
(Elena Basile – lafionda.org) – È un po’ di tempo che non riesco a occuparmi dei conflitti in corso in Europa e in Medio Oriente, in quanto ho voluto privilegiare lo spazio mediatico e il controllo della narrativa, il soft power, che ha oggi un ruolo essenziale nell’orientamento della politica interna e internazionale.
Gli storici che dovranno un giorno soffermarsi sulla guerra suicida europea, sullo sterminio del popolo ucraino, come sul genocidio palestinese, sottolineeranno le responsabilità dei giornalisti e degli accademici che sono riusciti a normalizzare la guerra e a penetrare nel DNA delle persone con una retorica sottoculturale che emula quella del ventennio fascista.
I conflitti, del resto, evolvono lentamente: i dettagli cambiano, ma non il quadro di fondo.
Nella guerra russo-ucraina, la postura guerrafondaia europea non è evoluta ed è stata caratterizzata da un’aggressività maggiore, sia nelle esternazioni dei politici che nella guerra per procura. La ricerca di un pretesto, di una colpa da addossare a Mosca, ha raggiunto toni carnevaleschi. La strategia terrorista occidentale, prima delle elezioni della Duma, era basata sull’intimidazione della popolazione civile, mirando alle raffinerie e alla logistica civile, nel tentativo delirante di far sollevare la popolazione russa contro Putin e, comunque, di influenzare le elezioni politiche. Sappiamo che la società civile russa si è invece compattata e ha rafforzato il partito di governo. La risposta di Mosca, annunciata come deterrenza in diverse occasioni dai vertici del Cremlino, è stata brutale. La Russia ha smesso di autovincolarsi nel rispetto del sangue fraterno ucraino e ha bombardato pesantemente i porti, i ponti e le infrastrutture civili, con un numero elevato di vittime collaterali.
Malgrado i circa 200 miliardi ricevuti dall’Europa, a spese del contribuente, dello Stato sociale e, nel complesso, delle nostre economie, l’Ucraina è uno Stato fallito, senza elezioni né democrazia, senza partiti di opposizione e libertà di culto, senza libertà individuali e linguistiche. Ha perso un terzo della popolazione. Le cifre dei morti e dei feriti, dei giovani amputati la cui vita è cambiata per sempre, saranno conosciute in un futuro lontano, quando le colpevoli élite ucraine ed europee non saranno più al potere. I russi hanno partecipato a una guerra per loro esistenziale, a cui li ha costretti l’espansionismo aggressivo della NATO e la cancellazione del diritto internazionale (ingerenza negli affari interni di un altro Stato, autodeterminazione dei popoli, diritti linguistici e indivisibilità della sicurezza). Il popolo ucraino è stato utilizzato in modo cinico e spietato da una leadership nazionale corrotta e neonazista e dalle élite occidentali in una guerra per procura contro la Russia e in difesa degli interessi neocon statunitensi.
Secondo molti analisti, la guerra potrà concludersi con il collasso di Kiev, che non ha una difesa aerea adeguata ed è alla mercé dei bombardamenti di Mosca. La crisi economica e sociale, gli scandali che hanno colpito i governanti e la mobilitazione brutale hanno reso sempre più fragile il rapporto tra società civile ed élite. La variabile indipendente è data dai droni, di facile produzione, nella quale Kiev si è specializzata.
I bombardamenti dei porti di Odessa e la mancanza di uno sbocco al mare, il crollo di raffinerie, ponti e altre infrastrutture civili lasceranno sopravvivere uno Stato disfunzionale.
Washington sembra ricorrentemente riconoscere la sconfitta delle politiche neoconservatrici, per poi fare nuovamente marcia indietro di fronte alle intimidazioni del cosiddetto Stato profondo americano, a cui si genuflettono le marionette politiche europee che vediamo all’opera. Oggi, forse per convenienze elettorali, Trump è riuscito a concepire una nuova possibile mediazione basata sulla ricostruzione dell’Ucraina con BlackRock e la Banca Mondiale, quindi non con i fondi russi sequestrati, minaccia latente mai rimossa; su un cessate il fuoco basato sull’attuale linea dei combattimenti e su un conflitto congelato; su un patto energetico tra Russia, Ucraina ed Europa sotto la supervisione statunitense; sulle garanzie di sicurezza, riassumibili nell’estensione dell’art. 5 del Trattato NATO all’Ucraina, che di fatto sigillerebbe la situazione attuale, garantendo l’aiuto da parte della NATO con armi e intelligence e protraendone l’esistenza in caso di ripresa delle ostilità.
La Russia potrebbe vedere di buon occhio l’accordo economico ed energetico, condizione preliminare per la sospensione delle sanzioni. Dubito che voglia congelare un conflitto e dare all’Ucraina la possibilità di inventare una false flag, un pretesto per ricominciare la guerra con l’aiuto legittimo dei Paesi NATO. La prima preoccupazione di Mosca è annullare la minaccia rappresentata da un’Ucraina fantoccio dell’Occidente, piattaforma di assalto contro la Russia.
La neutralità dell’Ucraina, la fine della leadership di Zelensky e la fine delle sanzioni rappresentano, insieme a un compromesso sui territori che tenga conto della situazione sul campo militare, le opzioni russe. La possibilità che Trump costringa Zelensky a dimettersi e che i negoziati comincino con un nuovo governo ucraino potrebbe convincere Putin a essere più disponibile.
Da parte europea, dei Democratici USA e di Zelensky non mi sembra ci si stia preparando a un passo indietro. Credo che, purtroppo, l’iniziativa non porti a reali conseguenze e sia utilizzata da Trump per ragioni elettorali.