioni di posti ( di vertice e impiegatizi), di appalti più o meno ( moolto meno) trasparenti di cui le cronache ci hanno saturato e disgustato
    – adesso ancora parlano.
    Pieriula, ieri, proponeva una lista di quelli che le vogliono abolire:
    ECCOMI !

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    • Dove si firma?
      A parte il fatto che se mai si riuscisse ad abolirle, il giorno dopo farebbero un nuovo ente pressoché identico con un nome diverso. I politici devono capire che “del” è diverso da “ren” ovvero che “rm” è diverso da “mv”, per dirla in linguaggio informatico.

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    • @paolo diamante Roma
      Bravo Paolo! Ogni tanto un po’ di cronistoria serve per rinfrescare memoria e idee.
      Fino a quando la DC e i suoi eterni alleati hanno avuto il potere saldamente in mano si sono ben guardati
      (fortunatamente, aggiungo io) dall’attuare il dettato costituzionale relativo all’assetto regionalistico.
      Hanno ceduto solo quando il mutato assetto politico li ha costretti a farlo, convincendoli a “gettare l’osso”
      delle regioni rosse al PCI.
      Da allora sono passati 50 anni e nessuno può più dire di non sapere quale sentina di malaffare, clientelismo,
      corruzione siano diventate le Regioni.
      Un’autentica palla al piede del Paese che lo sta facendo pian piano affondare.
      Se questo maledetto Covid servisse almeno ad aprire gli occhi di tanta gente sulla necessità di ripensare
      non solo alle attribuzioni regionali (il famigerato titolo V°) ma sull’opportunità o meno della loro esistenza,
      allora potremo dire che il male, a volte, non vien solo per nuocere.

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    • Ha ragione. e anche i giornalisti che continuano imperterriti a chiamarli “governatori”. In questo articolo si contano 5 “governatore” e 6 “governatori”. L’ego di mplti di costoro è già abbastanza ipertrofico per nutrirne l’illusione di stare in Texas…

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