Il “metti e togli” sul bilancio delle forze armate non aiuta la programmazione né a spendere bene. La nuova legge di Bilancio porta 14 miliardi in più, ma ne toglie 8 rispetto al previsto. Si cambia di nuovo, e sarà sempre più difficile rispettare gli impegni con la Nato

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Metti i soldi, togli i soldi; ancora metti i soldi, togli i soldi; di nuovo metti i soldi, togli i soldi. Un esercizio noioso, a tratti snervante, se non dannoso, che incentiva la propaganda e scoraggia la comprensione. Che poi «’sti soldi» per la difesa sono troppi o pochi? La risposta va sganciata subito per non sobillare una rivolta dopo vagonate di articoli, di annunci, di polemiche: né troppi né pochi, quelli di sempre. Cambiano i governi, non cambia il canovaccio. Variazioni minime, riconteggi, alchimie, e le solite baruffe per finire sui giornali. Come qui.
Tiriamo giù l’ultimo allarme mediatico diffuso dal partito delle armi: -8 miliardi di euro in due anni per la difesa. Accipicchia, non rischiamo mica l’invasione di visigoti e ostrogoti? Replica il partito senza armi: +14 miliardi di euro in due anni per la difesa. Due notizie opposte, nessuna notizia falsa. Strano, no? Dipende da ciò che è accaduto attorno a queste due notizie. Un paio di mesi di ricostruzione, di cronaca, non storica.
Alla foto ricordo del vertice Nato di Ankara in Turchia, il governo italiano si presentò con una banconota di notevole dimensione: per il biennio 2027 e 2028 in legge di Bilancio inseriamo 19 miliardi di euro per la difesa. Scusate, ci si interrogò presto: 19 miliardi di euro spalmati sul biennio o addirittura triennio come si è soliti fare oppure 19 miliardi nel 2027 e altri 19 nel 2028? Nel dibattito politico furono riversate le prime ipotesi: l’Italia può richiedere all’Unione Europea uno scostamento di bilancio di 1,5 punti di Prodotto interno lordo (Pil) – cioè oltre il deficit consentito – per finanziare l’energia e la difesa. Allora fu individuata la capienza di queste risorse; non una donazione caritatevole, ma debito pubblico, un classico: 36 miliardi per ciascun anno, in teoria 72 miliardi di euro per il biennio. Alle Camere il ministro Giancarlo Giorgetti, era inizio agosto, liberò il dibattito politico da equivoci e calcoli sbagliati: prendiamo 36 miliardi totali nel biennio e li distribuiamo in 14 per l’energia e 22 per la difesa. A settembre era già stagione di riflessione senza le illusioni estive, a ottobre la presa d’atto (o di coscienza): l’Italia rimane in procedura di infrazione europea per i conti; l’economia francese s’è ammalata; temiamo il contagio che ci ammazza; l’inflazione non rallenta; i tassi di interessi lievitano, la campagna elettorale s’avvicina; meglio la «prudenza» per dirla con Giorgetti. E la difesa si è ritrovata con 8 miliardi in meno o 14 miliardi in più, a seconda delle lenti (politiche) che montate per valutare queste notizie.
Per la Ragioneria dello Stato ci sono altri 14 miliardi di euro nel biennio (7+7) che corrispondono a 0,3 per cento di Pil per il 2027 e per il 2028. Circa 40 miliardi complessivi dal prossimo anno. Vai a capire se sono sufficienti a evitare aggressioni straniere oppure ci dobbiamo davvero preoccupare per la carenza di risorse. Nulla sappiamo di preciso perché da anni la spesa per la difesa, che è un tema serio, viene giudicata per obiettivi contabili, e non strategici. Per le apparenze, non per la sostanza. Un esempio facile. Per accontentare l’azionista di maggioranza Donald Trump, lo scorso anno la Nato del segretario generale Mark Rutte ha riconosciuto all’Italia di aver raggiunto l’obiettivo di spesa del 2 per cento del Pil, dopo una dozzina di anni di tentativi falliti dagli accordi di Newport (Galles). Per l’esattezza, la Nato ha attribuito a Roma il 2,09, l’equivalente di circa 47 miliardi di euro. Nel 2023 i miliardi erano 31,3, nel 2024 erano 33,4. Dove ha recuperato il governo Meloni quasi 14 miliardi di euro nel 2025? In gran parte dalla carta: nient’altro che una meticolosa revisione dei costi. Il rendiconto ufficiale per lo scorso anno, infatti, rileva 35,5 miliardi di euro per la difesa, di cui 9,6 per acquisto o rinnovo di materiale bellico con 7,7 effettivamente erogati. Poiché la revisione dei costi, per quanto meticolosa, ha un limite, per quest’anno la Nato ha assegnato all’Italia il 2,1 per cento, +0,01, e fa ridere solo a scriverlo. I miliardi teorici sono 48,3 stavolta, quelli reali si stimano fra 35 e 36.
Però la Nato va veloce e tenta di trascinarsi alleati esitanti come l’Italia – non è detto che sia un male – e per il 2035 ha fissato il traguardo al 5 per cento del Pil combinando il 3,5 per la difesa di base e l’1,5 per innovazione, infrastrutture, cibernetica, filiera industriale (sì, i criteri sono vaghi). Un impegno ad arrampicarsi a 150 miliardi di euro annui nel 2035.
La presidente Giorgia Meloni si è inserita nei calcoli laschi e, sempre per sorprendere gli alleati accorsi ad Ankara, ha lanciato un 2,8 per cento con la spinta di uno 0,71 per la «sicurezza».
Le buone intenzioni o le belle dichiarazioni non incidono nei rapporti Nato. Il Servizio Studi della Camera ne ha esaminati parecchi e così li ha riassunti: «Con il 2,10 per cento, l’Italia si colloca al 21° posto ex aequo con il Portogallo tra i 31 Alleati riportati nella tavola. Il valore resta inferiore di 0,43 punti rispetto alla media aggregata registrata dagli Alleati europei e dal Canada, pari al 2,53%». Compresi i trucchi per lo scorso anno, il vero balzo Roma l’ha fatto nel 2020 con il governo Conte II: «Per quanto riguarda l’Italia, la serie storica ricalcolata dalla Nato mostra un livello compreso tra l’1,06% e l’1,22% nel periodo 2014-2019, una crescita all’1,58% nel 2020, una successiva stabilizzazione intorno all’1,5%». La Nato non ha interesse a intromettersi negli equilibri politici italiani, e dunque fa sapere a L’Espresso: «Accogliamo con favore gli sforzi costanti compiuti da tutti gli Alleati, compresa l’Italia, per proseguire sulla strada volta a investire il 5 per cento del Pil. Per eventuali commenti sulle discussioni governative in materia di spesa, vi rimandiamo alle autorità italiane».
Sopravvissuti a questa selva di percentuali, si può affermare che il ministero della Difesa ha in concreto 7 miliardi per il 2027 e 7 miliardi per il 2028, e per il prossimo anno una quota è riservata a uscite già stabilite.
L’argomento che divide la politica è il riarmo. Ci sono due tipi di riarmo: il «supermercato» detestato dal ministro Giorgetti, cioè prendere roba da scaffali altrui, spesso americani; la pianificazione, cioè investire in ricerca e sviluppo, sottoscrivere programmi comuni, dotarsi di scaffali di proprietà con altri vicini europei. Un anno di ritardo, spiegano i generali, provoca un rinvio di due o tre per la pianificazione con il rischio che si prenoti oggi un prodotto che domani sarà vecchio.
L’Italia ha indirizzato molto alla voce pianificazione durante il governo Conte II, superando agevolmente la soglia minima Nato del 20 per cento della spesa totale, e poi ha mantenuto quel livello mentre gli alleati salivano ancora più su: «L’Italia destina il 24,45 per cento della spesa agli equipaggiamenti e alla relativa ricerca e sviluppo, valore superiore al parametro del 20%, ma collocato – scrive il Servizio Studi – al 29° posto tra i 31 Paesi. La mediana degli Alleati è pari al 33,98%. I valori più̀ elevati sono di Polonia (55,91), Albania (52,62), Lussemburgo (51,77) e Lituania (47,57)».
La riduzione di 8 miliardi di euro o l’incremento di 14 miliardi anziché 22 impone al governo di disfare scelte già fatte. Gli ordini per le fregate più moderne o i mezzi corazzati si possono posticipare e sfrangiare. Lo stesso può succedere per le fabbriche di droni o per le comunicazioni satellitari. Vanno decise le priorità. Il programma assieme a Regno Unito e Giappone per il caccia di sesta generazione Gcap, il «sistema di sistemi» che dovrà far sfruttare l’intelligenza artificiale e rappresenta un gioiello non da «supermercato», non si tocca invece. Confermati i suoi 8,8 miliardi di euro già approvati.
Questi sono i numeri ufficiali, e forse li possiamo prendere per buoni. Per un po’ di tempo. Fino al varo della legge di Bilancio. Una manciata di settimane, magari. Senza esagerare. La campagna elettorale agita tutti. Basta uno spavento, un sondaggio imprevisto, e si riparte in coro: metti i soldi, togli i soldi, metti i soldi, togli i soldi.