Un marchio doc per il centro storico di Guardia Sanframondi

(Raffaele Pengue) – Ci sono paesi, borghi, comunità sparse per la penisola che hanno una loro personalità spiccata. Sono comunità che conservano viva l’impronta della loro storia, della loro arte, della loro tradizione civile e religiosa. Sono comunità che hanno un’anima, uno spirito civico, dove gli avi sono presenti. Dove la cultura è ancora “un modo di vivere”. Non solo pietre e muri ma anche stile, linguaggio, relazioni di vita e costume. Sono le comunità con il proprio antico borgo come dimensione ritrovata, dove le distanze si misurano ancora a passo d’uomo. Sono i tanti campanili d’Italia per dare nuova benzina al motore culturale del Belpaese. Centri storici, chiese, mura, sono gli ultimi recinti, le estreme vestigia, che resistono strenuamente ai barbari di fuori e di dentro. E quando sono trascurati o quando le comunità sono guidate da chi aderisce solo al presente e bada solo all’utilità funzionale e alla convenienza del momento, si ammalano, i loro muri portanti crollano, le loro chiese si spengono, i loro gioielli s’intristiscono e scivolano nella penombra. Lo coglieva col suo occhio implacabile Pasolini parlando dell’Italia, in un memorabile articolo del ’69, nel quale raccontò di aver sognato che l’Italia fosse un bambino. Quel bambino avvertiva di non essere amato e così decideva di lasciarsi morire. Scriveva Pasolini: “Se un bambino sente che non è amato e desiderato – si sente “in più” – incoscientemente decide di ammalarsi e morire… Così stanno facendo le cose del passato, pietre, legni, colori…”. È il caso di molti borghi della penisola, è il caso del centro storico di Guardia Sanframondi. Oggi, checché ne dicano gli “entusiasti” a prescindere, le giornaliste di testate prestigiose, informate (male) e imbeccate (peggio) dal signorotto locale, è un vecchio che si è ammalato perché si sente di troppo e avverte di non essere amato. E senza fiducia in se stesso, un borgo è perduto. So bene quanto l’argomento possa risultare poco seducente ai più, quanto possa non piacere, soprattutto a chi nel centro storico di Guardia  ha investito speranze e risorse e mi rendo conto che quando si parla di progetti e la sua salvaguardia – il cuore del patrimonio storico guardiese, ricordiamolo – si rischia di passare per il solito idiota, per incompetente, uno di quelli che chiacchiera di nulla. Belle parole per vendere fumo (come peraltro si è fatto sinora). Allora cerco di essere chiaro e concreto. L’Europa sta mettendo sul piatto una montagna di soldi che da qui a qualche anno può cambiare il destino di una nazione. Puntare sull’anima antica di Guardia, sulla sua storia, sull’identità centenaria, oggi non è solo un discorso di radici e di bellezza. I borghi antichi come il nostro piacciono soltanto se rispettano il loro passato, il loro dna. Il restauro della sua architettura medievale è stato appena abbozzato, anche attraverso un innesto di alta tecnologia sotto le antiche pietre. Quello che manca è la cultura del “ritorno alle origini”, scelta invece dai tanti borghi d’Italia come trampolino di rilancio. Sono i cittadini guardiesi che mancano, le giovani coppie, i bambini, mancano le strutture ricettive (altro che 100 posti letto), manca la vita. Manca l’attività culturale al suo interno, relegata oggi ai suoi confini, mancano i festival, le iniziative culturali, le performance teatrali, ecc…ecc… All’ombra dei campanili delle sue chiese, Guardia potrebbe cercare il suo futuro. Ricordo un paese anonimo dell’appennino abruzzese ai confini con il Lazio, Pietrasecca, un piccolo borgo di circa 400 abitanti che frequentavo sino a qualche lustro fa. Su uno slargo all’ingresso del borgo medioevale era posta una antica meridiana, di quelle che si incontrano spesso nelle piazze storiche dei borghi d’Italia; solo che, come raccontò una persona del posto, questa invece di segnare le ore, faceva la conta delle persone che se ne andavano dal paese: “È un orologio che oggi comincia a girare al contrario”, sorrideva agrodolce il mio interlocutore. Oggi infatti Pietrasecca è un paese con molta voglia di rinascita. Tanto che, con le innumerevoli manifestazioni culturali in programma nell’arco dell’anno, richiama gente da tutta Italia. Ecco, questo significa rendere attrattivo un antico borgo. Solo che devi rendere tutto questo possibile. Ci servono soldi. I soldi adesso (almeno nelle intenzioni) ci sono. Se fino ad oggi Guardia non ha avuto incentivi sufficienti per creare e restaurare, per intraprendere e per inventare, per rifondare il suo borgo antico; ma vuole costruire il suo futuro, sente il dovere di proteggerlo, senza tuttavia barricarsi nel suo egoismo, cercando solo di trarre profitto dallo sfascio, pensando solo a sopravvivere, deve presentare progetti. Le idee portano sviluppo. Investire nei borghi dopo la pandemia è qualcosa che in Europa capiscono. Se lo aspettano. È scritto nero su bianco sul Recovery and Resilience Facility (il Recovery Plan europeo). Avete la bellezza perché non la fate diventare un sistema? Perché, ad esempio, non adottare, come si è fatto (male) con il vino, un marchio doc, un timbro di qualità, per quelle comunità come Guardia che mantengono viva la loro identità, il loro fascino e non solo per scopi banalmente turistici o pigramente inerti, affidandosi a esperti del settore? E si dovrebbe cercare di metterle in rete, rete che può essere glocal, con appendici in Italia e nel mondo, una sorta di associazione nazionale dei centri storici identitari. Un progetto che avrebbe una capacità di attrarre idee, simpatie e altri soldi. È vero, associazioni simili esistono già, ma allora perché non vengono utilizzate?

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