(Paolo Arigotti – lafionda.org) – Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che, con una certa approssimazione, potremmo definire una spirale inflattiva dell’analogia con i regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o, per meglio dire, nutre una profonda avversione per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere. Ma quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è il pericolo, a nostro avviso non infondato, che certi approcci comunicativi e parallelismi possano sortire un effetto contrario a quello desiderato.

Si può comprendere facilmente come il ricorso a una certa terminologia o il richiamo a orrendi crimini possano avere la finalità di sottolineare ed enfatizzare la portata di determinati fatti e circostanze, specie ove reiterati, oltre che di evidenziarne la gravità morale e suscitare la riprovazione sociale. Ma, sempre restando sul piano comunicativo, a nostro modesto avviso, un utilizzo troppo ricorrente e, in taluni casi, forse improprio potrebbe produrre alcune distorsioni che meritano di essere considerate.

Un primo profilo da prendere in esame riguarda il rischio della banalizzazione storica. Se tutto diventa fascismo (o nazismo, o altro ancora), allora nulla è veramente tale. Se ogni leader autoritario – e ce ne sono parecchi nel mondo, non tutti così vituperati come meriterebbero – viene fatto oggetto di una sorta di reductio ad Hitlerum, la figura che per molti (comprensibilmente) rappresenta il male incarnato cessa paradossalmente di rivestire questo ruolo. In altri termini, la memoria storica, per essere tale, deve rafforzarsi nel tempo, non indebolirsi. Il pericolo di un suo affievolimento, dovuto all’incapacità di mettere doverosamente in risalto una serie di differenze qualitative, o, peggio, al continuo ricorso a paragoni (o, se si preferisce, metafore) con eventi o periodi storici, rischia di far degenerare (e strumentalizzare) l’eccezione in polemica quotidiana.

Un secondo punto (e pericolo) che vorremmo riprendere è quello che potremmo qualificare come saturazione emotiva. L’inflazione morale dovuta alla legge dell’assuefazione, che domina la comunicazione politica, rischia di far perdere a un certo termine la forza evocativa che gli è propria, con il risultato, anche in questo caso paradossale, di portare nel tempo a una riduzione della capacità (auspicabile) di indignarsi e contrastare certi fenomeni, nel momento in cui si presentassero per davvero.

E poi c’è un terzo aspetto, che investe il piano culturale. Insistere nel ricorso o nell’evocazione del pericolo nazifascista (o di altro genere) rischia di ingenerare la convinzione, a nostro parere piuttosto diffusa, che quelle ideologie e quei regimi costituiscano una sorta di dinamica unica, irripetibile, quasi aliena rispetto alla normalità umana. Il che porta a dimenticare che, al di là del tiranno di turno, il vero pericolo era (ed è) costituito dalla possibilità che uomini ordinari partecipino a sistemi di oppressione, violenza e disumanizzazione. È lo scenario più oscuro e inquietante che il sociologo Zygmunt Bauman mise in risalto nel suo fondamentale Modernità e Olocausto, nel quale è l’uomo ordinario a trasformarsi in ingranaggio del sistema.

Sarebbe un gravissimo errore trascurare il fatto che la storia, o forse, per meglio dire, quella dei crimini e delle atrocità, non inizia e non termina con i regimi dittatoriali del XX secolo. Basterebbe volgere lo sguardo al passato per individuare crimini di analoga portata, come quelli che caratterizzarono la conquista del continente americano o di quello oceanico. Per non parlare di quelli commessi ai danni delle terre colonizzate dall’uomo bianco, supposto «portatore di civiltà». Se si volesse proporre un parallelismo storico, forse più efficace, questo potrebbe scaturire dall’amara constatazione che, pur nella diversità dei contesti e delle modalità, la crudeltà organizzata (e talvolta gratuita) non è monopolio di una singola ideologia o di una determinata epoca, ma attraversa passato e presente.

Letto in questi termini, il continuo riferimento al nazifascismo (e via dicendo) potrebbe addirittura sortire, sempre per paradosso, un effetto rassicurante. Se il male ha un volto ben identificato, storicamente concluso e universalmente condannato, allora possiamo convincerci che esso appartenga al passato o che possa essere confinato a un certo contesto. Al contrario, se si arriva alla conclusione che il problema risiede in alcune costanti della natura umana e delle organizzazioni sociali, allora la questione si fa molto più scomoda (e inquietante).

In tal senso, sarebbe forse più utile interrogarsi sui meccanismi ricorrenti che consentono agli esseri umani di trasformare altri esseri umani in oggetti. La costante è la disumanizzazione, che spesso precede (e poi giustifica) la violenza. Quasi mai si arriva direttamente all’esclusione sociale o alla repressione senza passare prima per una fase in cui il mondo viene diviso tra persone pienamente umane e altre considerate inferiori, nemiche e, come tali, sacrificabili.

Sul punto si innestano alcune riflessioni filosofiche particolarmente efficaci.

Hannah Arendt, parlando del processo a Eichmann ne La banalità del male, mise in evidenza come molte atrocità fossero state commesse da individui sorprendentemente ordinari, incapaci o non disposti a esercitare un pensiero critico autonomo. Il problema non dipende dall’esistenza di presunti «mostri», quanto dall’obbedienza cieca e dalla rinuncia al giudizio morale. Tra le citazioni più significative, quella secondo cui: «Il più grande male nel mondo è il male commesso da nessuno, cioè da esseri umani che rifiutano di essere persone», che evidenzia una certa tendenza umana a deresponsabilizzarsi all’interno di apparati burocratici, politici o ideologici.

Non meno importanti le riflessioni di Primo Levi, che mise in guardia contro l’illusione di una separazione netta tra buoni e cattivi e contro la tentazione di considerare la barbarie come patrimonio esclusivo di una categoria politica o nazionale. O quelle di Tzvetan Todorov, che, riflettendo sulle tragedie del Novecento, richiamò l’attenzione sul fatto che i barbari non sono necessariamente gli altri: la barbarie non è un corpo estraneo alla civiltà, bensì una possibilità sempre presente al suo interno.

A questo proposito, particolarmente efficaci sono le parole di Aleksandr Solženicyn: «La linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni essere umano».

Ragionando sempre in prospettiva comunicativa, e senza nessuna volontà di sminuire la portata e l’efferatezza di tanti (troppi) crimini, forse sarebbe utile smetterla di andare a caccia del novello Hitler, per concentrarsi con maggiore attenzione sullo studio dei meccanismi che, in ogni tempo, hanno indotto degli esseri umani a non vedere nell’altro un proprio simile, con eguale dignità e sentimenti. Perché è a questo punto che possono sempre trovare linfa dinamiche come la volontà di dominio, la paura, l’avidità, il tribalismo, il conformismo e la ricerca del capro espiatorio, le stesse che scatenano guerre e altre efferatezze, magari presentate come azioni giuste o di difesa.

Una prospettiva meno rassicurante, ma forse più utile, perché sposta l’attenzione dai fantasmi del passato alle responsabilità del presente. E che potrebbe contribuire a porre fine a un’assurda pretesa di superiorità che, non considerando l’altro come vittima, finisce inevitabilmente per trasformare chi se ne fa portatore nel carnefice di turno, oltretutto giustificandolo.