Non c’è da aggiungere altro…

(Filippo Rossi) – Stefano Sorci ha un locale in provincia di Latina. Da qualche giorno il post dove racconta del suo incontro con la “banda di Artena” che sabato notte ha ucciso Willy Duarte Monteiro è diventato virale sui social. Migliaia di like e di condivisioni. Un racconto onesto, tanto spietatamente vero da far accapponare la pelle. Leggete con attenzione le parole di Stefano, leggetele fino in fondo.

“I ragazzi alla ribalta delle cronache sono stati anche da me, era una sera d’inizio estate.È stata una mezz’ora, sul tardi, e non è successo nulla di particolare. Eppure, tutti i presenti, quella mezz’ora se la ricordano bene. Anzi, ne ricordano bene i primi dieci minuti, quelli sufficienti a fargli passare la voglia di restare. Eravamo seduti tutti fuori, e ci siamo girati improvvisamente a guardare il suv che sbucava dall’arco a tutta velocità per poi inchiodare a due metri dai tavolini. Sono scesi in 5 col classico atteggiamento spavaldo di chi a 25 anni gira col suv, in gruppo, coi capelli tinti, le catene al collo, i vestiti firmati, i bicipiti tirati a lucido e le sopracciglia appena disegnate. Quando fai il mio lavoro da anni, ti accorgi che su quella storia dell’abito e del monaco qualcuno ci ha ricamato sopra allegramente. È calato subito il silenzio, sono stato costretto ad alzarmi quando ho sentito un poco promettente “chi è che comanda qua dentro?” detto dal primo che si era affacciato sulla porta. Sono andato verso il bancone senza neanche rispondere, mentre loro mi seguivano dicendo “ah, ecco, comanda lui, è questo qua”. Poi è iniziato il giro di strette di mano, di quelli “ci tengo a dirti chi sono e devo capire chi sei tu”. Hanno iniziato a fare mille domande, prima sugli orari di apertura di tutti i locali del paese, poi sulle birre, sul modo in cui si lavano i bicchieri, sulla quantità della schiuma… c’era un’atmosfera pesantissima, era una conversazione di quelle finte che girano intorno a qualcosa, sembrava un film di Tarantino ed io mi sentivo come Brett che spiega a Samuel L. Jackson la provenienza del suo hamburger, prima di sentirsi recitare Ezechiele a memoria. Ho visto con la coda dell’occhio tutti i tavoli fuori svuotarsi, le persone buttare un occhio dentro e andar via, e, mentre cercavo di rispondere alle domande, loro hanno iniziato a fare una gara di rutti sopra la mia voce a cui non ho reagito in nessun modo. Non contenti del mio restare impassibile, hanno proseguito la provocazione iniziando a rimproverarsi a vicenda, “non si fa così, non ci facciamo riconoscere, se ruttiamo poi sembra che manchiamo di rispetto a lui che comanda! Dobbiamo chiedere scusa!”. Ho servito le birre come nulla fosse, e ricordo bene l’espressione di quello che ha messo mano al portafogli e mi ha chiesto “quant’è”, senza il punto di domanda e senza guardarmi. La stessa espressione che rivedo in ogni post di questi giorni. Hanno bevuto, hanno fatto casino, hanno brindato, hanno ruttato e sono ripartiti sgommando col Suv, come cani che hanno appena pisciato su un territorio nuovo e se ne vanno soddisfatti. Ho chiuso a chiave e mi sono diretto a casa, ho iniziato a tranquillizzarmi soltanto lì. Ho pensato con rabbia alla mia vigliaccheria, al mio non aver proferito parola, al mio averli serviti con educazione mentre mi mancavano palesemente di rispetto in casa mia, e anche al fatto che avevano la metà dei miei anni. Ho pensato che avevo soltanto chinato il capo davanti alla prepotenza. Poi ho sperato di non vederli più, perché se fossero tornati non avrei sicuramente reagito neanche la seconda volta, e ho pensato che avevo avuto paura. Semplicemente. Tristemente. Oggi, ripensandoci alla luce dei fatti recenti, forse non me ne vergogno più, provo solo una stima enorme per Willy e per la sua sterminata mole di coraggio racchiusa in uno scricciolo d’uomo. E so che non c’entrano Gomorra, Tarantino, Romanzo Criminale, non c’entrano internet, la Trap o le arti marziali, così come ai tempi miei non c’entravano Dylan Dog, il Rap, le sale giochi. C’entrano le istituzioni, c’entrano i genitori, c’entra la scuola, la storia è sempre la stessa, ma non la studiamo mai. Il resto sono stronzate, e cercare dei colpevoli ci alleggerisce sempre. Io me la ricordo quella mattina in terza elementare, quando non ho saputo elencare a memoria le province del Piemonte, me li ricordo quei pomeriggi in lacrime a scrivere quaderni di verbi e coniugazioni, me le ricordo le parole di mia madre quando ho preso quel 3 al compito di latino, e ricordo pure la sua espressione quando a 16 anni mi ha beccato un giornaletto pornografico sotto al letto, ricordo le raccomandazioni di mio fratello più grande quando mi diceva che alla scuola pubblica sarebbe stato tutto diverso, e ricordo quando i miei gli trovarono un pacchetto di cartine nelle tasche dei jeans, ricordo mio padre di notte sul divano, nero di rabbia, che fumava e non mi salutava quando a 20 anni tornavo a casa in ritardo su un coprifuoco che trovavo assurdo. Ricordo i loro occhi dopo aver discusso la mia tesi di laurea, e poi la loro faccia quando ho stappato una bottiglia di prosecco per festeggiare, sapendo che sarei tornato a casa tardi e in macchina. Ricordo i loro sacrifici per comprarmela, quella macchina usata che conservo ancora oggi e che in un bilancio familiare di 4 persone e uno stipendio da infermiere proprio non poteva starci. Credo di aver preso un solo schiaffo da loro, in tutta la mia vita, ma non me ne sono mai serviti altri. Mi è servito il loro esempio, ho avuto bisogno dei loro insegnamenti, delle loro rinunce per permettermi di studiare. Siamo tutti figli di una società, ma soprattutto siamo tutti figli, e la società la facciamo noi. Chiudiamo la bocca e apriamo le orecchie, magari troveremo anche il tempo di leggere un buon libro, potremmo continuare ad aver paura ma essere comunque dei piccoli eroi”.

Categorie:Cronaca, Editoriali, Interno

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9 replies

  1. È proprio così, la società violenta è frutto dei nostri silenzi, del nostro pseudo perbenismo, dello strano modo di delegare ad altri l’educazione dei propri figli, il concedere sempre e facilmente tutto ai propri figli, il consumismo sfrenato che soffoca l’ etica dei nostri giovani deformando la visione della stessa vita

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  2. Non mi sento di aggiungere alcun commento alle parole di Stefano.
    Solo condividerne lo spirito e l’implicito invito a reagire, come collettività,
    al lassismo complice e vile che produce questi e tantissimi altri generi di
    mostri che stanno letteralmente divorando la nostra società.

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  3. Piccoli casamonica crescono, io mi chiedo che porcheria di genitori abbiano mai avuto…
    Alla fine poi però credo che tutto rientri nella statistica dei grandi numeri, siamo tanti, qualcuno viene fuori per forza bacato, ma almeno mi piacerebbe che fosse ripristinata la legge del taglione che, pur non servendo direttamente agli interessati i quali non possiedono sufficiente numero di neuroni per discernere, perlomeno costituirebbe monito per altrettanti mononeurone-dotati i quali invece potrebbero usare il sistema di autoconservazione atavico (di cui tutti gli animali sono dotati) che non richiede doti intellettive cosidette “superiori” ed evitare talvolta di agire come da istinto primordiale.
    Resto comunque scettico..

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    • @superpela
      Non è necessario ritornare alla legge del taglione.
      Basterebbe che chi di dovere si svegliasse dal suo torpore a si mettesse a
      fare sul serio il mestiere per cui è pagato… le leggi esistono per essere rispettate!
      Questi criminali avevano già una lista di denunce lunga un braccio e tutti, ma
      proprio tutti in quella zona sapevano chi erano e che cosa facevano per vivere
      alla grande pur non avendo la loro famiglia alcuna fonte di reddito legale.
      I soli a non essersi accorti di nulla sono stati Guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate,
      Finazieri, Carabinieri, Poliziotti e, per finire, Magistrati.
      Eppure tutta ‘sta gente occupa il posto che occupa per vigilare, indagare, proteggere
      la vita e i beni dei cittadini, e, buon ultimo, fare in modo che belve sanguinarie non
      circolino indisturbate in mezzo a noi.
      Da giorni non si parla d’altro di quanto siano brutti e cattivi gli assassini, ma non ho
      sentito una sola voce che chiedesse conto dell’incompetenza, dell’ignavia, forse della
      complicità di chi, potendolo fare, non ha impedito che tutto ciò accadesse.

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      • Ma il mio pensiero già conteneva i “presupposti” che hai espresso, altrimenti non ti pare ovvio che non avrei scritto quello che ho scritto?
        Io considero un problema il fatto che appena accade qualcosa, chiunque di noi parta coi “se fosse”… atmosfera da barbiere, o da circolino di briscola, non ti pare?
        è un problema perchè si vanifica, si annacqua quello che è lo stato della realtà del momento.
        E io ti dico, al momento li vedrei bene fucilati in piazza, poi magari mi pentirei, ma intanto fuoco.
        Facciamo sbattere le ali a questa benedetta farfalla.

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  4. Si definisce mafioso il comportamento di piccoli gruppi che vogliono dominare un territorio.Questi guappi di cartone sicuramente il primo esempio lo hanno avuto in famiglia, probabilmente con un padre violento verbalmente e fisicamente,difatti le sue prime dichiarazioni sui figli furono:-Si facevano rispettare- Come se il rispetto fosse incutere paura e non piuttosto comportarsi da persona civili, oneste,e gentili.La famiglia ha fallito,ha creduto di poter investire su quei 3 maschi e difatti erano loro che “lavoravano”al soldo degli strozzini e degli spacciatori rompendo le ossa a chi non pagava…Tutto il resto poi viene da se.Mi aspetto pene severe dice Conte,ma forse occorrerebbe qualche legge davvero più severa.Soprattutto occorre la certezza della pena.Sono scettica che questi un domani escano di galera riabilitati, ormai il danno è fatto! Certi episodi di bullismo estremo si riscontrano anche nei minorenni che formano le bande terrorizzando a volte interi quartieri,spesso ispirate da giochi elettronici violenti,poi ovviamente piccoli mostri crescono e trovano come in questo caso palestre pronte ad accoglierli e formarli fisicamente e fare di loro macchine schiacciasassi.

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