“C’è del marcio in Danimarca”

CREDIBILITÀ. DURANTE IL PROCESSO TRATTATIVA LE IPOTESI DELL’ACCUSA FURONO DERISE

(di Lorenzo Giarelli – Il Fatto Quotidiano) – Come le migliori nemesi, anche questa ha il retrogusto della beffa. Per chiedere le dimissioni del Guardasigilli Alfonso Bonafede, accusato di essersi fatto influenzare dai boss mafiosi nelle nomine ministeriali, i suoi detrattori devono infatti elevare a indiscutibile detentore della verità il magistrato Nino Di Matteo.

Il problema è che gli stessi che gli credono sulla parola – scelta legittima, per carità – ne hanno invece infangato le indagini quando il pm si occupava del processo sulla trattativa Stato-mafia, arrivato a sentenza nel 2018.

Il caso più evidente è quello di Forza Italia. Ieri il senatore Luigi Vitali è stato tra i tanti a chiedere un passo indietro a Bonafede: “A seguito di quanto raccontato da Nino Di Matteo, non solo chiediamo che il Guardasigilli venga a dare spiegazioni in Antimafia, ma che subito dopo si dimetta”. Di più: Giorgio Mulé protesta per come ieri il Tg1 dell’ora di pranzo abbia omesso la notizia: “Lascia basiti che il Tg1 non abbia dato alcuno spazio allo scontro tra Di Matteo e Bonafede. Oramai siamo alla censura preventiva pur di compiacere e non disturbare il governo”.

E pensare che a novembre 2019, quando Di Matteo parlò di trattativa Stato-mafia su Rai Tre, fu coperto di insulti: “un vaniloquio da mitomane” (Andrea Ruggieri), “vergognosa propaganda senza contraddittorio” (Maurizio Gasparri), “una delle più brutte pagine della Rai” (Alessandra Gallone). Per non dire dei commenti sulle indagini e sulla sentenza che confermò buona parte dell’impianto accusatorio: “Il fatto che uno dei pm – attaccò FI – non a caso assiduo partecipante alle iniziative del M5S, si permetta di commentare la sentenza adombrando responsabilità di Berlusconi è di una gravità senza precedenti e sarà oggetto dei necessari passi in ogni sede”.

Di sicuro FI non è l’unico partito ad aver cambiato idea sulla credibilità del pm. Matteo Salvini adesso è irremovibile: “Le accuse nei confronti del ministro Bonafede sono gravissime anche perché arrivano da un uomo di legge, da un uomo di giustizia”. Se non fosse che anche solo accostare B. alla mafia faceva (fa?) rabbrividire il leader leghista: “Ridicolo indagare Berlusconi per le stragi di mafia – disse nel 2017 dopo l’indagine a Firenze sulle stragi del 92/93 – È il solito intervento politico di una parte della magistratura”. Quelle indagini non furono condotte da Di Matteo, ma il pensiero di B. alle prese con quei sospetti faceva scattare anche Matteo Renzi: “Sono attonito. Sostenere, senza uno straccio di prova, che Berlusconi sia il mandante dell’attentato contro Maurizio Costanzo significa fare un pessimo servizio alla credibilità delle istituzioni”. Oggi in Iv è Cosimo Ferri a indicare la via: “Bonafede si dimetta, fa miglior figura”.

E pure la Meloni, che poi in un secondo momento avrebbe preso le distanze da Marcello Dell’Utri (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa), fino al 2012 era sicura: “A me continua a sfuggire in ragione di cosa Dell’Utri avrebbe dovuto intrattenere rapporti con la criminalità organizzata per conto di Berlusconi”. Anche lei adesso si fida di Di Matteo: “Fossi Bonafede, rassegnerei le dimissioni”.

2 replies

  1. Quindi, dato che Nino Di Matteo ha espresso, in una delle tante sentine della TV, un suo “sospetto” che uno dei motivi che hanno causato il ripensamento di Bonafede nell’affidargli la guida del DAP siano state le intercettazioni delle conversazioni tra boss mafiosi, ne consegue automaticamente che non di sospetto si tratti, ma di verità provata e incontrovertibile, cioè che sia stata in definitiva la volontà dei boss a guidare
    le scelte del ministro.
    L’ipotesi che sia stata invece la netta opposizione dell’allora alleato di governo leghista al nome del magistrato più inviso alla destra non viene nemmeno citata nella incredibile canéa che ha fatto seguito
    alle velenose insinuazioni di Di Matteo, così come viene ignorata l’ipotesi che le cose siano andate esattamente come le ha spiegate Bonafede e che Di Matteo non ha affatto smentito.
    Per carità, al momento sono ipotesi anche queste, ma mi paiono un tantino più credibili di quella che
    vuole far passare il ministro come un succubo di diktat mafiosi.
    Ad un osservatore in buona fede (scusate il bisticcio di parole) la storia sia di Bonafede che di Di Matteo non
    dovrebbe lasciar spazio ad ipotesi così inverosimili come quella gonfiata ed usata come una mazza da
    Salvini, Meloni e berlusconiani in s.p.e. (Servizio Permanente Effettivo) o di complemento come i renziani,
    ma essendo la quasi totalità di giornali e TV totalmente alieni a dosi seppur omeopatiche di buona fede,
    dovremo aspettarci che continui a lungo a circolare come un virus la favola del Ministro della Giustizia
    (e quindi, per la proprietà transitiva, anche il M5S) quale fiancheggiatore occulto della mafia.

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