“Odio Fabio Fazio”

(Antonello Piroso – la Verità) – Io odio Fabio Fazio. Come – si parva licet – Antonio Gramsci odiava le persone «cosiddette serie, che cercano – abusando di questo loro carattere da commedia – di truffare la nostra buona fede». Come odia, in realtà, lo stesso Fazio. Arcano svelato da Nino Frassica, presenza gradita nella sua trasmissione: «È un uomo che ama e odia in maniera netta: se gli piaci è per sempre, altrimenti con lui scatta il “mai”. Niente grigi».

Fazio, insomma, non è un santo. Semmai un santino della sinistra da salotto televisivo, memori del giudizio che ammiccava a un certo qual suo conformismo di convenienza, emesso da Antonio Ricci, che non lo ama: «Noi siamo diventati di sinistra perché avevamo professori di destra. Fazio è diventato di sinistra perché aveva professori di sinistra».

Per tacere dello scomparso Edmondo Berselli (direttore della rivista Il Mulino ed editorialista di Repubblica e Espresso, quindi non certo un populista-sovranista rancoroso e con la bava alla bocca) che prese posizione «contro il conformismo pensoso di Fazio, contro le modeste volgarità della madamìn Luciana Littizzetto, contro tutti gli idola tribus – gli idoli della tribù – che riempiono continuamente di applausi lo studio di Che tempo che fa, santuario e cenacolo dei ceti medi riflessivi».

Fazio è umano, proprio come tutti noi (solo, sia detto con somma invidia, pagato decisamente un po’ meglio). E se almeno dietro le telecamere non è sempre buono, davanti alla luce rossa, invece, o nelle interviste ai giornali, Fazio è un uomo a una dimensione, marcusianamente parlando: quella buonista.

È successo ancora una volta sabato scorso, nell’ intervista alla Stampa per il suo ritorno in video (e sarà stato poi un caso ma, domenica sera al debutto, il quotidiano torinese è stato ampiamente inquadrato durante l’ intervista a Luigi Di Maio – proprio lui, quello che nel dicembre 2018 sentenziava: «Esiste un caso Fazio in Rai», il che conferma la nota coerenza di Di Maio, ma si sa, come si canta a Napoli e dintorni: «Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato»; il tutto per 2.280.000 telespettatori nella prima parte, un milione in meno nella seconda).

Prima c’è stata una timida domanda sui suoi compensi, che ha consentito a Fazio di vestire i panni del martire, dopo aver scritto in passato su Twitter addirittura di «anni di linciaggio»: «C’ è stata una campagna diffamatoria, frutto del populismo » (e te pareva), per poi aggiungere: «La Corte dei Conti ha sentenziato che Che tempo che fa costa la metà di qualunque altro varietà».

E qui si potrebbe opinare che «programmi d’ intrattenimento» tipo la fiction Il commissario Montalbano o tipo Ballando con le stelle sono più replicabili e più vendibili all’ estero di un talk show, tanto più se gli ospiti sono autoctoni, vedi alla voce Gigi Marzullo e Orietta Berti, e non personaggi internazionali (che peraltro da Fazio non vanno sempre e solo perché sta loro simpatico: il campione del mondo di Formula Uno Lewis Hamilton avrebbe raggranellato 150.000 euro per 25 minuti, cifra mai rettificata).

Tornando alla conversazione con La Stampa, è stato il passaggio successiva a innescare la mia idiosincrasia. Perché esso disvelava, a parer mio, la solita pulsione all’esibizionismo etico – stante la definizione di buonismo della Treccani: «L’ostentazione di buoni sentimenti, tolleranza e benevolenza».

Per Fazio, infatti, mala tempora currunt: «Il populismo non mi sembra, né da noi né all’estero, un fenomeno destinato a un rapido fallimento» (e qui io avrei gentilmente interloquito: «D’accordo, ma non sarà che oggi abbiamo questi qua perché prima c’erano quelli là? E visto che celebriamo i 18 anni del programma, in tutto questo tempo lei non s’era accorto di nulla? E come incalzava i suoi ospiti, magari di sinistra, a fare di più e meglio per scongiurare l’arrivo dei barbari?”).

Non basta: «Manca completamente la capacità di analisi, manca il pensiero, l’unica cosa che facciamo è consumare. Ha prevalso ancora una volta l’egoismo e la bulimia». E qui il Franti che è in me ha avuto un sobbalzo. Perché è davvero cosa buona e giusta preoccuparsi di come il mondo sia un luogo brutto, sporco e cattivo, non meritocratico, tracimante di aberranti sperequazioni e virus generati dalla nostra incontinenza, magari invocando la «decrescita felice», ma com’è che ce ne accorgiamo tutti non prima o durante, ma sempre dopo, quando cioè grazie alle rapaci leggi di mercato siamo diventati economicamente più ricchi?

In fondo è quello che deve ritenere intimamente lo stesso Fazio, se parlando con Di Maio della proposta di «tagliare» gli emolumenti dei parlamentari, se n’è uscito così: «Una cosa sono gli sprechi, una cosa sono i costi, e in una società di mercato il denaro misura il valore delle persone». Et voilà. Forse intendeva «la competenza», ma in ogni caso l’assioma dice tutto (siamo dalle parti del «profitto come segno della grazia divina», evocando Max Weber e il suo L’ etica protestante e lo spirito del capitalismo; sì: l’etica e la cotica).

Ergo: se è riuscito a strappare un accordo quadriennale per un programma che costa complessivamente 18 milioni e rotti all’ anno (cifre del Sole24Ore nel 2019: 2.240.000 a lui, 10.644.000 alla società che produce il talk e di cui lui detiene il 50%, il resto sono costi industriali), è perché è bravo. Il più bravo.

Di certo a farsi strapagare, beato lui. Da chi? Dalla tv pubblica, appunto. Dove fu trattenuto grazie al renziano – almeno all’epoca – direttore generale Mario Orfeo, e al presidente Monica Maggioni che chiosò (titolo di Repubblica): «Non so se la Rai avrebbe retto senza Fazio. Possibile impatto sistemico, occupazione a rischio». Nientemeno. E perché il pericolo di un trasloco in un’altra azienda fu scampato? Da chi era stata messa in forse la firma? Da Fazio stesso. E perché?

Perché nel 2017 aveva scoperto che, toh, la Rai – dove aveva debuttato nel 1982 alla radio – era lottizzata, lui da sempre indicato come un Walter Veltroni boy, e «colpita al cuore» dalla partitocrazia: «Intrusioni senza precedenti, vulnus forse insuperabile». Forse, appunto. Visto che poi è intervenuto il sontuoso rinnovo. Che poi i partiti a qualcosa sono pure serviti, nella storia della Repubblica e anche in quella sua personale.

Almeno a dar retta a Daniele Luttazzi, che nel 2007 tirò fuori la confidenza che Fazio gli fece nel 1992, quando lavoravano insieme a Tmc: aver evitato il servizio militare grazie a una raccomandazione di Bettino Craxi. Apriti cielo! Tuoni, fulmini e saette, smentite che non smentivano, il Tapiro di Striscia la notizia, Luttazzi che giustificava il tardivo resoconto con il fatto che qualcuno doveva pur affrontare la «paraculaggine infinita» di Fazio (nonché, andrebbe aggiunto, il fatto che Luttazzi non stima Fazio perché «non si fece scrupolo di approfittare della mia defenestrazione politica per rubarmi l’ idea del mio talk in blocco», delizioso cortocircuito in cui uno accusato successivamente di plagio accusa un altro di furto intellettuale).

Quanto poi all’ attaccamento alla maglia di viale Mazzini, anche qui si potrebbe inzigare. Fazio ha sostenuto che in Finivest (dal 1993 Mediaset) gli offrirono ponti d’ oro per ingaggiarlo, ma la cosa non si fece per il suo no. Ottimo. Peccato che a incrinare l’ oleografico amarcord sia arrivato quel guastafeste di Roberto D’Agostino, che su Dagospia scrisse: «Sotto raccomandazione del Psi, Fazio incontrò Silvio Berlusconi in via Rovani a Milano. Il Berlusca gli propose di entrare a far parte del cast di Premiatissima, show della rete ammiraglia del gruppo. Si racconta che Fazio – forte della sua «copertura» – pretendeva però di avere addirittura la conduzione, ma dopo averlo sperimentato ad una soirée di Capodanno tenutasi a Campione d’ Italia, il progetto fu abbandonato».

Per non tirarla troppo in lungo, accantoniamo i rilievi sullo stile avanzati anche da chi da Fazio è andato e pure ritornato. Come Nanni Moretti, che davanti al conduttore in piena estasi adorante, «Tu sei il mio mito», lo ha canzonato: «Lo dici a tutti quelli che vengono qui, sei volte a settimana».

Come Ornella Vanoni, che richiesta di confermare i gossip sul suo incontro con Gino Paoli, ha sospirato rassegnata: «Di nuovo? È la 500esima volta che lo racconto, lo faccio giusto perché mi stai simpatico», e chissà cosa le sarebbe uscito di bocca se il Nostro le fosse stato sugli zebedei. Come Francesco Vezzoli, artista cui Vanity Fair ha deciso di affidare la direzione di un numero del settimanale e che invece a Che tempo che fa non è mai andato (né mai ci andrà, se ha ragione Frassica): «Si è mai alzato qualcuno per andarsene da Fazio? No. Ed è un peccato. Magari venisse fuori un alito di vita, uno scazzo, una contrapposizione. La vita, l’editoria e il giornalismo non dovrebbero essere soltanto inchini e bomboniere».

Tornando a Gramsci, che ai sepolcri imbiancati preferiva «l’impudenza sfacciata, la monelleria più scrosciante di allegria, anche l’abiezione che non ha vergogna di sé stessa e si mostra trionfante alla luce del sole», devo ai lettori una confessione finale. Non odio Fazio. Diciamo che non lo amo. Perché il mio cuore televisivo batte per Maria De Filippi. Che una volta, a chi la sfruculiava ancora sugli aspetti disdicevoli dei suoi programmi fatti con la gente comune, ritenendoli offensivi per il pubblico, confessò quello che per me è un pregio: «Ho rispetto per i telespettatori perché non mi ritengo migliore di loro».

14 replies

  1. Minkia che pesantezza questo Piroso.
    L’unica cosa che traspare è L’INVIDIA E L’INCREDULITà PER ESSERE STATO BUTTATO FUORI DALLA TV.
    Non si è mai posto il problema di come si pone?
    Con quell’aria di superiorità spocchiosa e paternalista?
    E abbassa le ali, comincia a porti delle domande invece di continuare a contare i peli dei q.li altrui.
    Proponiti come saggio e sapiente suggeritore, presentando idee e punti di vista come un Massimo Fini, per esempio invece di fare il criticone da divano.
    Ma tanto non ne sei capace.

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    • Per Fazio si è perpetrato un tentativo di omicidio virtuale all’italiana,quando gli incapaci o i ritardati non riescono fare successo neanche con le raccomandazioni. Fazio è un uomo di spettacolo con i fiocchi,preparato, corretto,capace di intuire ciò che può piacere al pubblico senza vanto.La RAI ha usufruito di milioni di introiti pubblicitari per anni,senza tregua, incapace ora ,per questo, a sostituirlo. Per me Mediaset non esiste, se non per trasmissioni che rappresentano il peggio dell’Italia,sia moralmente che per il prossimo gusto dei personaggi beceri e volgari. Ma, siccome il buon gusto non è morto ed abbiamo il telecomando,possiamo anche fregarsene e vedere Fazio o chi altro ci pare.

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  2. Tempi brutti!!! Non solo per covid 19 ma xche’ in giro c’e’ gente rancorosa, invidiosa, odiosa. La cosa peggiore di questi soggetti e’ l’ostentazione di questi sentimenti attraverso un linguaggio scritto in modo da ostentare una parvenza di cultura. Anche l’assassino di Lecce nascondeva i suoi sentimenti!

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    • Fabio Fazio, fasullo come una moneta da tre euri, mi sta sugli zebedei.
      Anzi… ci cammina sopra con gli scarponi da sci.
      Bene ha fatto Piroso ad interpretare così bene i miei sentimenti.
      Se poi l’ha fatto per invidia o per qualche altro inconfessabile motivo… lo perdono volentieri lo stesso!

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  3. Mi spiace, non so chi sia il Sig. Piroso. Ma ho visto qualche volta, anni fa, il programma di Fazio e mi sembrò di una ipocrisia buonista infame. Condivido l’articolo completamente, solo che i tipi così direttamente li odio

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  4. Io mi prego do dire di no avere MAI VISTO la trasmissione di Fazio.Piroso è un bravo giornalista e lo seguivo su la 7,tanti anno fa.
    PROSIT a Piroso per questo articolo!

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