(Giancarlo Selmi) – Sabato e domenica a Milano abbiamo visto vetrine sfondate, negozi saccheggiati, cassonetti in fiamme. Ragazzini. Molti minorenni, alcuni di appena 12 anni. Lo dico subito, così non ci sono equivoci: niente giustifica i saccheggi e la violenza. Ma condannare non basta. Chi governa ha il dovere di chiedersi perché.

Perché dietro quella rabbia non ci sono mandanti né burattinai: c’è una generazione cresciuta ai margini, esclusa dal “mondo di sopra”, che guarda le vetrine del centro come si guarda un mondo a cui non si appartiene. E nessuno, in questi anni, se n’è occupato davvero.

Questo governo lancia allarmi sicurezza uno dietro l’altro e risponde sempre allo stesso modo: un decreto sicurezza dopo l’altro. Sette provvedimenti dal 2022 a oggi. Quasi sessanta nuovi reati e altrettante aggravanti, molti per comportamenti che erano già puniti. Risultato? I problemi non si risolvono, si aggravano ogni volta di più. Perché la violenza e il disagio non si cancellano aggiungendo articoli al codice penale.

Governano da quattro anni, ma è sempre colpa di qualcun altro: dell’opposizione, dei sindaci, della sinistra, dei social. Eppure al governo ci sono loro. Le scelte sulla scuola, sul lavoro, sui salari, sulle periferie, sul costo della vita sono loro. Abbiamo due ministri dell’interno al prezzo di uno, come le offerte dei supermercati, i risultati sarebbero indegni per uno solo.

E intanto c’è un’altra storia che nessuno racconta. Mentre i telegiornali mostrano in loop cento ragazzini e una vetrina rotta, migliaia di persone (lavoratori, studenti, pensionati, famiglie) hanno riempito le piazze di tante città in modo del tutto pacifico. Contro il carovita, contro una vita diventata impossibile da sostenere. Di loro non parla nessuno. Anzi, in tv si manda in onda chi spiega che gli studenti scioperano per saltare un giorno di scuola, o perché qualcuno gli ha fatto il lavaggio del cervello.

Un governo che si rispetti non alimenta la frattura tra due Italie che non si parlano più. La ricuce. Investe su scuola, lavoro, quartieri, opportunità. Riduce le disuguaglianze invece di allargarle. È l’unica strada perché quello che abbiamo visto a Milano non si ripeta e non diventi normalità.

Farsi domande non è giustificare. È governare.