Coronavirus, è finito il tempo dell’ ‘Andrà tutto bene’. Ora possiamo scegliere come vivere

(Andrea Bocconi – Scrittore, psicoterapeuta, didatta di Psicosintesi – ilfattoquotidiano.it) – È finito il tempo dell’ “Andrà tutto bene”: non lo sappiamo come andrà, possiamo solo fare ipotesi e seguire l’andamento della pandemia. Gli effetti impattano la salute fisica, la salute economica, la salute psicologica, la salute sociale.

La lotta alla povertà stava dando qualche risultato, siamo tornati indietro, e questo scatenerà conflitti tra i pochissimi ricchi che detengono la maggioranza dalle risorse economiche e i molti disperati. Se gente poverissima impegna risorse di tutta la famiglia per rischiare la vita su un barcone, vuol dire che non c’è speranza alcuna nel proprio paese.

Alcune certezze illusorie si sono rivelate false: l’idea della stabilità, posso contare su quello che ho, su quello che sono; l’idea delle magnifiche sorti progressive: si cresce, il Pil aumenta ogni anno, il futuro dei nostri figli sarò migliore del nostro.

Le cose sono impermanenti e abbiamo un controllo assai limitato sul futuro, partendo dal bene primario della salute fisica.

Sul piano psicologico ci sono due reazioni patologiche opposte, ma con la stessa radice: la negazione, che va dall’ignorare le regole, in una presunzione di immortalità: vedi discoteche, feste private senza alcun distanziamento, rifiuto della mascherina. Un povero sciocco vedeva passare le bare sui camion e diceva: è tutta una buffonata. La negazione è un meccanismo di difesa dell’Io abbastanza primitivo. Assume anche coloriture paranoiche, francamente patologiche, nei diversi complottismi, che vanno da “io la so lunga su cosa e chi c’è dietro”, alle teorie più assurde, il tentativo fallimentare della mente di trovare il colpevole: aspettiamo fiduciosi una teoria sugli extraterrestri.https://tpc.googlesyndication.com/safeframe/1-0-37/html/container.html

L’altra reazione patologica è la risposta fobica ossessiva: vi sono persone che non escono da mesi, non vedono nessuno fuori dalla cerchia strettissima dei congiunti, impongono ai familiari restrizioni folli. Temono le persone, le cose, l’aria che respirano. Moltiplicano i rituali, e si sentono sostenuti dalla scienza e dalla prudenza sono nel giusto, gli altri, tutti, sono incoscienti o folli.

Questo confinamento sociale esaspera conflitti, impone rinunzie che sfociano in franche depressioni: tutto è rischio, dovere e non c’è più spazio per il piacere.

Tiziano Terzani titolò un memorabile articolo dopo l’undici settembre: Una buona occasione.

Siamo a un bivio, possiamo scegliere: sul piano della salute deve scattare una solidarietà mondiale e così sull’economia. Dobbiamo avere una distribuzione più equa delle ricchezze, e più Stato. Olaf Palme disse che il capitalismo è una pecora che va tosata, non scannata.https://tpc.googlesyndication.com/safeframe/1-0-37/html/container.html

Sul piano personale occorre lavorare sull’accettazione profonda della condizione umana. Ricca e fragile, interconnessa con tutti gli essere viventi, come insegna la scienza e le tradizioni spirituali.

Semplificare la vita esterna, approfondire la vita interna, diceva Assagioli, fondatore della psicosintesi. All’enorme potere sulla natura, che è diventato prepotenza sulla natura, vedi clima, rifiuti, deforestazione etc non si è accompagnato un potere su noi stessi. David Hume, filosofo illuminista del settecento, scrisse “la ragione è e non può che essere schiava delle passioni e non può mai pretendere altro compito che servirle ed obbedirle”.

Io non lo credo, e la sua stessa osservazione lo contraddice. Per scrivere questo devi essere capace di osservare le passioni, pensarle.

Molti nel lockdown dichiarano di essere stati meglio, quasi vergognandosene. Chiediamoci perché. Un rallentamento, uno spazio per se stessi, per buon vecchie abitudini. Fare le cose importanti sempre accantonate per le cose urgenti: tenere un diario, pregare, fare yoga, pilates o ginnastica, leggere, meditare, riordinare la scrivania, telefonare a vecchi amici. Una decrescita felice della corsa quotidiana. Lo smartwork ha ridotto gli spostamenti, il tempo perso e anche migliorato la qualità delle riunioni; questa semplificazione forzata ci ha regalato del tempo che ci eravamo rubati da soli: stare di più a casa con la famiglia unita, cucinare, fare l’orto. E’ un cambio di paradigma che tocca ogni aspetto del vivere.

Possiamo scegliere tra l’autodistruzione o la crescita delle coscienze.

4 replies

  1. Boh!
    E che avrà voluto dire co ‘sto minestrone?
    Che stiamo ancora nella merda e stentiamo ad imparare a nuotare?
    Grazie per l’informazione, ma ce n’eravamo accorti anche noi non “psicosintetici”.

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  2. In realtà noi non possiamo scegliere un bel niente. Tante sono le variabili sociologiche che incidono sui comportamenti individuali da renderne impossibile una libera scelta rispetto ad essi. Solo nella pazzia si può realizzare la completa depersonalizzazione che reca all’autodistruzione dell’io. Escludendo quindi che stiamo andando verso un distacco dalla realtà di massa, o ad una libera scelto di questo, riterrei invece che siamo dentro un periodo di trasformazione sociale che ancora deve dispiegare appieno i suoi effetti. E quindi ancora di precoce interpretazione. Il fascino sta tutto nel confrontarci con qualcosa di nuovo che probabilmente cambierà, questo sì, il nostro modo di vivere; ma come al solito ciò verrà imposto e noi alla fine ci adegueremo.

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