Il bilancio del Pentagono per il 2026 si sta chiudendo con un’assegnazione ufficiale di 1.010 miliardi di dollari rispetto ai 903 previsti. Ma il problema sono il debito e le strutture industriali

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Aveva i suoi motivi Pete Hegseth quando andò da Trump per farsi firmare il decreto che sanciva l’adozione del nome di Dipartimento della Guerra.
[…] Era il 5 settembre 2025 e i primi nove mesi di possesso del Pentagono avevano confermato la sua sensazione che la struttura di vertice delle Forze armate statunitensi mancasse di mordente. Nonostante gli show di bullismo del suo predecessore Austin, anche al Pentagono tirava la stessa aria euforica del Dipartimento di Stato: birra e chitarra rock con quattro amici al pub di Kiev. Vinceremo e chi perde paga le consumazioni. Bisognava segnalare al mondo, ma soprattutto alle forze armate stesse, che la musica doveva cambiare. Anche Trump aveva le “sue” ragioni per firmare il decreto: stavano girando pochi soldi attorno al supporto all’Ucraina. Entrambi pregustavano e pretendevano i dividendi della guerra. Il decreto era di fatto un maquillage. Il nome ufficiale Dipartimento della Difesa non cambiava. Ci sarebbe voluta una legge del Congresso per ottenerlo. Si consentiva semplicemente, come denominazione secondaria, l’uso dei nomi “storici” e motivazionali dei defunti Department of War e Secretary of War. La parola “guerra” doveva fare il miracolo di svegliare i vertici militari, motivare il personale, agevolare le procedure di reclutamento e finanziamento delle forniture belliche e lanciare un messaggio di forza e determinazione al mondo. L’obiettivo dichiarato era segnalare la prontezza offensiva e la massima letalità strategica degli Stati Uniti nello scenario geopolitico globale. Occorreva abbandonare il politically correct indotto dal titolo Dipartimento della Difesa e resuscitare l’orgoglio nazionale dei tempi delle guerre mondiali, quando ancora vigeva il vecchio nome adottato fin dal 1789. La nuova retorica ha avuto un effetto immediato sui diretti interessati, Hegseth e Trump, e qualche piccolo ritardo di comprensione in tutti i sottoposti. Mentre i due si lanciavano in dichiarazioni belliciste palesemente discriminatorie nei confronti di tutti, americani e alleati, qualche generale e ammiraglio faceva notare che le avventure costavano e consumavano più di quanto potesse essere ripianato. La preoccupazione di dove prendere i soldi per continuare a sostenere Israele e l’Ucraina era mitigata dal fatto che qualcun altro avrebbe dovuto sborsarli. Altrettanto timide erano le preoccupazioni sui consumi imposti dalla guerra. Tutto sommato se gli europei pagavano per l’Europa, il Giappone per il Giappone, la Corea per la Corea e così via erano in molti ad assicurare che i soldi per la guerra entrassero in un solo Paese. Bastava avere fermezza e un pizzico di spavalderia. Che hanno quasi funzionato. Fino alla esuberante avventura contro l’Iran che ha posto in evidenza i limiti della tracotanza. Hegseth e Trump hanno dovuto sottostare alle pretese d’Israele e ricorrere a misure drastiche nei confronti dei non allineati. “Almeno 24 generali e ammiragli sono stati rimossi o costretti al pensionamento dall’inizio del secondo mandato” (The Guardian del 3 maggio 2026). In America, paradossalmente, per ogni non allineato che lascia viene rimesso in servizio uno che dice di sì (yesman) o addirittura un fanatico propagandista, come succede per la squadra di attempati colonnelli assoldati da Hegseth per la propaganda anti-russa. Negli Usa il danno alla coesione interna è gravissimo. La struttura militare statunitense si regge sul mito del “comandante”. Lui sa cosa è giusto e come fare. Lui parla con Dio. Di questo mito godono anche i presidenti in quanto comandanti in capo. Al livello dei soldati il mito arriva al comandante di squadra o plotone, un sergente maggiore. Lui è Dio. Nella guerra in Iraq, il capo dell’Esercito, generale Eric Shinseki, non era d’accordo col Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld sul livello di forza da impiegare. L’ostico falco non voleva mandare più di 50mila uomini, al massimo 70mila. Era una passeggiata e sarebbe finita presto. Shinseki riteneva che sarebbero stati necessari almeno 200mila uomini (la metà dell’esercito) e diversi anni. Al di sotto di questi requisiti i rischi di lasciarci la pelle aumentavano per tutti. Rumsfeld non acconsentì e chiese le sue dimissioni. Era di origine giapponese, aveva combattuto in Vietnam e due decorazioni Purple Heart testimoniavano le ferite in combattimento. Non fece storie né sceneggiate televisive né passò in politica. Competente, garbato e riservato, teneva ai suoi uomini, ognuno di essi era parte della sicurezza di tutti. Andò a salutarli nei teatri operativi. Venne in Kosovo e prendemmo un caffè assieme. A Bondsteel lo aspettavano 4mila uomini in armi, soldati e contractor. Uscendo dal mio ufficio trovammo la piccola folla dei soldati americani in servizio al comando di Kfor. Volevano salutarlo. Alcuni soltanto vederlo. Toccarlo. Molti sorridevano altri piangevano. Nessun generale in servizio accettò di prendere il suo posto. Rumsfeld fu costretto a richiamare uno dalla pensione. Che obbedì. Dopo pochi mesi in Iraq si rinforzò il contingente fino a 200mila uomini. Non era una passeggiata e sarebbe durata sette anni.
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La guerra contro l’Iran è vista male da molti americani. Gli stessi combattenti sono frustrati e stanchi, ma il giro di soldi auspicato è stato ottenuto. Il rischio è che sia un giro a vuoto. I costi della guerra sono aumentati, ma le condizioni di sicurezza globali sono peggiorate. La percezione della minaccia militare russa e di quella cinese, nonostante le capriole di Trump, è ancora l’incubo del Pentagono e di quasi tutti i politici americani. È anche la speranza che il grande conflitto tra Stati Uniti e Cina-Russia o soltanto Cina riesca a rimettere in moto la produzione bellica che, come in Europa, dovrebbe salvare l’economia occidentale. La retorica della preparazione al conflitto imminente è ormai bipartisan mentre la logica dei conflitti in corso tende all’inasprimento. Il Medio Oriente bullizzato da Israele è sotto continuo attacco. Il traffico marittimo bloccato. I paesi del Golfo nel panico. I soldi sembrano non bastare mai. Il bilancio 2026 del Pentagono si sta chiudendo con un’assegnazione ufficiale di 1.010 miliardi di dollari rispetto ai 903 previsti. Si è superato il “Trilione dell’arroganza bellica”. In sette mesi, per il conflitto con l’Iran, il Pentagono ha speso oltre 95 miliardi mentre il costo complessivo per la nazione è stato di 265. Hegseth ha dovuto rincorrere il Congresso per farsi assegnare fondi immediatamente spendibili per il ripianamento delle scorte di munizioni e missili. Durante l’operazione Epic Fury sono stati lanciati oltre 1000 missili Tomahawk di cui 850 nelle prime settimane. Se i soldi ci sono (a debito) mancano però le capacità industriali. Il maxi-contratto di 23 miliardi per sette anni a partire dal 2027, con la Raytheon prevede l’espansione della produzione di missili dai 60 all’anno (dato storico) a 1000. I primi missili di questa commessa entreranno in servizio solo a marzo 2030. Le assegnazioni per il 2027 richieste da Hegseth/Trump sono di oltre 1.500 miliardi di dollari. Di questi: 1.154 per le spese discrezionali e 350 di finanziamenti obbligatori aggiuntivi. Rispetto al 2026 si tratta di 94 miliardi in più per gli armamenti, 75 in più per Ricerca e sviluppo e 48 in più per le operazioni e la manutenzione. I 350 miliardi aggiuntivi proposti, con procedura legislativa speciale, sarebbero destinati, tra l’altro, alla capacità industriale della difesa, alle tecnologie avanzate, ai droni e all’IA. Sono cifre stratosferiche eppure alcune analisi di settore indipendenti provano che in realtà il trilione riportato nei resoconti del Pentagono era già stato superato nel 2025. La fame di denaro colpisce gli Usa in maniera macroscopica. Il debito pubblico ha superato i 40mila miliardi (126% del Pil, stima Fmi) e gli interessi assommano a 1.000 miliardi l’anno. Al Pentagono non si preoccupano di questo. Il 70% del debito è detenuto da soggetti interni (fondi pensione, banche, Federal Reserve, assicurazioni) e questi non ne reclameranno la restituzione finché il Tesoro paga gli interessi. Ma il debito è come la guerra: è una macchina che continua a marciare e consumare finché c’è fiducia. E la guerra che Hegseth e Trump hanno voluto evocare e scatenare si è mangiata tutta la fiducia che il mondo aveva negli Stati Uniti. E che gli americani avevano nel governo. Di questo passo, dopo un secolo, ogni venerdì potrebbe essere quello Nero.