
(Alberto Biondi – lindipendente.online) – Nelle ultime tre settimane gli studenti italiani hanno dato vita alla più estesa ondata di occupazioni scolastiche e universitarie degli ultimi anni. Da Torino a Palermo, passando per Roma, Firenze, Bologna e Napoli, licei, istituti tecnici e sedi universitarie sono stati presi in mano da chi li frequenta, per chiedere edifici sicuri, più fondi all’istruzione e meno alle armi, e per opporsi al tetto agli alunni stranieri voluto dal governo. Un fenomeno che sui grandi media trova spazio soprattutto quando un corteo degenera in scontri, mentre la sua reale dimensione resta in ombra.
Un conteggio esatto non esiste. Tuttavia, sommando i casi documentati dalla stampa nelle principali città si superano già le 60 scuole, a cui vanno aggiunti gli atenei e gli istituti dei centri minori, per un totale che con ogni probabilità supera il centinaio. Il punto di partenza è stato Torino, dove il 5 ottobre sono stati occupati il liceo Regina Margherita e l’istituto Carlo Ignazio Giulio. Nel giro di dieci giorni le scuole superiori occupate in città erano diventate una ventina, con altri istituti in agitazione nella cintura, da Moncalieri a Chieri. A Roma, dopo il Cavour e il Newton, solo tra il 19 e il 20 ottobre sono stati occupati otto istituti, dal Plinio al Morgagni, dal Montessori al Rossellini, il cui collettivo denuncia aule allagate e bagni inagibili e una scuola «diventata una caserma dove arrivare con un ritardo di cinque minuti a scuola può provocare sanzionamenti, così come l’alzare la testa portando il dissenso tra le mura scolastiche». A Firenze gli istituti occupati sono arrivati a 14 tra città e area metropolitana, con studenti che promettono: «Andremo avanti finché non ci ascolterete».
La mappa non si ferma alle grandi città del Centro-Nord. A Napoli, dopo il liceo Tito Lucrezio Caro, occupato anche contro il progetto di un CPR (i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, dove vengono trattenuti i migranti in attesa di espulsione) a Castel Volturno, sono stati occupati l’Umberto, il Mercalli, il Sannazaro e il Genovesi e la protesta ha raggiunto l’università, con Palazzo Giusso dell’Orientale e due sedi della Federico II occupate contro il carovita. A Bologna dopo il liceo Laura Bassi è toccato al liceo scientifico Copernico, mentre il Rosa Luxemburg è stato occupato e il Minghetti bloccato. A Milano il corteo del 16 ottobre si è concluso con l’occupazione dell’ex obitorio di via Francesco Sforza, edificio vuoto destinato all’Università Statale, mentre a Genova le scuole occupate sono state tre. In Sicilia, a Palermo gli studenti dei licei Umberto I e Vittorio Emanuele II dormono a scuola e resteranno fino a venerdì, mentre altri cinque istituti sono in stato di agitazione. A Catania gli studenti del liceo Boggio Lera hanno avviato l’autogestione, cioè la gestione diretta delle attività didattiche, per spezzare quello che chiamano un «immobilismo storico giunto al limite».
Le rivendicazioni sono omogenee da un capo all’altro del Paese. Al primo posto c’è l’edilizia scolastica, con infiltrazioni, riscaldamento guasto e piani interi dichiarati inagibili. Subito dopo la richiesta di spostare risorse dalla spesa militare alla scuola, riassunta nello slogan «più soldi per la scuola e meno per le armi» che a Firenze diventa la proposta concreta di trasferire 10 miliardi all’istruzione pubblica. Ovunque si contesta il decreto del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che rende vincolante il limite del 30% di alunni che non parlano bene l’italiano in ogni classe, con il trasferimento degli altri in scuole vicine. Poi il carovita, la cosiddetta «scuola-caserma», cioè regolamenti disciplinari sempre più rigidi e il nuovo voto in condotta che può costare la bocciatura, lo stop ai percorsi di formazione scuola-lavoro e l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva in classe. Tra gli universitari, l’Unione degli Universitari ha piantato le tende davanti a una decina di atenei chiedendo, tra l’altro, 4 miliardi per alloggi pubblici, in un Paese in cui mancano 236.000 posti letto per studenti.
Le occupazioni sono la parte più visibile di una mobilitazione più ampia, che si ispira apertamente alla rivolta delle scuole francesi («facciamo come in Francia» è lo slogan più diffuso) e si inserisce in un’ondata di proteste giovanili che sta attraversando molti Paesi del mondo. Il 16 ottobre lo sciopero studentesco convocato da OSA, Cambiare Rotta, Rete degli Studenti Medi e Fridays for Future ha portato in piazza migliaia di giovani in decine di città, da Roma – dove la questura ha contato 5.000 persone e gli organizzatori 20.000 – a Bari e Cagliari, mentre OSA rivendica 400.000 partecipanti in tutta Italia. La risposta delle istituzioni si è concentrata sull’ordine pubblico e sulla repressione. A Milano, dopo gli scontri del 17 ottobre, i fermati sono stati oltre 200, quasi tutti minorenni. Gli studenti, intanto, guardano avanti: per questo sabato 24 ottobre sono previsti cortei in almeno otto città, mentre il 30 ottobre aderiranno allo sciopero generale proclamato dall’USB e il 20 novembre torneranno in piazza per lo sciopero studentesco europeo contro la guerra, lo stesso giorno in cui la CGIL ha convocato il proprio sciopero generale.
Bravi
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